sabato 10 dicembre 2011

Un po' morti, ma sobri

Io, barone Viktor von Frankenstein, ora che la vita mi sta sfuggendo, raccolgo qui i miei ultimi pensieri perché voi che leggete possiate trarne insegnamento. Non cercate di destare i defunti, non cercate di dar vita a ciò che è oramai passato. Ero giovane quando, preso dall’ebbrezza di ridar gloria alla mia Terra, mi finsi che avrei potuto modellare un Essere ex novo, che fosse la sintesi de’ più illustri e competenti che ci avevano preceduto.
Fu allora che pensai - me stolto! – alla possibilità di strappar il miglior pregio dei nostri antenati e, con questi frammenti scelti con cura, dar vita al salvatore della nostra Patria. Per settimane m’aggirai nei cimiteri, tra tombe anonime e cenotafi dimenticati. Alla luce di una fioca torcia m’addentrai in cripte nelle quali regnavano sovrani ratti e ragni. Cercavo quei nomi, ormai ricoperti da polvere spessa e tenace, che ricordassero un’anima grande e allora – orrore solo a confessarlo! – scardinavo quelle antiche lapidi, divellevo quelle bare muffite e frugavo – sì, frugavo! – resti miserandi che raccoglievo e meco portavo nel mio laboratorio. E lì, nel corso di lunghe e gelidi notti, costruivo l’essere perfetto, colui che avrebbe ridonato alla Patria il lustro meritato e dimenticato, prostituito da lustri di malgoverno e morali sconcezze. L’essere perfetto, sobrio e raziocinante, che ponderasse i pericoli e ingegnasse le soluzioni, questo cercavo - sì, questo cercavo! Non la ricchezza o la gloria, ma la salvezza della mia Terra - ma altro trovai.
Era una cupa notte di novembre, l’aria stuprata da violenti e accecanti lampi che riducevano a nulla la mia pur onesta lucerna, quando, richiamando tutte le energie che potei raggruppare, abbassai le leve che le convogliarono sull’Essere ancora inanimato. Era questi il morto prodotto di morti resti di illustri e sobri morti. V’erano le spoglie del grande filosofo così come quelle del magno giurista e dell’economista insigne. Tutti sobri, ancorché morti, e, riuniti, avrebbero formato quell’Essere il cui governo avrebbe ridonato lustro alla Patria – così, folle! pensavo.
L’energia proruppe infine copiosa e quegl’esseri inanimati preser vita e divennero vivi e l’Essere parlò e disse “pensioni”. Un lampo, subito seguito da uno squassante tuono che fece tremare le pur solide mura del castello, mi diede l’ultima sua immagine che serbo. Strappando le solide catene, allentando le inossidabili maglie, si liberò dai vincoli, ahimè troppo fragili. Ritto accanto al letto dove speravo di averlo confinato emise un urlo belluino, che quasi sovrastò il tuono di poco prima. “Riforme” gridò e poi, gettandosi verso la finestra, frantumò i vetri e sparve nella notte. Guadagnò la campagna, e principiò a vivere nei pressi degli isolati villaggi del contado da cui, nei mesi seguenti forti si levarono pianti e stridor di denti. Solo i nobili e i ricchi, ben protetti da munite mura, poterono salvarsi. Questo io confesso, giunto al termine della mia vita terrena. Possa tu, ignoto lettore trarne giovamento. Lieve mi sia la terra.


pubblicato su I Siciliani
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lunedì 14 marzo 2011

La fabbrica dell'unità.

