lunedì 20 settembre 2010

I cari fratelli

«Fratello! Che gioia incontrarti e abbracciarti!»
«Mai pari alla mia, Fratello, mai pari alla mia. La felicità che mi pervade è indescrivibile.».
«Quanto tempo, Fratello, è trascorso dal nostro ultimo incontro. La misericordia di dio ha operato segni di inaudita grandezza. Il suo amore pervade il mondo e colma di gioia il mio animo.».
«Molti segni, sì, moltissimi segni. Visibili persino a chi ha soltanto un animo ben disposto. Fratello mio, paragonerei (e non vorrei sembrar blasfemo!) l’opera di dio ad un meraviglioso tappeto. Sul retro si intuisce il disegno, si possono scorgere i segni della grandiosità, ma è sul retto verso che si dispiegano le infinite sfumature e bellezze del tessuto. Non dubito, Fratello, non dubito che persino tu sia riuscito, scorgendo il retro, a riconoscere la sublimità del disegno compiuto. E ciò, credimi, è per il mio cuore più dolce del latte e del miele. Ti abbraccio, Fratello.».
«O, Fratello, che gioia mi dai! L’amore di dio è veramente immenso, se concede anche a coloro che non lo seguono in maniera retta l’illusione di poterne vedere il mirabile disegno. Così grande è il suo amore che anche coloro che ne sono lontani (come te, Fratello) sono convinti di esser da lui benedetti…».
«Fai bene, Fratello mio, fai bene a nominare quell’amore di dio che non teme confronti. Non vi è infatti nulla di più grande e santo, tantomeno l’amore che ritengono di conoscere altri credi di evanescente fondatezza.»
«Fratello, non vorrei che tu pensassi che il tuo credo possa percepire un amore di dio maggiore di quello di cui sono inondati i miei confratelli.».
«Ma non v’è dubbio! O no, non v’è! Certo che lo penso: come può essere la copia (peraltro nemmeno ben fatta) essere migliore dell’unico autentico originale, dell’amore che su di noi si riversa?».
«E dimmi, Fratello, è per questa ragione che la settimana scorsa alcuni dei tuoi sono giunti in un nostro villaggio e hanno ucciso tutti non risparmiando donne e bambini?».
«Oh sì Fratello, sì! Fu per amore, per il trionfo del vero amore, acciocché i meschini accecati dall’errore possano redimersi e indirizzarsi verso l’unica via che porterà, a chi la seguirà, un’infinità di bene. Quanto a coloro che, dando l’esempio e fungendo da ammaestramento, sono periti, ora, immersi nell’abbraccio e nell’amore del vero dio, ridono di quei pochi attimi di sofferenza e spandono lodi per noi che abbiamo permesso loro di ascendere a tale gloria. Ed è per questo, Fratello, che proprio non comprendo come mai i tuoi confratelli, il giorno dopo, abbiano posto una bomba di fronte ad uno dei nostri santuari uccidendo 27 fedeli e ferendone 62 (dei quali 35 gravi). Perché essere così refrattari all’amore di dio?».
«Ma Fratello, è evidente, credo, persino a te. Non era certo per le nostre povere vite, ma non potevamo tollerare che qualcuno dubitasse dell’immenso amore che dio riserva a noi, i suoi figli prediletti.».
«Incomprensioni, incomprensioni. Ma ora, Fratello, lasciati abbracciare.».
«Certamente e con la massima letizia, ma potrei chiederti la squisita cortesia di posare per terra il coltello che stringi nella man destra?».
«Fratello, lietissimo sarò di farlo non appena, toccato dall’immenso amore di dio, ti sarai risoluto a riporre quella mazza ferrata che rotei sul capo.».
«Fratello, forse è giunto il momento di salutarci.».
«Ma in letizia, Fratello, in letizia!».
«E anche, da parte mia, con la massima gioia.».
«La tua gioia nel salutarci non potrà mai essere inferiore alla mia, Fratello, mai!».
«Ma ci ritroveremo. Presto!».
«Prestissimo, Fratello,prestissimo! Come puoi dubitarne? Conterò le ore che ci separano dal nostro prossimo incontro.»
«Avverrà prima di quanto immagini, Fratello.».
«Non ne dubito, non ne dubito!».
«A presto allora!».
«A presto, a prestissimo».


