mercoledì 22 dicembre 2010

Canto di Natale

…e uno spruzzo di salsa Worcester. Quant’è uno spruzzo? Il ricettario era reticente. Un cucchiaino? mezzo? E poi perché si chiama così? Più tardi avrebbe controllato su Google, ma, per il momento, doveva concentrarsi sulla salsa rosa per i gamberetti;  i quali, in effetti, non avevano un aspetto molto vispo, erano proprio molto morti e parevano annegati da ere geologiche in quel liquido. Forse non era stata una grande idea prenderli dal discount. In ogni caso, l’antipasto era pronto. Il secondo era facile: scamorza. Un po’ troppo facile, probabilmente, non tutti lo considererebbero degno di un cenone natalizio, seppur solitario, ma a lui piaceva, e tanto bastava. Il dolce era un panettoncino mini. Rimaneva il piatto forte, il risotto ai funghi. Porcini. Almeno, questo dicevano al discount.
(Il 2010 si è aperto col terremoto di Haiti, che ha provocato oltre 200.000 morti: mentre disponeva con cura tutto il necessario per la creazione del risotto, dal televisore, tipica trasmissione di fine dicembre,  venivano ricordate le notizie principali dell’anno). Tagliere, mezzaluna (tedesca! affilata!: ne era fiero), olio, vino, funghi a bagno, riso (un etto: per una persona basta e avanza). Cipolla. Olio nel tegame, fuoco acceso, cipolla tagliuzzata (con la mezzaluna). Il brodo sobbolliva già da un po’ (col dado, viene bene lo stesso). I Natali precedenti erano stati diversi, a dire il vero, non erano con porzioni solitarie, ma meglio non pensarci, altrimenti i ricordi sarebbero tornati, e l’avrebbero strozzato come una rete che si stringe attorno ad un pesce, non lasciandogli scampo, via di fuga. No, niente ricordi: era il momento di versare la lacrimosa poltiglia (indispensabile la mezzaluna, fatto bene a comprarla!) nell’olio. Sfrigolio, odorino di buono e, ora, i funghi. Girare, mescolare, girare. Benissimo. E adesso il riso: versato, girare! Girare subito!  Ecco, l’olio è quasi tutto assorbito. Un bel bicchiere di vino (rosso) e ancora girare. Il liquido si fa solido, scompare il vino, solo riso. Brodo, presto!
Terremoto in Cile nel mese di febbraio.
Ecco, sì, non si è bruciato, e nemmeno attaccato. Ne verrà un gran risotto, l’importante è non distrarsi.
Campanello.
E chi può essere? Una mestolata in più per non fare attaccare, corsa alla porta, spioncino. Era l’interno 15 o, meglio, quella che vi abitava. E si chiamava? Come si chiamava? Ah, sì, Maria.
«Avresti mica una torcia? – gli chiese - Mi è saltata la luce e non riesco a sistemarla…».
Torcia, torcia… Sì, ce n’era una nel cassetto (e intanto un odore sospetto giungeva dal risotto: implorava brodo). Consegnò la torcia, ricevendo la promessa che l’avrebbe riportata in cinque minuti e schizzò a versare un altro paio di mestolate. Ma sarebbe bastato il brodo? Sì, per una cena di dieci persone.
A fine marzo le elezioni regionali. Vittoria del centro destra e della Lega. Sconfitta della sinistra.
Ecco, adesso il risotto procedeva proprio bene. Tra qualche minuto avrebbe potuto cominciare con il primo assaggio.
Campanello. Evidentemente l’int.15 riportava la torcia.
Ma poi, cosa faceva già quella Maria? Ci aveva parlato pochissime volte. Quando era successa la disgrazia a sua moglie era venuta a fargli le condoglianze, e forse era ancora col marito, prima che lui se ne andasse.
«Mi devi perdonare – si accorò prima ancora che la porta si aprisse del tutto – Mi rendo conto che in una serata come questa… Ma proprio non riesco a riaccendere la luce. Attacco il contatore, rimane su per qualche secondo ma poi salta tutto. Non è che potresti venire a dare un’occhiata? Non capisco nulla di queste cose».
Nemmeno lui, a dir la verità, ma si dà per scontato che ogni maschietto s’intenda di contatori e motori, anche se è una voce meno fondata di quella che dà per certa l’esistenza della Befana.
«Un momento» supplicò mostrandole i palmi. Ritornò in cucina e versò una dose abbondante di brodo, abbassò il fuoco a livelli minimi e la seguì all’interno 15, immerso nelle tenebre. Con fare esperto si avvicinò al contatore, del quale conosceva esattamente l’ubicazione in quanto l’int. 15 era sulla sua stessa colonna, e, armato di torcia, riattivò gli interruttori. La luce tornò rubiconda e lui, quasi trionfalmente stava allargando le braccia a dire «Visto? Era facile» quando le tenebre ripresero il sopravvento. Un elettricista, tanto tempo prima l’aveva detto «Ci dev’essere qualcosa in corto» e lui lo ripeté sussurrando (nel buio non si parla: si sussurra) e aggiungendo «Cosa c’è di attaccato?».
L’int. 15 fece un rapido esame di coscienza e cominciò ad enumerare luci, friggitrice, televisore e qualche altro elettrodomestico. «Bisogna staccarli tutti» sentenziò lui grave «dobbiamo capire qual è in corto».