A vederli quieti, nell’intervallo tra un turno e l’altro, soprattutto all’alba, parevano quasi degli idoli antichi col braccio rivolto verso un cielo che pur doveva esserci, da qualche parte, anche se nascosto dal soffitto. Ma poi suonava la sirena e l’onda di tute blu che entrava nel capannone si sfrangiava e tante gocce si fermavano davanti ad essi, una per idolo. Ai lati, dei grossi cesti: quello di sinistra colmo di profilati di plastica nera, sembravano anguille morte; vuoto, ancora, quello di destra. Con la mano sinistra l’operaio pescava dal cesto corrispondente e disponeva il profilato, facendolo passare per ingranaggi già tarati, poi, con la destra, tirava la leva, il braccio, che, KDANG, azionava una pressa che lo piegava e gli dava la forma giusta, quella della guarnizione del finestrino laterale di una millecento. Ormai pronta, la guarnizione veniva presa con la destra e lasciata cadere nel cesto a lato mentre la sinistra era già alla ricerca di una nuova e morta anguilla. KDANG, ancora, e KDANG, per otto ore, e KDANG, per cinque giorni, e KDANG, per anni.
«Sei nuovo?». KDANG.
«Ieri sono entrato». KDANG.
«Come ti chiami?»
«Ciro». KDANG.
«Io Vittorio. Non sei di qui.». KDANG
«Afragola».
«E dove rimane?» KDANG
«Napoli»
«Ah». KDANG
Nero spesso e unto, di plastica e pece, si attacca ai pavimenti, alle mani, ai polmoni.
Sirena, nuovo turno KDANG, altra sirena, altro turno, KDANG. Altre sirene, altri turni. KDANG
«Sei sposato?»
«Ho la fidanzata, giù al paese». KDANG
«Ciro, posso chiederti una cosa?»
«Cosa?» KDANG
«Ma è vero che nella vasca da bagno coltivate l’insalata?» KDANG
Altri turni, KDANG sempre uguali. KDANG, KDANG.
«Ciro, ha mai sentito parlare del Sindacato?».
«Ho fatto qualcosa giù, con i braccianti. KDANG Le terre.».
«C’è una riunione alla fine del turno. KDANG Per lo sciopero, il contratto.».
E la riunione ci fu, con operai di quasi tutte le regioni: raramente si erano visti in Italia, prima di allora, tanti italiani nella stessa stanza. E poi lo sciopero, a cui seguirono le manifestazioni KDANG, e il rinnovo del contratto, altre manifestazioni, KDANG, altri contratti, Pertini, e poi KDANg arrivò la crisi KDAng, l’inflazione KDang, la cassa integrazione Kdang, la mobilità kd..., la chiusura della fabbrica, ..... . La pensione anticipata.

Era un pastore, tra i suoi antenati doveva esserci un maremmano. Quando vide il suo rivale, da lontano, gli si lanciò contro, superando a balzi , nella corsa forsennata, sterpaglie e copertoni spaccati dal sole, lattine e buste lacerate. Col suo peso atterrò il nemico, più piccolo, un tenace molosso, che da sotto digrignò i denti cercando di azzannargli la gola. «Fermi, Fermi!» urlavano i padroni che si avvicinavano con la barcollante premura degli anziani.
GRRRR Il pastore lo teneva schiacciato a terra, ma il molosso, dopo aver morso l’aria un’infinità di volte, riuscì ad afferrare un lembo di pelle, «Fermi!» e una macchia rossa sporcò il candido pelo. Arrivarono i padroni, ansimanti, separarono i cani, dita nel collare. UAUAH. «Buono, buono».
«Vittorio!»
«Ciro!» UAUAH
«Quanto tempo...».
«Sì, è un po’».
«Come va? La tua famiglia? GRRRR Buono!».
«Bene, grazie. I figli sono cresciuti, s’arrangiano... lavoretti.». UAUAH
«Anche il mio... progetti, consulenze, cambia di continuo. Ma lavora da solo, non ha colleghi, compagni...».
«Vieni spesso qua?».
«Davanti alla nostra fabbrica? GRRRR Quasi mai. Sono quasi sempre giù, al Paese.».
«Certo, ora è tutto diverso. E stai fermo!».
«Qui c’erano i parcheggi. UAUAH Non si riusciva a trovare posto.».
«Ora lì, la notte, ci dormono gli extracomunitari.».
«Lo so. GRRRR La settimana scorsa hanno fatto una manifestazione per mandarli via.» UAUAH.
«Da bravo, su! Mio figlio grande c’è andato..».
«Anche il mio.».
«Il tuo? Gennaro?».
«Si fa chiamare Jenny. GRRRR. Il Jenny».
«Ciro, io devo andare UAUAH Non riesco più a tenerlo».
«Nemmeno io. Ci vediamo, allora...».
«Sì, ma senza queste belve»UAUAH.
E si allontanarono, in direzioni diverse, portandosi dietro i ringhi e i latrati che lentamente si affievolirono. E il silenzio del freddo mattino ritornò da padrone sui copertoni spaccati, sulle lattine, sulle sterpaglie e sulle fabbriche scrostate e abbandonate.




Questo raccontino è stato scritto per un numero speciale di Ucuntu dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Credo che, se l’unità dello Stato è stata raggiunta con il Risorgimento, quella della Nazione (ammesso che sia stata conseguita) è avvenuta più tardi: nelle trincee del Piave, per esempio. O alle catene di montaggio del dopoguerra. Ho preferito quindi parlare di questo aspetto, anche perché credo che l'inevitabile declino di quel tipo di economia industriale incentrata sulla fabbrica, che pur aveva tantissimi difetti, abbia favorito la nascita di divisioni e, in generale, la disgregazione sociale. Leggi tutto

martedì 22 febbraio 2011

Non ti sarebbe lecito

Dal Vangelo di Marco : Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: "Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello".