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giovedì 5 agosto 2010

C'era una volta

«La Confraternita è al completo?»
«Sì, Grande Anziano, lo è.».
«Anziano, sei tu presente?»
«Sì, Grande Anziano»
«Neofita Apprendista, sei tu presente?».
« Sì, Grande Anziano, sono in attesa.»
«E tutti voi dei nobili Gradi intermedi della nostra Sacra Confraternita, siete tutti presenti?».
«Sì, Grande Anziano, siamo presenti. Pronunciati, Grande Anziano, raccontaci dell’altro tempo.»
« Per l’ultima volta, Fratelli, mi rivolgerò alla Confraternita: i miei giorni tra voi volgono ormai al termine, mi restano soltanto poche settimane. Tu, o Anziano, diverrai allora Grande Anziano e sarà tuo il compito di educare i più giovani al ricordo, come prima di me e te fecero tanti altri Anziani.».
«Sia così, Grande Anziano. Ma ora rammenta, Grande Anziano, e insegna: quando avvenne la caduta? Cosa ci ridusse nell’angustia? ».
«Non accadde improvvisamente: accecati dalla stoltezza, abituati alla libertà, convinti della nostra invulnerabilità e della nostra forza, non ci rendemmo conto che, giorno per giorno, il male diffondeva le sue cellule maligne. Quando cominciammo a comprenderlo era ormai troppo tardi, il morbo s’era diffuso, ed era incontrollabile. Da allora cercammo di resistere, con poche forze e ancor minore convinzione, ma fummo sopraffatti, i più si ritirarono nell’indifferenza. E cominciò la rovina.».
«Racconta, Grande Anziano, tu conoscesti il mondo di prima.».
«Sì, io conobbi quel mondo».
«Uomo fortunato tu sei, Grande Anziano.».
«Non dir così! - non farmi alzare la voce, ci possono sentire - Non sai di cosa parli, mio giovane Fratello: possa tu non conoscere mai quella vita il cui domani sia sempre peggiore dell’oggi. Neofita, in te alberga la speranza che mai muore nei cuori belli, a me solo il lontano ricordo resta.».
«Racconta, Grande Anziano, come vivevano coloro della mia età?».
«In quel mondo i giovani venivano assunti con contratto a tempo indeterminato.».
«E dopo quanti lustri, Grande Anziano?».
«Subito, il primo giorno.».
«E’ arduo crederti, Grande Anziano.».
«Comprendo, ma così era. E in quei tempi si lavorava dalle nove di mattina alle cinque del pomeriggio. E se talvolta si rendeva necessario trattenersi oltre, veniva riconosciuto lo straordinario.».
«Lo straordinario? Grande Anziano, tu vedesti uno straordinario?»
«Lo vidi».
«E com’era, Grande Anziano? Qual era il suo aspetto?».
«Era una riga, in fondo alla busta paga, dopo le ritenute. Era bello.».
«Ripetilo ancora, Grande Anziano. Cosa poteva accadere se non veniva corrisposto?».
Segui un silenzio gravido di rivelazioni.
«Poteva accadere persino uno sciopero. ».
«Sciopero? Grande Anziano, tu ti burli di noi!».
«No, credetemi, dico il vero.».
«Ma come potevate? L’Azienda non faceva strame di voi? ».
«In verità, in verità vi dico: a quei tempi esisteva un Sindacato.».
«Non è una leggenda, allora! Anche mio nonno ne parlava, ma credevo fosse a causa dell’Alzheimer…»
«Silenzio… dei rumori, laggiù. Sta per passare la ronda. Addio, Fratelli. Il 15 settembre andrò in pensione. Ricordate, perseverate. Sperate. Addio!».
Uscirono rapidamente dai bagni e si sparpagliarono in diverse direzioni precipitandosi ai posti di lavoro. Ma uno di loro fu scorto e fermato da una guardia dotata di frustino.
«Ragionier Morizzi! Lei ha diritto a 10 minuti giornalieri (in due sessioni) per pausa urina e a 6 minuti e 40 secondi per pausa feci (unica sessione, non cumulabile con urina, fatti salvi i quattro giorni di dissenteria annuali previsti dal contratto integrativo). Ragioniere! Cosa faceva nel bagno da 10 minuti consecutivi?».
Il Ragioniere si fece minuto, contemplava la punta delle scarpe.
«Ragioniere! Non ne avrà approfittato per... fumare una sigaretta? Ragioniere! Non rammenta come il fumo sia vietato in Azienda? La salute dei nostri lavoratori è preziosa per noi!» e intanto col frustino batteva il ritmo sulla mano sinistra. Il Ragioniere taceva colpevole.
«Voglio essere indulgente, Ragioniere. Ma non succeda più. Per vostra fortuna, alla salute vostra ci pensiamo noi. E ora vada!»

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lunedì 26 luglio 2010

Capitolo ventisette

«Prego, può entrare».
La segretaria, con vellutato fare da Gran Sacerdotessa dei Misteri, annuì severa in direzione della porta. Il momento era arrivato, l’incontro col Gran Capo.
Il Ragioniere, abituato a stanze affollate e sudate si sentì minuto e sciocco al cospetto della grande scrivania che, da sola, occupava lo spazio a disposizione sua, del Ragionier Perella e del Geometra Bertenghi. La pianta, poi, una palma degna dell’orto botanico, avrebbe potuto accogliere sotto le sue ampie chiome persino il Dr. Velluri al quale, come si sa, piacciono molto i dolci. E poi ci sarebbe anche da considerare la Dott.ssa Martesano, in effetti, ma lei era, invece, molto attenta alla linea. Da poco aveva dovuto lasciare la sua stanza singola, la Dott.ssa, per precipitare nella loro promiscuità. Esigenze di spazio, disse l’Azienda, gli affitti costano, i locali devono ridursi e bisogna fare un sacrificio. La Dott.ssa non se n’era data pace, la poverina, e fu in quelle settimane che cominciò ad interessarsi di filosofie orientali sino a partire, qualche tempo dopo, per andare a santoneggiare in India. Ingrassando pure, peraltro; ma nel momento in cui il Ragioniere varcò la dirigenzial soglia la Dott.ssa ancora studiava testi di marketing in inglese, era molto attenta alla linea e sarebbe potuta entrare comodamente nel vaso della gran palma.
«Ragioniere, proprio lei» lo accolse affabile il Capo. Lo affascinò di discorsi confidenziali sui massimi sistemi economici e aziendali, lo mise a parte di inconfessabili segreti in realtà noti a tutti e poi gli comunicò che gli offrivano una nuova opportunità. Generalmente quando il Capo o il Responsabile del Personale parlano di nuove opportunità alludono alla possibilità di trovare sufficienti argomenti per scrivere il ventisettesimo, il ventottesimo e il ventinovesimo capitolo del saggio “Tagliarsi le vene e morire in allegria”. Ma questa era un’opportunità sfidante, e allora si poteva arrivare con nonchalance a trentasei capitoli. Stava quasi per comunicagliela quando dei colpi secchi si abbatterono sulla porta. La Gran Sacerdotessa strillò al vilipendio e al sacrilegio ed entrarono facce giuste di sindacalisti arrabbiati.
Tesa l’atmosfera, Il Ragioniere avrebbe voluto (e anche potuto, in effetti, date le dimensioni) nascondersi dietro la palma, ma il primo di quei sindacalisti si precipitò contro il tavolo salmodiando a gran voce “inaccettabile”. Si riferiva, s’apprese poi, all’ultimo ordine di servizio emanato dal Personale.
«Venti! E’ fuori discussione» sbraitava paonazzo, lacrime agli occhi, muscoli contratti del collo, spalleggiato dal non meno esasperato compagno che controcantava “inaccettabile!” in ottava superiore.
Il Capo allargava le braccia e si rendeva conto, ma erano esigenze di servizio.
«E’ fuori discussione» barrivano i sindacalisti.
«In Cina hanno accettato le cinquanta» constatò il Capo col tono che non sarebbe per nulla sfigurato anche in caso di “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio”.
«Ma noi non siamo in Cina» cercò di obiettare il sindacalista, evidentemente ferrato in Geografia.
«E allora vuol dire che ci trasferiremo in Cina» annuì comprensivo il Capo, con quella severa autorevolezza che fa dire al bravo chirurgo che sì, è necessario operare, è necessario per salvare la vita, è deontologico.
«Tre, non una di più» rilanciò il sindacalista.
Alla fine mediarono: dodici, non più di dodici staffilate per turno nel caso di mancato rispetto dei tempi di lavoro. Ma il Capo era convinto che di questo passo nulla sarebbe poi rimasto in Italia. Non si era al passo coi tempi, e con il mercato globale. I sindacati, oltretutto, non avevano compreso la modernità .
«Dicevamo?- riprese quando i sindacalisti si congedarono per stilare un comunicato grondante senso di responsabilità – Ah sì! un’opportunità sfidante».