Ma non aveva terminato di sussurrare che gli sovvenne il risotto. A tentoni trovò la mano di lei e le diede la torcia raccomandandole di staccare tutto. Sarebbe tornato subito. Si precipitò in discesa saltando gli scalini a due a due e arrivò giusto in tempo per versare un cucchiaio di brodo all’assetato risotto. Mescolò col fiatone, e per le scale e per il terrore che si fosse attaccato alla pentola, e, quando vide che sembrava andare per il meglio, la televisione  gli ricordò i disastrosi mondiali di calcio dell’Italia e la marea nera al largo della Louisiana.
Con molta calma ritornò su e trovò Maria che lo aspettava sulla soglia dell’int.15, armata di torcia.
«Tutto staccato» annunciò compita.
Molto bene. Si riavvicinò agli interruttori e riattaccò la luce. Finalmente. E poté vedere il tavolo, più o meno nella stessa posizione del suo, ma due piani più su, anche questo apparecchiato per una persona.
«Procediamo – esortò con tono fermo ed esperto - Riattacchiamo tutti gli apparecchi ad uno ad uno.».
Cominciò con le luci e, passando per la friggitrice, terminò col televisore: anche lei stava ascoltando quella rassegna, ora arrivata all’appartamento di Montecarlo. Pareva tutto in ordine, si guardarono attorno soddisfatti e sollevati quando, nel volgere di un secondo, il pensiero del risotto gli irruppe nella mente e, come se non bastasse, sprofondarono nuovamente nell’oscurità.
«Devo scappare! Torno subito» e si lanciò giù per le scale incuneandosi in una stanca famigliola che andava a cena da qualche poco amato parente, coi figli che, ancora sul pianerottolo, si lamentavano per la miseria dei regali ricevuti. Il risotto era salvo. Brodo, assaggio, manca ancora un po’. Risalita placida all’int. 15 dove ritrovò Maria che, nel mentre, aveva staccato tutto e riacceso la luce. Possibile che si fosse pettinata nel frattempo? Cominciarono dal televisore che, intanto, era arrivato alle proteste in Francia. Ma possibile che si fosse anche truccata? E quando? Tra un mestolo di brodo e l’altro?
«E poi – aggiunse Maria – quando è ritornata la luce ho visto una cosa strana.»
«Una cosa strana?»
«Sì, solo per un attimo. Sembrava che volasse laggiù, sopra il divano»
«Un uccello?»
«Ma no!»
«Un pipistrello?»
«No, per fortuna!»
«E allora cosa? Lo spirito del Natale?»
«Figurarsi. Avrebbe sbagliato strada. Sarebbe dovuto andare da quelli di sotto, li senti? Saranno in venti a festeggiare».
«Sì, li ho visti mentre scendevo…»
«Forse era solo un’ombra. Magari con le luci che vanno e vengono…»
«Il risotto!»
«Dici che era un risotto?»
«Devo scappare»
E mentre stava per uscire, la luce svanì ancora.
«Ritornerò!» promise a metà della prima rampa. Entrò in casa affannato, accolto dal bunga bunga del televisore e dalle proteste di Terzigno. Assaggio. Era cotto, il risotto, e commosso, lui: sembrava buono. Spento fuoco, coperchio, di nuovo le scale, altri invitati allegri come se dovessero andare ad un funerale. Maria lo accolse sul pianerottolo. Riprovarono almeno un paio di volte, ma proprio la luce non voleva saperne di restare.
«Ti piace il risotto? – propose dopo l’ultimo tentativo – Magari non ce ne sarà molto, ma  almeno non passiamo il Natale sulle scale…».
Sorpresa: i suoi fritti erano già quasi pronti, e anche gli antipasti di mare. Mancavano gli spaghetti alle vongole, per via della luce, però aveva un panettoncino anche lei.
Questa volta scesero insieme trasportando con calma la cena di Maria, e furono accolti dalla liberazione di Aung San Suu Kyi e dal diffondersi delle manifestazioni studentesche. Apparecchiò un posto in più mentre Wikileaks campeggiava nel mondo e le migliori giovani intelligenze italiane decidevano di pernottare sui tetti.
Effettivamente avrebbe giurato che s’era truccata. E aveva anche dei begli occhi.
Il risotto fu un successone. Se solo avesse avuto un po’ (un bel po’, in effetti) di sale in meno, non si fosse cotto troppo e i funghi avessero avuto il sapore di funghi, forse (ma solo forse) sarebbe stato migliore. Ma a loro parve ottimo. I gamberetti, a dire il vero, sapevano un po’ di chimica, ma la salsa Worcester ci stava benissimo. E nella giusta quantità. I fritti, poi, anche se erano poco fritti (la luce, mannaggia!) erano comunque  eccellenti. I panettoncini, infine, uno senza uvetta e uno con, furono divisi, metà per uno.
E gli studenti scendevano in piazza, e pareva che qualcuno cominciasse a chiedersi non solo cosa sarebbe accaduto stasera, ma domani, e, persino, dopodomani.
Maria aveva dimenticato lo spumante a casa sua, ma lui aveva, chissà da quanto tempo, uno champagne per festeggiare una grande occasione mai realizzata. Certo, era tiepido. Certo, la bottiglia aveva uno strato spesso di polvere, ma, con una passata sotto il rubinetto, ritornò quasi decorosa.
Stappò e versò nei calici. Veri.  Dell’Ikea, ma pur sempre calici da champagne. E poi il brindisi, che fu molto sobrio, solo  «Buon Natale», e «Buon Natale a te».
Ma la cosa veramente strana di tutta questa storia è che, negli anni seguenti, che passarono insieme felici e contenti, proprio non riuscirono a capire cosa fosse successo a quell’impianto elettrico, perché dal giorno dopo riprese a funzionare egregiamente, e continuò a farlo a lungo. Molto a lungo.