«Ma non vi pare che questo Giovanni stia violando la mia privacy?».
«Non c’è dubbio, Erode.»
«Perché si interessa tanto a ciò che faccio a casa mia, nel chiuso delle mie stanze? Oh, eccolo che arriva. Dico a te, Giovanni, perché continui a criticarmi? Sarai forse invidioso?».
«Di te, Erode? Mai, ma la tua condotta scandalosa copre di vergogna e discredito l’intero popolo.»
«E perché mai il popolo dovrebbe essere screditato se io giaccio con Erodiade o con qualunque altra donna? E chi sei tu per giudicarmi? Ti credi forse perfetto?».
«No, tutt’altro, ma agli occhi degli altri popoli il capo diventa il simbolo dei suoi sudditi, e se quegli è corrotto, tale appare, agli altri, tutto il popolo che egli governa e regge.».
«Molti si comportano come me, ma tu solo me attacchi, perché sono il re. Se non lo fossi mi ignoreresti.».
«Tu lo dici, Erode. Perché è proprio a te, che sei capo, che è richiesto l’essere virtuoso. Non potrai mai ordinare ad un suddito di prendere l’armi e di andare a rischiare la vita per te, se quel suddito saprà, in cuor suo, di essere migliore di te. Se accetti la corona, devi accettarne il peso.»
«Sei solo un folle moralista, Giovanni detto il Battista. Rinchiudetelo, fatelo tacere.».

Come finì la vicenda lo sappiamo. Nel corso di una festicciola con avvenenti e discinte fanciulle a Palazzo Reale, Salomé, la giovanissima figlia di Erodiade, si esibì in una danza
particolarmente audace che conquistò il vecchio e lussurioso sovrano il quale, ormai perso il senno, promise alla minorenne qualsiasi cosa ella volesse. Sappiamo che, istigata dalla madre, chiese la vita di Giovanni il quale divenne, in conseguenza, San Giovanni, il Battista. E anche il Decollato, peraltro.

1980 anni dopo, mese più, mese meno.

«Signor Presidente, vi sono argomenti dei quali dobbiamo assolutamente discutere, sono della massima rilevanza per la Chiesa, non possiamo procrastinare oltre.»
«Comprendo, Eminenza. Lei forse pensa al fatto che non è il caso che presenzi a funzioni religiose avendo contratto due matrimoni e condotto una vita libera prima, durante e dopo ciascun matrimonio. Ma è una falsità. In realtà, Eminenza, ogni qual volta partecipo ad una funzione religiosa penso ad altro, glielo giuro sui miei figli. Non mancherei mai di rispetto alla Chiesa partecipando attivamente e con convinzione ad una funzione, mi creda.»
«E’ un tema alquanto complesso, ne convengo, ma la Chiesa è angustiata da altri e più rilevanti problemi.».
«Allora saranno le voci che mi dipingono come un corruttore di giudici ed un evasore. Eminenza, sono solo dicerie senza alcun fondamento, completamente false: ho personalmente provveduto a prosciogliermi da tutte le accuse che mi riguardavano.».
« Si tratta di problematiche non nuove, Signor Presidente, ma la Chiesa oggi è gravemente turbata per un’altra questione.».
«Capisco, Eminenza, certamente allude a quelle ricostruzioni del tutto fantasiose e lontanissime dalla realtà secondo le quali avrei avuto rapporti sessuali a pagamento con minorenni. E’ assolutamente falso: non erano minorenni ma aspiranti maggiorenni, tant’è che ora lo sono diventate.»
«Questo a cui accenna è in effetti un argomento delicato, molto delicato, ma altro è il cruccio della Chiesa. Ricorda, vero, quella questione dell’Ici?». Leggi tutto