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giovedì 17 giugno 2010

Dura lex sed lex

«Fate entrare l’accusato» ordinò il Cancelliere al quale, sottovoce, si rivolse l’inquirente chiedendo di chi si trattasse.
«Tal Gesù, fu Giuseppe, nato a Betlemme 33 anni fa. Ultimo domicilio conosciuto: Nazareth».
«Di cosa è accusato?»
«Sedizione, abuso di credulità popolare, falso ideologico…».
«Falso ideologico?»
«Sostiene di essere Re dei Giudei e Figlio di Dio».
Il Governatore allora si alzò in piedi e si rivolse all’uomo incatenato.
«Sei tu il Re dei Giudei?».
«Tu lo dici» gli rispose il prigioniero guardandolo negli occhi, senza ombra di timore reverenziale nei confronti del potente inquisitore. Il Cancelliere si era intanto avvicinato nuovamente al Governatore e gli sussurrò alcune parole nell’orecchio indicandogli un gruppetto di Giudei che prendevano appunti vergando vigorosamente delle tavolette di cera.
«Voi – chiese il Governatore – chi siete? Cosa state facendo? Come vi chiamate?»
«Luca» rispose il primo, «Marco» aggiunse il secondo e «Matteo» concluse il terzo.
«Ma non ce n’era un altro fino a poco fa? Dov’è andato?».
«Ecco… dietro, lì. Insomma, aveva un bisogno». «Un po’ costipato». «Sì sì, costipatello. Devono essere state le locuste fritte di ieri sera». «E’ da stamattina che non si sente bene». «L’ha detto anche a me, è vero. “Marco - mi ha detto - la cena di ieri sera è stata veramente l’ultima per me. Da ora in poi dieta...” Forse però è stato anche il vino, non solo le locuste fritte nel grasso di montone…».«Eccomi, eccomi…».
«Ora che siete tutti qui, ditemi, cosa state scrivendo su quelle tavolette?»
«Prendiamo appunti». «Sì, infatti, gli atti dell’inchiesta». «Questa sì che è un’inchiesta che farà molto rumore». «Oh sì, proprio».
«Per quale giornale collaborate?»
«Giornale?». «Ecco noi… Cosa sono i giornali, scusi, Governatore?». «Già, infatti, cosa sono?».
«Siete iscritti all’Ordine dei giornalisti?».
«Ordine dei Giornalisti? No io no e tu?». «No, mai sentito nominare. Chi sono? I lavoratori a giornata?». «Non credo... Però, Governatore, ho il tesserino dell’ordine degli Evangelisti». «Vero, ce l’ho pure io.». «Anche io.». «Il nostro è autentico, ma ne girano un sacco di falsi e apocrifi, sa? Governatore…».
«Non ignorate, immagino, che con le nuove norme emanate da Roma non è lecito trascrivere atti di un’inchiesta. Chi è il vostro Editore?».
«Buona domanda». «Potrebbe essere il Padre Eterno?». «In un certo senso, però Lui non firma i contratti». «Però ci ispira la linea editoriale». «Vero.».
«Centurione – ordinò il Governatore – sequestri quelle tavolette.»
«Ma non si fa.». «Non è bello». «Vero, non è per niente bello.». «O mannaggia, devo ritornare alla latrina».
Il Centurione consegnò le tavolette al Cancelliere che cominciò a scorrerle mentre il Governatore «Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Dunque, Giuseppe, sei tu il Re dei Giudei?»
«Giuseppe era suo padre…».
«Già. Allora, Giosuè, sei tu il Re dei Giudei?».
«No, non si chiama Giosuè. Comincia con la G ma …».
«Giuda, sei tu il Re dei Giudei?»
«Giuda? No, per carità, quello era il nostro infiltrato».
«Insomma: sei tu il Re dei Giudei?»
«Governatore!»
«Che c’è ora, Cancelliere?».
«Nelle tavolette c’è un riferimento al Padre Suo che è nei Cieli».
«Il fu Giuseppe?».
«No, un altro.».
«Imputato complicato… Quasi quasi me ne lavo le mani di questo caso…Ma questo Padre Suo che è nei Cieli è iscritto nel registro degli indagati?».
«Non risulta».
«Avete sentito – alzò la voce il Governatore rivolgendosi ai quattro – Il Padre Suo non è indagato. Non potete nominarlo nei vostri resoconti».
«Ma noi non lo nominiamo mai invano.». «Oh no! Figurarsi!». «Però certe volte è necessario.». «Eccomi, mi sono perso qualcosa?». «Dice che non possiamo citare il Padre che è nei Cieli». «Oh però».
«Governatore!»
«Che succede ancora, Cancelliere?».
«Ci sono virgolettati!».
«Virgolettati?»
«Sì, c’è il resoconto dell’interrogatorio davanti ad Anna e Caifa».
Il Governatore si alzò, braccio teso monente nei confronti dei quattro.
«Roma stabilisce che non si possono pubblicare gli atti di un’inchiesta. Solo un riassunto.».
«Come? Un riassunto?». «Ma è assurdo!». «Si perde tutto, così». «E’ vero, la parola è importante.». «Se il Verbo doveva parlare per riassunti mica si faceva carne!». «Vero, spediva un messaggio con la colomba.». «Ma non sarebbe stata la stessa cosa…». «Oh no, per niente». «Ecco, mi ritorna il mal di pancia.». «Resisti, è un momento abbastanza importante.». «Dici?».
«Dura lex, sed lex - sentenziò il Governatore che, segretamente, da anni sognava di potersene uscire in maniera così severa e lapidaria – Cancelliere! Proceda al sequestro delle tavolette.».
«Eh no! Così non si fa!». «Giusto! Il pubblico deve essere informato».
«Pubblico… – sorrise con scherno il Governatore – Ma chi credete che si interessi mai agli atti di un’inchiesta?».