pubblicato sul numero 98 di Ucuntu

e su gli Italiani


Leggi tutto

venerdì 3 dicembre 2010

La nostra cultura

«Che, la vuoi una sigaretta?».
«La ringrazio, ma non fumo. Mi dica, sono sorti nuovi ostacoli alla mia richiesta?».
«Come? No… cioè sì… Ma proprio non la vuoi ‘sta sigaretta?».
«No, la ringrazio ancora. Per quanto riguarda la mia domanda, credevo di aver raccolto tutti i documenti necessari e risolto tutti i problemi.».
«Oh, sì, mica dico di no. Vero, vero, ci sta tutto. Non ti dà fastidio, no? se fumo…».
«A me personalmente no, ma mi pare sia vietato: ricordo la Legge 3 del 2003 (nota come Legge Sirchia) che proibisce il fumo negli ambienti di lavoro…».
«Ecco, ti pareva. Comunque sì, qualche problemino c’è, in effetti. I documenti sono a posto, in ordine. Tutto, ci sta tutto. E’ che non bastano i documenti, le carte non sono tutto…».
«Di cos’altro ancora ha bisogno?».
«Ecco, cioè, vedi. Quando si va in un posto bisogna un po’ rispettare, insomma, sì, adeguarsi alle usanze, insomma, al modo di fare di quelli da cui vai. E’ casa d’altri, insomma…».
«Mi pare di aver compiuto, in tal senso, innumerevoli sforzi.».
«E che, non lo so? Lo vedo, lo vedo, ti sforzi. E’ che se tu vuoi la cittadinanza italiana devi, come ti posso dire?, un po’ adeguarti, no?, a quelle che sono le tradizioni, no? Cioè la cultura italiana.».
«Mi permetto di rammentare che ho conseguito due lauree, di cui una specialistica. In letteratura italiana, come forse potrà notare sfogliando l’incartamento.».
«Visto, visto. No, niente da dire: l’italiano un po’ lo sai, quasi quanto me, ma non ci sta solo la faccenda della lingua. La cultura d’un popolo è una cosa un pochetto più complessa…».
«Ma ho compiuto anche studi di carattere storico e giuridico. Se avrà la bontà di sfogliare la documentazione troverà l’attestazione degli esami svolti presso…».
«Visto, visto.».
«E inoltre in questi dieci anni non ho infranto nessuna norma o legge. Potrà notare gli attestati dei versamenti Unico, le bollette, la tassa comunale sui rifiuti, il canone Rai, le quietanze dei pagamenti del condominio, il bollo per l’autoveicolo, l’assicurazione per il medesimo e l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici, in aggiunta a tutti gli altri versamenti o pagamenti effettuati per l’Università, i ticket sanitari, le assicurazioni volontarie e obbligatorie, i contributi INPS. Non ho ricevute di multe per infrazioni al codice della strada perché non ne ho mai commesse…».
«Mai?».
«Mai, ne sono orgoglioso».
«Cioè, pure il canone Rai?».
«Certamente, è un obbligo di legge».
«Ecco, appunto, vedi, quello che stavo dicendo… Insomma, la cultura, le usanze della Nazione. Ecco, cioè, qui da noi è diverso, fa parte della nostra cultura. Cioè, pure il canone della Rai…».