lunedì 7 febbraio 2011

L'ultima bottiglia

«Ne è rimasta ancora, di quella lasagna?».
«Sì una teglia. Ma hai ancora fame? Abbiamo appena finito il gelato.».
«Portala, portala, prima dell’amaro ci sta benissimo.»
«Non so se è il caso, è l’ultima: poi non ne resterà più niente per chi arriva più tardi.».
«S’arrangeranno, ne cucineranno un’altra.».
«E come? La pasta è finita, e mancano anche molti altri ingredienti.».
«Vuol dire che mangeranno qualcos’altro. Non di sola lasagna vive l’uomo. Dai, portala.».
«Non mi sembra giusto, dovremmo pensare a quelli che vengono dopo.».
«Sono in grado di pensarci da soli, hanno tutto il tempo per farlo. Ma, prima dell’amaro, ora che ci penso, c’è ancora un po’ di vino?»
«Una bottiglia, solo una.».
«Ce la faremo bastare.».
«Così rimarranno anche senza vino!».
«Berranno birra, si vive anche senza vino.».
«Si vive, sì, ma si vive peggio».
«Inventeranno qualcosa, s’arrangeranno, sono giovani.».
«Non dovremmo fare così, non possiamo finire tutto».
«E perché no? È roba nostra, in fondo.».
«A dire il vero molte cose le abbiamo trovate quando siamo arrivati qui.».
«Appunto: ora sono nostre.».
«Certo, ma forse potremmo anche noi lasciare qualcosa a chi sta per arrivare.».
«Ci manca solo questo. Già prendo una miseria di stipendio, almeno mi tolgo qualche soddisfazione.».
«Sarà un miseria, ma lo stipendio ce l’hai, così come la pensione assicurata. ».
«E allora? Ho rubato, forse?».
«No, ma questi che stanno per arrivare nemmeno  sanno cosa sia uno stipendio, e  la pensione forse non l’avranno proprio, neanche a 75 anni.».
«Con tutti i problemi che ho io, non è certo il caso di affliggermi con quelli degli altri. E poi, hanno vent’anni, trent’anni, beati loro. Sai cosa darei, io, per poter avere quell’età? E dovrei compatirli? E dovrei rattristarmi per loro? Ma figurati! Buona questa lasagna, peccato che sia finita. Non trovi che faccia un po’ freddo? Aumenta un po’ il riscaldamento.».
«Ci credo che hai freddo , con le finestre spalancate.».
«Non mi piace l’aria viziata. Per piacere, alza la temperatura.».
«Mi sembra uno spreco, e non saremo noi che pagheremo la bolletta.».
«E allora? Devo morire di freddo?».
«Ma se accostassimo le finestre?»
«E poi morire soffocato?».
«Esageri sempre. Non possiamo esaurire il combustibile solo perché hai paura di morire soffocato».
«Come? Sta finendo il carburante?».
«Temo di sì, non ne rimane più per molto, ormai.».
«E che fine ha fatto?».
«L’abbiamo consumato.».
«Ma ne rimarrà fino a che resteremo qua?».
«Sì, forse. Ma poco oltre.».
«Questo è l’importante. Dai, alza la temperatura, sto morendo di freddo.».
«Così finirà prima e non ne resterà nulla…».
«E le lasagne sono finite, e il vino è finito, e il carburante sta per finire. Per non parlare di tutto quello che è terminato prima. E come mai? Un tempo, di questa roba, ce n’era in abbondanza. Te lo dico io cosa è successo: sono stati i cinesi del piano di sotto. Prima che arrivassero avevamo di tutto.».
«I cinesi del piano di sotto? Ma se campano con una ciotola di riso a testa , e d’inverno sigillano le finestre e  vanno in giro  in casa vestiti come dei babbi Natale!».
«Sono stati i cinesi, te lo dico io. E ora alza un po’ la temperatura, l’aria che viene da fuori stasera è fredda e rischio di ammalarmi.  Comincio ad avere un’età.».