«Bé, no, qualcuno c’è.». «Esatto, e credo, Governatore, che di questo processo se ne parlerà a lungo». «Vero. Sì, sì sì, proprio a lungo.». «Pensate che possa andarmene ora? Non ce la faccio più. Poi mi fate un riassunto.». «Pure a te? Resisti». «Governatore, questa è una legge ingiusta!». «Vero, sì, proprio ingiusta.». «Non è democratica!». «No, no, per niente democratica.».
«Dite che non sia democratica? Ma se la maggioranza questo desidera, la legge non solo è democratica, è anche giusta- e, con gesto teatrale (Pilato in realtà sognava di fare l’attore) – Fatelo entrare!» ordinò.
I legionari condussero un omaccio con occhi iniettati di sangue, uno che si vedeva lontano le cento miglia che era un poco di buono. Sgomitando e scavalcando i quattro, un giovane cronista armato di tavoletta, seguito da una mezza dozzina di colleghi, si slanciò contro il nuovo arrivato.
«Onorevole Barabba – gli domandò – è stato difficile vincere il ballottaggio con Gesù?»
«Non mi ha mai impensierito, il mio programma era certamente superiore. E come tutti gli eletti, avendo vinto a larghissima maggioranza e godendo del largo favore popolare, mi considero un Unto del Signore.».
«E il Cristo?».
«Il suo scarso seguito dimostra l’arretratezza delle sue idee, paraltro già sconfitte dalla storia».
Il Governatore, con gesto maestoso, congedò i quattro. «Attenzione a cosa scrivete» li ammonì mentre venivano condotti via.
«E ora?». «Bel pasticcio.». «Un pasticcio, sì, a queste condizioni mi sa che non scrivo niente». «Vero. Si perde tutto.». «Tutto, tutto.». «Io me ne torno alla latrina. E ci resto.».

La settimana scorsa, calda mattina estiva.
«Presto, cari, è ora, la funzione sta per cominciare».
«Eccoci, Mamma. Ma oggi cosa sacrificheremo a Giunone?».
«Credo una giovenca. O una capra? Non so, chiedete a Papà, è lui che si occupa di queste cose.».
«Mamma, ma quanti animali hanno sacrificato a Giunone in tutta la sua vita?»
«E chi lo sa? Migliaia, milioni…»
«Ma, Mamma, è da tanto, quindi, che si fanno sacrifici ai nostri Dei del Pantheon?».
«Da tantissimo.».
«Ma, Mamma, non è mai venuto fuori nessun altro Dio in tutto questo tempo?»
«Un altro Dio? Fuori dal Pantheon? Ma no, l’avremmo saputo, non credi?».


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martedì 18 maggio 2010

Viva V.E.R.D.I.