«Ma ho sostenuto un esame di diritto costituzionale!».

«Vedo, vedo. No, è che lo studio, le leggi, la letteratura, cioè, non dico di no, sono pure una cosa importante, e chi dice di no (a scuola mi sono pure letto quasi tutti i Promessi Sposi), ma la cultura vera è un’altra cosa. Ti ci devi adeguare, cioè la cittadinanza è una cosa seria.».
«Debbo quindi ritenere che la mia domanda non sarà accolta?».
«No, non ora, ma in futuro non è detto. Ci si rivede, magari tra sei mesi, no?, così magari ti adegui un po’, t’ambienti un po’ meglio. A giugno. Il canone Rai, insomma, non è obbligatorio. Poi, sai, qui da noi la famiglia è importante.»
«Anche presso di noi. Sono orgoglioso della mia famiglia, amo mia moglie e i miei figli. Ecco, ho qui le loro foto.».
«E che non lo so? Anche la mia famiglia è importante. Molto. Se a giugno, capitasse, un pensierino, un segno, come dire, un segno di riconoscenza… In fondo ti ospitiamo, no?, ecco, capisci, sono queste le cose importanti, la nostra cultura, la famiglia.».

pubblicato su
gli Italiani
Informare per Resistere
Mamma
numero 97 di Ucuntu Leggi tutto

sabato 20 novembre 2010

La Politica son io

Eccellentissimi Monsignori, Donna fui, e di nobili natali. Non sien maraviglia le presenti mie condizioni, ché padre mio fu quell’ingegno che tra l’ eccelsi della mortal spezie primo è reputato. Di quell’Aristotile, parlo, che battezzommi e superno mi die’ rango intra l’umane cose.
La Politica son io, e a me volsersi le menti migliori de’secoli andati. Reggitrice e ordinatrice del mondo fui, per cotanti sola ragione di vita e morte: non pochi, in fatto, me invocando e venerando, gl’occhi chiusero alla luce. Duci superbi dispersi, e umili innalzai e fui io che nell’animi oppressi recavo il ristoro della speranza e promettevo un domani migliore a chi l’oggi avea tristo. Scienza divenni, e non sol’Arte, dacché Ser Machiavelli la mia natura al mondo disvelò. Nei saecula e negli anni che seguirono l’idioma mio mutò, sì come cangiò il mondo. Avvenne che sempre più numerosi furono i miei amanti: non soltanto ne’ cerimoniosi e cortigiani appartamenti sedussi e fui invocata, ma, invero, spasimanti miei si ritrovavano, per cantar mie lodi, nei salotti de’ borghesi, nelle taverne e nei caffè. Fui io la musa di quanti eressero le barricate in quel luglio che a Parigi il mondo novellò e altra epoca dischiuse. Popoli intieri, servi delle rapaci cupidigie dei troni e delle dominazioni, s’avvidero allora dell’esistenza mia, e principiarono a corteggiarmi. Per amor mio, e di chi altri?, posate le vanghe e lasciati i telai, uomini resi duri dal lavoro rubavano ore all’agognato riposo per venir meco e sognare l’alba del sol dell’avvenire. Impossibile enumerare le biblioteche a me dedicate, i libri scritti in mio onore e i copiosi amanti appassionati e fedeli che mi onorarono delle loro specialissime attenzioni. Eppur non bastava, ché, più il tempo scorreva e più s’accorciavano le distanze nel mondo, popoli prima ignari l’uno dell’altro cominciarono ad apprendere della mutua esistenza, e soggetti deprivati di diritti e rappresentanza s’accorsero d’essere cittadini. Liberai lontani e immensi continenti dal giogo coloniale e molti impararono grazie a me tante parole sino ad allora ignote e di una in particolare, democrazia, si innamorarono. Non c’era diva che rivaleggiasse con me per ammiratori: ero citata ovunque e da chiunque, occupavo le discussioni quotidiane nelle case, nelle scuole, nei campi e nelle officine. Ancora il mio linguaggio cambiava, mentre masse sterminate si levavano in mio nome, economie intere si fermavano e davo all’uomo e alla donna l’illusione di poter essere arbitri del proprio futuro, contro ogni sopruso e ogni ingiustizia. Nella misura in cui procedeva la coscientizzazione dei soggetti intrinsecamente antagonisti rappresentavo l’antitesi nella dialettica del potere innescando dinamiche di contro-reazione e\o contro-potere che smascheravano le falsità delle sovrastrutture minando la base stessa della struttura dominante. Ero arte, divenni scienza, poi tecnica ma, infine, oggi, mestiere e carriera. Non so, belli miei, perché persi i miei amanti migliori. Ricordo giovani bellissimi con lo sguardo limpido e sincero che per me avrebbero superato qualunque ostacolo, ricordo uomini meravigliosi, intelligenze superiori, a me tutti devoti e fedeli. Mi restate voi, ora, e, vi dico la verità, non siete belli e nemmeno tanto svegli. Non mi amate, lo so, mi usate: vi servo. Perché comunque piaccio sempre, vero? Lo so che nessuno muore più per me, ma per un mio pompino in tanti si fanno sotto. E allora venite, ne ho per tutti voi. E non mi costa nulla, ho imparato a farli senza pensare. O meglio, a pensare a quei giovani innamorati con gli occhi luminosi che ritorneranno, sì, ritorneranno, spero, e non mi lasceranno qui a succhiare per sempre i vostri flaccidi cazzi tirati su a viagra.