L’ultimo usciere aveva spento l’ultima luce e l’oscurità era finalmente calata sul lungo corridoio del Palazzo. S’erano chiuse le pesanti massellate e istoriate porte, le dorate serrature erano scattate e la pace regnava ora sovrana, come è giusto che sia in un palazzo un tempo di Re.
Un sussurro, un bisbiglio, una volta accertata la duratura quiete, si levò da uno degli angoli e, per quanto fosse appena intellegibile, suonava però imperioso, autoritario. E anche un po’ seccato.
«Non furono, quest’anno, celebrazioni grandiose, nevvero? Ne convenite anche voi?».
«Senza meno.».
«Deludenti, invero.»
«Invero sì.»
«Mi chiedo qual sia la causa. Forse il vedermi accumunato a persone di lega, in verità, non sempre nobile può avermi arrecato un certo qual nocumento?».
E qui il silenzio si fece spesso, perché palese era l’allusione ai presenti.
«Temo non sia solo questo, Maestà. Ancor periglia, in questi dì, l’Unità della Nazione.».
«Cosa dite mai, Benso? L’Austria ancor minaccia il Lombardo Veneto e l’integrità della Patria?».
«Non propriamente, Maestà, è il Lombardo Veneto che minaccia l’Unità, e sanza che si periti l’Austria di profferir verbo»
«Ohibò e perché mai?».
«Perché l’Italia nacque sotto cattiva stella – si unì allora una terza voce – stella d’oppressione e tirannide, stella monarchica, stella del (pausa minacciosa e un po’ disgustata) Savoia. Non sorprende che il Popolo non provi affezione per la cara Madre.».
«Oh, ma il Mazzini è ancor là? Benso, non s’era decretata la dannasiun memoriae (damnatio, Maestà, damnatio) per quel becchino repubblicano?».
«E’ la vostra presenza, Savoia, che in vero sorprende, giacché L’Italia ora è Una e repubblicana.»
«E ben si vede che fine ha fatto la vostra Italia Una e repubblicana. Ricusavate la Maestà e ora v’inginocchiate a Pirlasconi (Berlusconi, Maestà). E taccio di rammentare di certe suddite (Oui! Meglio tacere, Maestà!)... Benso! Ma la mi dovete sempre correggere? Son pur sempre la Vostra Maestà, neh! Volevate la Repubblica? E ora l’avete, congratulassiun, tenetevi il Baracconi.».
«Sotto il tallone della tirannide il popolo divien plebe e spregia la libertà medesima. Savoia, v’accuso! Nel far vostra l’Italia, avete fatto gl’ italiani servi! ».
«Benso! Ma ancora mi cogliona quel Mazzini? Ma che ci fa qui? Ma non lo si era condannato? Non era riparato in Isvizzera o in Inghilterra? Caro il mio Mazzini, non ci fossimo resoluti noi, la vostra Italia non l’avreste mai veduta, non da vivo, non da morto non da statua. Mercé chi, di grazia, la si voleva unire? Con quali armi? Col vostro Pisagatti? Coi vostri 300 giovanissimi e fortissimi che son però mortissimi?».
Un colpetto di tosse, uno schiarirsi la voce «Giammai l’Italia sarebbe Una, non fusse pei miei 1000. Quando lor signori si baloccavano di astruserie diplomatiche, o quando taluno si perdeva in vaneggiamenti mistici e oppiacei o in atti tanto velleitari quanto inutili, fu solo in grazia dell’azione da noi intrapresa che si sciolse il gordiano nodo che avviluppata tenea la Penisola. Voi cianciavate, noi si seminava, voi discettavate d’Italia Una, noi la si faceva.».
«Peut-être - ripose freddo Benso - Ma le scienze agricole, che mi capitò di frequentare, spiegano come merito precipuo del cultivatore sia l’assistere la crescita del raccolto più che lo sparger semenza. Forse Voi, Garibaldi, seminaste, ma noi curammo e noi impedimmo che la pianta deperisse anzitempo, fato ineluttabile s’avessimo lasciato a voi l’iniziative.».
«E’ merito dei 1000, caro il mio Benso, se il vostro Re lo divenne di Napoli e Roma e non lo rimase di Pinerolo e Mondovì.».
«Benso! Ma come osa quel villanzone?».
«Nulla è ciò ch’egli dice, Savoia. Divenir l’Italia Regno, quella fu la jattura. Oh, foste restato a Mondovì!».
«Ancora quel Mazzini? Ce l’ha ora la sua repubblica, ne sia felice, con Trafficoni Presidente e Pesciaroli Ministro. Oh sì, bell’affare, bell’affare veramente!».
«Un Presidente iniquo e vizioso lo si può deporre, in Repubblica. Sub monarchia avremmo patito, sanza nulla speme, le ingiurie de’ vostri debosciati nipoti.».
«Alludete, Mazzini?».
«Alludo, Savoia.»
«Colpa vostra: se i miei nipoti fossero vissuti a Corte e non nelle mollezze di un esilio repubblicano avrebbero certamente mostrato miglior riuscita. Benso, che ne dite voi?»
«Dico, Maestà, e lor signori, che sarebbe il caso di por fine a tali querimonie e rammentarsi dell’imminente comune periglio.».
«E sarebbe quale, il periglio?»
«Udii voci, Maestà e lor Signori: pare vi sia l’intenzione di trasferirci in altro locale.».
«Non istaremo ancor in questo largo corridoio? E dove ci menerebbero, di grazia? Forse nel salone panoramico dal quale si godrebbe mirabil vista?».
«Parmi , Maestà, che l’intenzioni sien altre.».
«Potrebbe darsi nello studiolo, ché la nostra figura possa suggerire alte e nobili scelte pel destino della Patria?».
«Mi duole, Mazzini, ma non raccolsi tali propositi.».
«Che sia nella balconata affacciata sulla piazza d’Arme, in guisa che noi si possa ispirar le giovini reclute della Patria?».
«Mai più, Garibaldi. Maestà, Signori, il parlottio cennava ad un sottoscala.».
«Un sottoscala? Come osano! Ah, non fossi qui in effigie di busto e m’avessero almen serbato braccia e sciabola farei vedere io, farei vedere! Non basterebbero tutta la milizia e tutti i Prefetti del Ministro Coglioni!».
«Maroni, Maestà.».
«E va bin, sono pur sempre cose che si rompono. Ma quando avverrebbe, poi, questo trasferimento?».
«Presto, dimane, di buon’ora.».
«Ma perché mai, questa transumanza?».
«Non compresi appieno. Cavi, nuova sala stampa . Ammodernamento. Di più ignoro.»
Fu una notte greve quella che precedette l’arrivo dei traslocatori. Con molta dignità, senza lasciar trasparire emozione alcuna, gli augusti Padri della Patria si fecero imbracare, sollevare e portar giù. Solo Garibaldi, combattivo, oppose una strenua resistenza e si abbarbicò al suo piedistallo con tutte le forze che gli erano concesse. Tanto resistette che gli altri tre, ormai giunti al fondo del Palazzo, udirono un frastuono, uno schianto, che si propagò per tutti i saloni e tutti i corridoi.
«Garibaldi fu fracassato.».
«Meschino. In fondo l’era un bravo figliuolo. Idee un po’ balzane, ma non cattivo. Benso, pensate che sia questa la nostra nuova magione?».
«Ritengo di sì, Maestà».
«Non mi pare molto luminosa, nevvero?».
«No di certo, Maestà.».
«E neanche molto spaziosa, mi sembra.».
«Oserei dire angusta, Maestà.»
«Infatti avverto la vostra vicinanza, Benso. Visto che siete così prossimo, di grazia, potreste dirmi perché m’han posto questa veletta sul volto?».
«Maestà, temo si tratti di una ragnatela.».
«Ne siete sicuro, Benso?».
«Temo di sì, Maestà.».
«Ah.».