Pubblicato su gli Italiani
e sul numero 95 di Ucuntu Leggi tutto

domenica 31 ottobre 2010

D'Arcore il Nullocrinito

Cantami o Diva del nullocrinito d’ Arcore la triste sorte che infiniti guai agl’Itali causò sin da quando, giovinetto, s’accorse che ciò che toccava, per burla degli dei, in merda si mutava. Suoi amici libri d’eroi leggevan, e d’avventure, ma non lui, ché subito acre odor di fogna prendea la carta, in mani sue tosto resasi igienica, e usata anche; calciavan quelli il pallone, ma al cimento uno scarabeo egli parea, che in sua vita sferici sterchi spinge per li campi; l’altri bimbi traevan diletto dal costruir castelli per fate e cavalieri, ma a lui nulla riusciva, se non cloache e densi letamai. Il denaro solo, allo sfiorar di dita, medesimo restava poiché, mi sien testimoni poeti e savi antichi, del demonio è sterco, e mutar non si puote in quel che già si è.

Solingo e scansato, nello strame e nel denaro immerso sino al mento, ormai divenuto adulto, s’avvide che television guardar potea, senza toccare. E una ne acquistò, e poi un’altra, e poi due, e cento e cento ad ingrassar magion sua. E quando poi ne fu sazia e spazio più non v’era, principiò a comprar antenne, e poi studi, e poi canali ché la moneta, come ben sappiamo, proprio non difettava. E prima ancora alle costruzioni dedicato s’era, non certo di man sua, ché nessuno, eccetto lui, desìa l’abitar cloaca, ma architetti pagò e ingegneri e muratori e città intere edificò. Libri non potea leggere, né interesse avea nel farlo, ma editori comprò, e giornali e riviste e persin del calcio s’appagò, non nel giuocarlo, ché gl’era divieto, ma nel collezionar giuocatori e squadre.

Tatto suo fecale non cangiava sol oggetti o cose, oh no: se persona, per accidente o caso, da lui venia toccata, s’anche l’aspetto non mutava, l’animo n’era perturbato e torto. Virginal fanciulla da lui lambita, tosto femmina lussuriosa assai pareva, e a’ vizi assuefatta e usa: vita sua perdeva e null’altro doman era a lei dischiuso se non lo divenir ministra. Uomo onesto, di leggi e tasse rispettoso, in amen divenia, al tocco suo, a tutti gli inganni rotto e cupidigie, di null’altro voglioso se non d’impilar sterco su sterco, sibben dimoniaco, piegando a sue brame leggi e decreti, regolamenti e sentenze, homini e caporali.

Di tal regno era l’imperator supremo, da’ suoi olezzanti sudditi in excelsis elevato, da sue televisioni circondato, quando, per sorte, una finestra s’aprì che dava in su la campagna. Un vento gentile, che pria carezzato avea dolci gigli de’ campi e verdi fronde dei monti e chiari e freschi ruscelli alpestri, irruppe in la merdosa reggia il tanfo spazzando e la fecal corte prostrando. S’avvide allor l’imperator supremo che, fuor di cloaca sua, un Paese v’era, se non lindo, almen pulito e se non profumato, di certo non fetente. Intuir ciò e ragionar di come farlo fogna per intiero fu tutt’uno. Presidente dovea diventar, e Presidente diventò e per lunghi e lunghi anni s’intraprese, il toccabile toccando. Le genti mutarono e se avante, non tutte oneste, ma almen compite erano, sfacciate divennero, e il paese cangiò e se pria del “bel” si fregiava, al suo passaggio condonata discarica divenne, sì da schifar anco lo sterminator Vesevo. Leggi avea il Paese, non tutte giuste, ma almen garbate. Qual tempesta distruttrice abbattesi su gracil capanna, sì egli tastò e manipolò norme e Costituzioni che, in breve, sua immagine e odoranza divennero. Tutto egli toccò, e tutto il Paese cangiò.

Anni passarono e un dì, alfin, riaperse quella finestra che tanti lutti provocò. Non più d’alpestri fronde, non di fresche acque di gentil rivi, ma di sozza concimaia sapeva l’aere.

Pago e sazio fu allora come mai in vita sua, ché simil tra simili ormai era, e, alfin, tanfo nel tanfo.

Pubblicato su
gli Italiani
Mamma
n. 92 di U'Cuntu Leggi tutto

lunedì 4 ottobre 2010

Al mio vero amore

Mia cara Anna, sono certo che il piccolo Matteo non abbia nulla di serio: nei bambini è normale accusare, ai cambi di stagione, dei piccoli malanni. Il nostro caro amico, il Dr. Alberti ti ha già confortato: non c’è nulla da temere. E come si potrebbe mai temere qualcosa con una Mamma premurosa e amorevole come te? Tesoro mio, maledico la lontananza, non perché nutra chissà quale preoccupazione per la salute di Matteo, ma per non poterti essere vicino a rincuorarti e rassicurarti. Indovino, anche se nelle tue lettere non ne fai menzione, notti insonni accanto al lettino del nostro piccolo. Vedo, come se fossi lì, il tuo volto sussultare ad ogni suo colpo di tosse, ad ogni starnuto. Tesoro, già molte volte l’ho detto, ma lasciamelo ripetere ancora: sei la moglie migliore che mai potessi sognare. Non mi sbagliavo, quella sera di dieci anni fa quando, scorgendo il tuo volto nella moltitudine di ragazze presenti a quella festa, trovai il coraggio, vincendo la tua dolce timidezza e suscitando quel rossore sul tuo viso che mi fece subito innamorare di te, di invitarti a prendere un gelato e poi di lasciarti il mio numero di telefono. Tesoro, presto sarò lì con te e rideremo insieme di queste piccole preoccupazioni.

Dolce Rebecca, i tuoi versi appena giunti mi hanno commosso come non mi capitava da tempo o, forse, non è mai capitato nella mia vita. Mi chiedo quale uomo possa definirsi fortunato se non io, destinatario modesto se non indegno della tua arte e, ciò che conta maggiormente, del tuo amore. La stima e l’ammirazione che provo per te cedono il passo solo alla gioia di saperti mia per sempre. Il mio cuore è tuo, dolce Rebecca. Non potrò mai ricambiare come vorrei la tua poesia con pari moneta ma, di certo, posso rassicurarti che il mio amore per te non teme, e non temerà mai, modestie e tentennamenti. Resto in trepida attesa del tuo nuovo poema a me dedicato del quale mi hai accennato nella tua ultima. Conto i giorni, mi dicesti che sarebbe pronto entro la settimana: mi sarà meno penoso trattenere il respiro che sopportare l’attesa. A presto, mia Cara, a prestissimo. Tuo per sempre.

Adorata Carmen, ripenso a ieri sera e mi chiedo come possa attendere ancora una settimana senza morire, senza impazzire. Rivivo il tuo profumo, i tuoi occhi che si socchiudono mentre le tue labbra si avvicinano alle mie, le tue mani che mi accarezzano, e le mie che ricercano affamate i preziosi tesori che mi riserbi; la passione sfrenata segue la tenerezza, come il temporale che, fragoroso, segue le prime goccioline di pioggia. E, consumata la notte, l’arcobaleno del mattino, la luce e la serenità dei sentimenti dopo la tempesta degli abbracci. Ti amo, mia adorata. Morirò, sì, morirò! prima di mercoledì. Ma per quest’oggi, che io possa ancora pensare ai tuoi capelli e ai tuoi occhi…

L’acqua gli lambiva i piedi. Era già il tramonto, la marea tornava ancora a salire e di lì a poco avrebbe cancellato i nuovi amori, nati quel giorno e narrati con uno stecchetto sulla sabbia appena umida. Da quando era naufragato, vent’anni prima, su quell’isolotto sperduto nel Pacifico, unico superstite di una bagnarola al suo ultimo viaggio, aveva via via esaurito la carta, e le penne e anche le bottiglie.
Rimaneva lo stecchetto, e la sabbia, un’immensa lavagna che, al ritmo delle onde, ogni sera dimenticava, e ogni mattina immaginava.