«Benso?».
«Maestà.»
«In finale, per i prossimi 50 anni si deve solo riposare, nevvero? e un locale quieto e silenzioso (molto silenzioso) può avere i suoi vantaggi. Ne convenite? Ora dobbiam solo attendere d’esser nuovamente destati.».
«Bien sûr, Maestà, purché qualcheduno ancor ci desti.».


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Numero 76 di Ucuntu
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domenica 2 maggio 2010

Scorie / Le cronache del tempo che verrà

Era in ospedale, questo l’aveva capito. Nel corso delle ultime ore (o erano giorni?), nei brevi periodi desti di un lungo dormiveglia se n’era reso conto: l’ambiente asettico, i camici bianchi chini su di lui, il lento sgocciolo delle sacche di medicinali in soluzione. Era in ospedale, ma non ricordava perché fosse lì. Ancora sonnolenza, ancora le palpebre che si chiudono artificialmente.
Poi, dopo un periodo che non poteva misurare, un risveglio meno effimero, la stessa stanza, ma qualcuno accanto. Uno sconosciuto, non la moglie o uno dei sui cari, un uomo che vestiva abiti formali ma che si capiva fosse più a suo agio in mimetica.
«Ben svegliato», lo salutò lo sconosciuto.
«Do… dove sono?».
«In una clinica privata. Ha subito qualche intervento, ma le assicuro che non è nulla di grave. Presto uscirà da qui in forma come prima. Ha idea del perché si trovi qui?».
Alla memoria, allora, ritornarono, vivide, le immagini prima dimenticate. Il deposito di scorie radioattive, di cui era uno dei custodi, notte, l’allarme che squilla, un’effrazione?, la corsa all’armeria e poi al settore Nord, dei lampi, degli spari e… e cosa? Nulla, nulla più. L’ospedale, lo sconosciuto…
«Ricordo un allarme, al deposito…».
«Bene. E’ meglio che non ricordi altro, anzi, che dimentichi anche questo.».
«Ma lei chi è?».
«A lei è lecito domandare, a me non è concesso rispondere».
«Ma cosa volete da me?».
«Vogliamo che dimentichi.» e nel dirlo si alzò e si diresse verso la porta.
«Ma poi, l’effrazione… Ha avuto luogo? Hanno rubato qualcosa?».
Lo sconosciuto, sul punto di uscire dalla stanza, voltò il capo, solo il capo «A lei è lecito domandare, a me non è concesso rispondere. Ma, e questo lo ricordi, a lei è lecito domandare solo a me. Non ponga queste domande a nessun altro, lo verremmo a sapere. E ci incontreremmo ancora, in quel caso. Per l’ultima volta.».

Passò del tempo, qualche mese, qualche anno, forse, e in una notte torrida d’estate, il vicecommissario sfogliava l’incartamento dell’assassina filippina mentre, in sottofondo, il canale news aggiornava le vuote stanze sugli ultimi avvenimenti. La fine della Guerra dei Distretti in Cina, una guerra che aveva provocato, secondo stime ufficiose, almeno dieci milioni di morti, l’inaugurazione di una nuova centrale nucleare sulla costa pugliese. L’Amministratore delegato della società elettrica rispondeva competente alle domande della giornalista, magnificava la potenza e l’assenza di significativi impatti ambientali…
«Commissario…». lo interruppe l’Agente
«Sono un Vice, sì?».
«Una chiamata, una signora vuole denunciare il marito che cerca di entrare in casa.».
«Il marito? Non lo fa entrare a casa sua?».
«E’una lunga storia, sostiene. La casa è sua, gliel’ha lasciata il padre… Il marito s’è rovinato in Borsa, non vuole farlo entrare perché non vuole che i suoi beni vengano presi dai creditori del marito, ha chiesto la separazione…».
«Ma chi è questa?».
«Ho il nome di là… Sara, Sara qualcosa…».
«Capito. Mandate qualcuno prima che sveglino il quartiere. Consigliate un albergo al marito e un avvocato per tutti e due domattina» e ritornò al suo fascicolo mentre l’Amministratore delegato ricordava come, grazie al nucleare, si fossero abbattute le emissioni di CO2,che ormai superava i 500ppm, e ricordava come non si fosse verificato un solo incidente negli ultimi 30 anni, almeno dal 2020. Il nucleare faceva bene all’ambiente, e dato che le energie alternative si erano tutte risolte in una bolla di sapone, rimaneva anche l’unica. Ma allora perché gli ambientalisti erano contro? chiedeva l’intervistatrice. E qui l’Amministratore sorrideva, e suggeriva come le lobbies del petrolio fossero potenti, e potessero manipolare…
«Commissario..» questa volta l’Agente era trafelato, e preoccupato.
«Vice, sì?»
«Piazza Colonna. Kamikaze imbottito di esplosivo.»
«Ancora? Chiama i cecchini, gli artificieri, andiamo… Fate sgombrare, intanto, cordoni…»
«Commissario… Vice… Non ha solo esplosivo. Dice che è pieno di materiale radioattivo.»