Pubblicato su
gli Italiani

e sul numero 88 di Ucuntu Leggi tutto

lunedì 20 settembre 2010

I cari fratelli

«Fratello! Che gioia incontrarti e abbracciarti!»
«Mai pari alla mia, Fratello, mai pari alla mia. La felicità che mi pervade è indescrivibile.».
«Quanto tempo, Fratello, è trascorso dal nostro ultimo incontro. La misericordia di dio ha operato segni di inaudita grandezza. Il suo amore pervade il mondo e colma di gioia il mio animo.».
«Molti segni, sì, moltissimi segni. Visibili persino a chi ha soltanto un animo ben disposto. Fratello mio, paragonerei (e non vorrei sembrar blasfemo!) l’opera di dio ad un meraviglioso tappeto. Sul retro si intuisce il disegno, si possono scorgere i segni della grandiosità, ma è sul retto verso che si dispiegano le infinite sfumature e bellezze del tessuto. Non dubito, Fratello, non dubito che persino tu sia riuscito, scorgendo il retro, a riconoscere la sublimità del disegno compiuto. E ciò, credimi, è per il mio cuore più dolce del latte e del miele. Ti abbraccio, Fratello.».
«O, Fratello, che gioia mi dai! L’amore di dio è veramente immenso, se concede anche a coloro che non lo seguono in maniera retta l’illusione di poterne vedere il mirabile disegno. Così grande è il suo amore che anche coloro che ne sono lontani (come te, Fratello) sono convinti di esser da lui benedetti…».
«Fai bene, Fratello mio, fai bene a nominare quell’amore di dio che non teme confronti. Non vi è infatti nulla di più grande e santo, tantomeno l’amore che ritengono di conoscere altri credi di evanescente fondatezza.»
«Fratello, non vorrei che tu pensassi che il tuo credo possa percepire un amore di dio maggiore di quello di cui sono inondati i miei confratelli.».
«Ma non v’è dubbio! O no, non v’è! Certo che lo penso: come può essere la copia (peraltro nemmeno ben fatta) essere migliore dell’unico autentico originale, dell’amore che su di noi si riversa?».
«E dimmi, Fratello, è per questa ragione che la settimana scorsa alcuni dei tuoi sono giunti in un nostro villaggio e hanno ucciso tutti non risparmiando donne e bambini?».
«Oh sì Fratello, sì! Fu per amore, per il trionfo del vero amore, acciocché i meschini accecati dall’errore possano redimersi e indirizzarsi verso l’unica via che porterà, a chi la seguirà, un’infinità di bene. Quanto a coloro che, dando l’esempio e fungendo da ammaestramento, sono periti, ora, immersi nell’abbraccio e nell’amore del vero dio, ridono di quei pochi attimi di sofferenza e spandono lodi per noi che abbiamo permesso loro di ascendere a tale gloria. Ed è per questo, Fratello, che proprio non comprendo come mai i tuoi confratelli, il giorno dopo, abbiano posto una bomba di fronte ad uno dei nostri santuari uccidendo 27 fedeli e ferendone 62 (dei quali 35 gravi). Perché essere così refrattari all’amore di dio?».
«Ma Fratello, è evidente, credo, persino a te. Non era certo per le nostre povere vite, ma non potevamo tollerare che qualcuno dubitasse dell’immenso amore che dio riserva a noi, i suoi figli prediletti.».
«Incomprensioni, incomprensioni. Ma ora, Fratello, lasciati abbracciare.».
«Certamente e con la massima letizia, ma potrei chiederti la squisita cortesia di posare per terra il coltello che stringi nella man destra?».
«Fratello, lietissimo sarò di farlo non appena, toccato dall’immenso amore di dio, ti sarai risoluto a riporre quella mazza ferrata che rotei sul capo.».
«Fratello, forse è giunto il momento di salutarci.».
«Ma in letizia, Fratello, in letizia!».
«E anche, da parte mia, con la massima gioia.».
«La tua gioia nel salutarci non potrà mai essere inferiore alla mia, Fratello, mai!».
«Ma ci ritroveremo. Presto!».
«Prestissimo, Fratello,prestissimo! Come puoi dubitarne? Conterò le ore che ci separano dal nostro prossimo incontro.»
«Avverrà prima di quanto immagini, Fratello.».
«Non ne dubito, non ne dubito!».
«A presto allora!».
«A presto, a prestissimo».


Pubblicato su gli Italiani

e sul
numero 87 di Ucuntu Leggi tutto

giovedì 5 agosto 2010

C'era una volta

«La Confraternita è al completo?»
«Sì, Grande Anziano, lo è.».
«Anziano, sei tu presente?»
«Sì, Grande Anziano»
«Neofita Apprendista, sei tu presente?».
« Sì, Grande Anziano, sono in attesa.»
«E tutti voi dei nobili Gradi intermedi della nostra Sacra Confraternita, siete tutti presenti?».
«Sì, Grande Anziano, siamo presenti. Pronunciati, Grande Anziano, raccontaci dell’altro tempo.»
« Per l’ultima volta, Fratelli, mi rivolgerò alla Confraternita: i miei giorni tra voi volgono ormai al termine, mi restano soltanto poche settimane. Tu, o Anziano, diverrai allora Grande Anziano e sarà tuo il compito di educare i più giovani al ricordo, come prima di me e te fecero tanti altri Anziani.».
«Sia così, Grande Anziano. Ma ora rammenta, Grande Anziano, e insegna: quando avvenne la caduta? Cosa ci ridusse nell’angustia? ».
«Non accadde improvvisamente: accecati dalla stoltezza, abituati alla libertà, convinti della nostra invulnerabilità e della nostra forza, non ci rendemmo conto che, giorno per giorno, il male diffondeva le sue cellule maligne. Quando cominciammo a comprenderlo era ormai troppo tardi, il morbo s’era diffuso, ed era incontrollabile. Da allora cercammo di resistere, con poche forze e ancor minore convinzione, ma fummo sopraffatti, i più si ritirarono nell’indifferenza. E cominciò la rovina.».
«Racconta, Grande Anziano, tu conoscesti il mondo di prima.».
«Sì, io conobbi quel mondo».
«Uomo fortunato tu sei, Grande Anziano.».
«Non dir così! - non farmi alzare la voce, ci possono sentire - Non sai di cosa parli, mio giovane Fratello: possa tu non conoscere mai quella vita il cui domani sia sempre peggiore dell’oggi. Neofita, in te alberga la speranza che mai muore nei cuori belli, a me solo il lontano ricordo resta.».
«Racconta, Grande Anziano, come vivevano coloro della mia età?».
«In quel mondo i giovani venivano assunti con contratto a tempo indeterminato.».
«E dopo quanti lustri, Grande Anziano?».
«Subito, il primo giorno.».
«E’ arduo crederti, Grande Anziano.».
«Comprendo, ma così era. E in quei tempi si lavorava dalle nove di mattina alle cinque del pomeriggio. E se talvolta si rendeva necessario trattenersi oltre, veniva riconosciuto lo straordinario.».
«Lo straordinario? Grande Anziano, tu vedesti uno straordinario?»
«Lo vidi».
«E com’era, Grande Anziano? Qual era il suo aspetto?».
«Era una riga, in fondo alla busta paga, dopo le ritenute. Era bello.».
«Ripetilo ancora, Grande Anziano. Cosa poteva accadere se non veniva corrisposto?».
Segui un silenzio gravido di rivelazioni.
«Poteva accadere persino uno sciopero. ».
«Sciopero? Grande Anziano, tu ti burli di noi!».
«No, credetemi, dico il vero.».
«Ma come potevate? L’Azienda non faceva strame di voi? ».
«In verità, in verità vi dico: a quei tempi esisteva un Sindacato.».
«Non è una leggenda, allora! Anche mio nonno ne parlava, ma credevo fosse a causa dell’Alzheimer…»
«Silenzio… dei rumori, laggiù. Sta per passare la ronda. Addio, Fratelli. Il 15 settembre andrò in pensione. Ricordate, perseverate. Sperate. Addio!».
Uscirono rapidamente dai bagni e si sparpagliarono in diverse direzioni precipitandosi ai posti di lavoro. Ma uno di loro fu scorto e fermato da una guardia dotata di frustino.
«Ragionier Morizzi! Lei ha diritto a 10 minuti giornalieri (in due sessioni) per pausa urina e a 6 minuti e 40 secondi per pausa feci (unica sessione, non cumulabile con urina, fatti salvi i quattro giorni di dissenteria annuali previsti dal contratto integrativo). Ragioniere! Cosa faceva nel bagno da 10 minuti consecutivi?».
Il Ragioniere si fece minuto, contemplava la punta delle scarpe.
«Ragioniere! Non ne avrà approfittato per... fumare una sigaretta? Ragioniere! Non rammenta come il fumo sia vietato in Azienda? La salute dei nostri lavoratori è preziosa per noi!» e intanto col frustino batteva il ritmo sulla mano sinistra. Il Ragioniere taceva colpevole.
«Voglio essere indulgente, Ragioniere. Ma non succeda più. Per vostra fortuna, alla salute vostra ci pensiamo noi. E ora vada!»

Pubblicato su

gli Italiani
e sul

numero 83 di Ucuntu
Leggi tutto