Era in mezzo alla piazza, seduto alla base della Colonna. Stringeva un pulsante tra le mani, qualcosa collegato al detonatore, per provocare un’esplosione qualora un cecchino l’avesse ucciso. Gridava di allontanarsi, di allontanarsi tutti, almeno di 50 metri, gridava che mancavano cinque minuti, poi sarebbe esploso.
«Che dicono i contatori?» – chiese il vice commissario ad un camice bianco.
«Non rilevano radioattività».
« Sarà un bluff?».
«Non ci giurerei, Commissario – non fu ricordato che era solo un vice, non era il momento – Vomita, diarrea. Sintomi di malattia da radiazioni.».
«Ma chi è?».
«Stiamo controllando le foto in archivio».
Il sito delle news aveva intanto trovato qualcosa di più eccitante di una pace in Cina e la notizia del kamikaze radioattivo aveva monopolizzato la rete.
«Maschere» ordinò il Commissario e tutti gli agenti le calarono sul volto.
«Trovato! –era l’Agente che consultava l’archivio – Paretti, Giorgio Paretti. Anarchici combattenti. ».
«Che altro?».
«Vari arresti, ma niente di veramente grave. Sparito dalla scena nell’ultimo anno… Aspetti, c’è un file sanitario».
Frattanto, da un sito era sparita la giornalista e, al suo posto, era comparso un cappuccio nero da cui spuntavano due occhi febbrili ed eccitati. Un anarchico combattente, diceva. Leggeva un comunicato, si erano intrusi nel sito delle news. Lotta al sistema. Annunciava l’esplosione entro pochi minuti. Se ci si teneva lontani nessuno si sarebbe fatto male, l’esplosivo era in quantità modesta. Ma le scorie radioattive avrebbero reso invivibili isolati interi di centro città per anni. O, almeno, vivibili solo con le maschere. Le attività economiche e politiche ne avrebbero ricevuto un danno irreparabile. E si vedeva, attraverso le strette fessure del cappuccio, che i suoi occhi erano veramente divertiti e compiaciuti.
«Cancro, Commissario. Nell’ultimo anno è entrato e uscito dal Policlinico. Stomaco, molto avanzato».
Vomitava, ai suoi piedi una chiazza scura. Tremava, volto emaciato, sguardo febbrile. Sudava nello sforzo di tenere premuto il pulsante del detonatore. E guardava l’orologio.
«E’ un bluff – ribadì il vicecommissario – non è malattia da radiazioni. E’ un poveraccio condannato comunque a morire»
Un minuto, ribadì il cappuccio nero.
Allontanarsi! Di più! Maschere!
I teleobiettivi dei siti news erano puntati sul kamikaze anarchico. Scandiva i secondi, quaranta, trentacinque, il suo capodanno, l’inizio di una nuova storia, la fine della sua storia. Tre, due, uno, e un’esplosione sparse per la piazza carne e sangue e vomito e merda e imbrattò la colonna Antonina, e mai i massacri dei germani, lì rappresentati, erano sembrati più realistici e vivi.
E una nuvoletta si sollevò allora, bianca e leggera, una nevicata estiva che non scendeva dal cielo, ma saliva da un cadavere, o da ciò che ne era rimasto.
«Maschere! – gridò ancora il vicecommissario – Contatori! Rilevatori!».
«Niente radioattività, commissario, niente!».
«E quella polvere?».
Un camice bianco s’era avvicinato, aveva raccolto dei fiocchi. «Sembra talco, Commissario».
«Talco?».
«Sì, Commissario! Il kamikaze era imbottito di borotalco!».
Una risata catartica si propagò allora come un’onda tra gli agenti dei cordoni, partendo da quelli più vicini e arrivando, mano a mano che il passa parola portava la notizia, ai più lontani. Così che, mentre i primi già si rallegravano, gli ultimi erano ancora preoccupati e timorosi e quando questi, infine, cominciarono a ridere, i primi s’erano già levati le maschere e si davano pacche l’un l’altro e sghignazzavano, e barcollavano in precario equilibrio per le risate e per il viscido del sangue sull’asfalto. Qualcuno alla fine lo perse, l’equilibrio, e, senza che gli schiamazzi, ancora più sguaiati, cessassero, cadde sulle umane scorie festeggiando lo scampato pericolo.
Il Vicecommissario annunciò la buona novella ai giornalisti oltre i cordoni. Bluff! ripeteva, era un bluff! Talco, Borotalco!
«Missione compiuta », annunciò nel frattempo il cappuccio nero.
Non è vero! Non è vero niente! Si sbracciava il vicecommissario. Era borotalco! Solo borotalco.
«Missione compiuta – ribadì – A Milano. Quello di Roma era solo un diversivo» e la sua immagine sparì, e ritornò il canale news. Scorrevano in basso le ultime notizie di agenzia: “Esplosione a Milano, via Vittor Pisani, deserta, per l’ora. Non si segnalano feriti. Da prime indiscrezioni si registrano elevati livelli di radioattività.”

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gli Italiani
Numero 77 di Ucuntu Leggi tutto

giovedì 8 aprile 2010

The last gift (L'ultimo dono)

They weren't any taller than the Earth people, yet they built the Temple, this eternal monument which extended over two planets: the Main Planet and its smaller satellite, which had simply been called Temple for thousands of years. Connecting Main to its satellite there is a series of fourteen purification stations in which the pilgrims from Main who wish to visit Temple and see, if only for a few moments and from immeasurable distances, the Mother Priestess, must stop and raise their spirit and get slough off the dross of life. They weren't any taller than the Earth people, and they became extinct millions of years ago, yet they left a legacy to all peoples: their religion, which, over the following eras, absorbed all the others and became, in effect, the only one in the explored universe: the Worship of the Immense. And, of course, they left the Temple, or rather they left the original nucleus, which was renovated and extended and aggrandised in the millions of years that followed, until it became what it is today. They weren't any taller than the Earth people, perhaps even a little shorter, but their name is still remembered millions of years after their extinction, and will be remembered as long as life itself endures in the universe.
He had left the fourteenth and last purification station many days before and was now waiting for the moment of the private hearing in a lounge next to the hall of gifts, a rare honour reserved only to a few. He was an Earth man and he had a casket with him which he hardly took his eyes off, perhaps in the absurd fear that someone might take it from there, from that very place. A group of pilgrims had been waiting for a long time now, reciting the old string of prayer beads and chanting in unison, while silent automatons glided on air pillows, with swift and composed diligence. The Temple is permeated by technology, and there is nothing, from the cleaning, to the lighting system, to the adjustment of the atmosphere, that is not centrally directed by synthetic intelligence, subjected to incessant mutual control, in order to avoid any kind of malfunction. From time to time, however, albeit rarely, a flawed instruction is generated, though only in some minor routine which does not compromise the integrity of the system, a system that has been maintained for millennia, and has withstood all sorts of attacks from the most disparate and desperate, chaotic groups. Such an error – a tiny error – was generated just as the group of pilgrims were coming to the last bead on their prayer-strings, a tiny malfunction in the archive database during a procedure considered of the fifth level, for which no stringent controls are in place. The heavy, enormous doors opened without a groan, without any apparent effort, and the chamberlain approached, surrounded by a group of guardian automatons. He solemnly, but politely, invited the Earth man to follow him inside.
The Mother Priestess, tiny and translucent, almost transparent, was at the centre of the room, which was big enough to hold a large spaceship. She was suspended at a certain height from the floor, supported by invisible, delicate forces. The Earth man stopped his carrier at a certain distance from her and knelt down, bringing his hand to his chest, head bowed, waiting, next to the casket.
"Rise, Earth man" the Priestess told him, and her voice, barely a whisper, was perfectly audible in every corner of the room, without an echo. As he stood up, she said: "I am told that you are the last one of your people. Is it true?"
"Yes, Venerable Mother, it's true. There were two of us for a long time, but I lost my companion a year ago. Now I am the last one"
"What is your name, Earth man?"
"Does it matter, Venerable Mother? Who I will have to be distinguishable from, now? "
"I understand your bitterness, Earth man, as you wish to be named, but yours is not the first people that has departed. Look at this room: it was started by hands which have been extinct for millions of years. Peoples have lives, just like individuals: they are born, grow old, some older than others, but one day they die. Other peoples are born and evolve in their place, according to laws that only the Immense knows. But you know well, Earth man, that the Immense does not forget, neither the peoples nor the individuals. I know it will not pay for your loss, but I hope it will console your mind."
"The will of the Immense be done, Venerable Mother; but my mind would be less embittered if I were not aware that it was not the will of the Immense to declare our end, but the villainous conduct of our wretched ancestors."
"I know. I know that humans did not show the Immense any gratitude for the precious gift of the Earth, and they squandered it ungratefully."
"So it was, Venerable Mother. And we, pilgrims on other planets, far from our now uninhabitable and burning home, for thousands of years we have cursed the folly of our fathers. For millennia we have dreamed of returning to Earth but, as you know, our race has gradually dwindled over time. Perhaps unknown elements on our planet, elements not found in synthetic atmospheres recreated for us elsewhere, have made the succeeding generations ever more sterile. Until there were only two of us. And now just me, the last of the Earth people. "
There was a silence in the great hall, a respectful and sharing silence that was interrupted by the Mother Priestess's soft voice.
"I know you have a gift for me, Earth man..."
"Yes, Venerable Mother” - the man recovered from his brief listlessness, leaned towards the casket and held it up – “Here, the work of countless generations of exiles. All our fortunes, all the time we have been granted, all our efforts are here, Venerable Mother. We have enclosed in this casket all the knowledge that we have collected on the people of the Earth. Not all, to tell the truth, were contemptuous, idle people, heedless of the future. We had artists, philosophers, scientists and thinkers. Everything we were able to gather is here, translated into the major languages of the Galaxy, stored in cells made of indestructible Santen crystal, to buy which we donated all our resources. "
"Thank you for your gift, Earth man. You proved to be better than your fathers. We will keep this treasure here in the Temple, in our archives, so that the memory of your people will always be preserved."
The Priestess waved her hand and the casket rose into the air and floated across the room towards a side passage leading to the service buildings. It continued down a long tunnel, borne along by compressed atmosphere, until it reached the inspection station, where it was to be registered in the archive through an indelible inscription. It was then that the malfunction appeared, a totally insignificant one for the overall functioning of the Temple, but it created a difference between the code inscribed on the chest and the one, which should have been the same, recorded in the memory banks of the archive.
"And now, Earth man, what do you wish to do? You can stay here in the Temple, if you want, for as long as the Immense grants you life."
"I thank you for your offer, Venerable Mother, but I would prefer to be reunited with my people, and my companion."
"As you wish, Earth man. You will be taken to our sleep rooms and your will soon see them. And it will not be long until we meet again in the glory of the Immense. Sleep well, brother Earth man, and may the Immense welcome you kindly."
The man bowed again and walked away, carefully guided and escorted through a multitude of buildings and constructions, to one of the sleep rooms compatible with human physiology. He lay on a comfortable bed, and he was offered images and sweet sounds of his homeland. Images he had viewed countless times and knew by heart, describing a world that he had never seen.
While visions of sunsets on pristine shores flowed through the mind of the Earth man, the casket took a very different direction from the one intended by the code on the memory banks and, after passing through the many detectors that read the code impressed on it, ended its long progress in a place very different from the one originally established. It was not placed, as planned, beside the extinct flower people, poets of Stara, but next to the utterly unmourned Durti cannibal worms, in a corner of the archive where no-one, no matter for how long they searched, could ever recognize it, not even a hypothetical Palaeontologist who might feel, in the millennia to come, the desire to do some research on the dead planet Earth and its ancient inhabitants.
An ampoule of sedative had been gently injected into the veins of the Earth man, a prelude to a peaceful sleeping pill which would then be followed by a lethal substance that quickly and gently would take him among his own people. As the sleeping draught gradually pervaded his body, his reflexes became slower, meanwhile he was dreaming of the sea and the waves that slowly, very slowly, moooore and moooooore slooooowwwwwly caaaarressssed theeeee beeeeaaaaaa..


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