Pubblicato sul numero 103 di Ucuntu

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mercoledì 22 dicembre 2010

Canto di Natale

…e uno spruzzo di salsa Worcester. Quant’è uno spruzzo? Il ricettario era reticente. Un cucchiaino? mezzo? E poi perché si chiama così? Più tardi avrebbe controllato su Google, ma, per il momento, doveva concentrarsi sulla salsa rosa per i gamberetti;  i quali, in effetti, non avevano un aspetto molto vispo, erano proprio molto morti e parevano annegati da ere geologiche in quel liquido. Forse non era stata una grande idea prenderli dal discount. In ogni caso, l’antipasto era pronto. Il secondo era facile: scamorza. Un po’ troppo facile, probabilmente, non tutti lo considererebbero degno di un cenone natalizio, seppur solitario, ma a lui piaceva, e tanto bastava. Il dolce era un panettoncino mini. Rimaneva il piatto forte, il risotto ai funghi. Porcini. Almeno, questo dicevano al discount.
(Il 2010 si è aperto col terremoto di Haiti, che ha provocato oltre 200.000 morti: mentre disponeva con cura tutto il necessario per la creazione del risotto, dal televisore, tipica trasmissione di fine dicembre,  venivano ricordate le notizie principali dell’anno). Tagliere, mezzaluna (tedesca! affilata!: ne era fiero), olio, vino, funghi a bagno, riso (un etto: per una persona basta e avanza). Cipolla. Olio nel tegame, fuoco acceso, cipolla tagliuzzata (con la mezzaluna). Il brodo sobbolliva già da un po’ (col dado, viene bene lo stesso). I Natali precedenti erano stati diversi, a dire il vero, non erano con porzioni solitarie, ma meglio non pensarci, altrimenti i ricordi sarebbero tornati, e l’avrebbero strozzato come una rete che si stringe attorno ad un pesce, non lasciandogli scampo, via di fuga. No, niente ricordi: era il momento di versare la lacrimosa poltiglia (indispensabile la mezzaluna, fatto bene a comprarla!) nell’olio. Sfrigolio, odorino di buono e, ora, i funghi. Girare, mescolare, girare. Benissimo. E adesso il riso: versato, girare! Girare subito!  Ecco, l’olio è quasi tutto assorbito. Un bel bicchiere di vino (rosso) e ancora girare. Il liquido si fa solido, scompare il vino, solo riso. Brodo, presto!
Terremoto in Cile nel mese di febbraio.
Ecco, sì, non si è bruciato, e nemmeno attaccato. Ne verrà un gran risotto, l’importante è non distrarsi.
Campanello.
E chi può essere? Una mestolata in più per non fare attaccare, corsa alla porta, spioncino. Era l’interno 15 o, meglio, quella che vi abitava. E si chiamava? Come si chiamava? Ah, sì, Maria.
«Avresti mica una torcia? – gli chiese - Mi è saltata la luce e non riesco a sistemarla…».
Torcia, torcia… Sì, ce n’era una nel cassetto (e intanto un odore sospetto giungeva dal risotto: implorava brodo). Consegnò la torcia, ricevendo la promessa che l’avrebbe riportata in cinque minuti e schizzò a versare un altro paio di mestolate. Ma sarebbe bastato il brodo? Sì, per una cena di dieci persone.
A fine marzo le elezioni regionali. Vittoria del centro destra e della Lega. Sconfitta della sinistra.
Ecco, adesso il risotto procedeva proprio bene. Tra qualche minuto avrebbe potuto cominciare con il primo assaggio.
Campanello. Evidentemente l’int.15 riportava la torcia.
Ma poi, cosa faceva già quella Maria? Ci aveva parlato pochissime volte. Quando era successa la disgrazia a sua moglie era venuta a fargli le condoglianze, e forse era ancora col marito, prima che lui se ne andasse.
«Mi devi perdonare – si accorò prima ancora che la porta si aprisse del tutto – Mi rendo conto che in una serata come questa… Ma proprio non riesco a riaccendere la luce. Attacco il contatore, rimane su per qualche secondo ma poi salta tutto. Non è che potresti venire a dare un’occhiata? Non capisco nulla di queste cose».
Nemmeno lui, a dir la verità, ma si dà per scontato che ogni maschietto s’intenda di contatori e motori, anche se è una voce meno fondata di quella che dà per certa l’esistenza della Befana.
«Un momento» supplicò mostrandole i palmi. Ritornò in cucina e versò una dose abbondante di brodo, abbassò il fuoco a livelli minimi e la seguì all’interno 15, immerso nelle tenebre. Con fare esperto si avvicinò al contatore, del quale conosceva esattamente l’ubicazione in quanto l’int. 15 era sulla sua stessa colonna, e, armato di torcia, riattivò gli interruttori. La luce tornò rubiconda e lui, quasi trionfalmente stava allargando le braccia a dire «Visto? Era facile» quando le tenebre ripresero il sopravvento. Un elettricista, tanto tempo prima l’aveva detto «Ci dev’essere qualcosa in corto» e lui lo ripeté sussurrando (nel buio non si parla: si sussurra) e aggiungendo «Cosa c’è di attaccato?».
L’int. 15 fece un rapido esame di coscienza e cominciò ad enumerare luci, friggitrice, televisore e qualche altro elettrodomestico. «Bisogna staccarli tutti» sentenziò lui grave «dobbiamo capire qual è in corto».
Ma non aveva terminato di sussurrare che gli sovvenne il risotto. A tentoni trovò la mano di lei e le diede la torcia raccomandandole di staccare tutto. Sarebbe tornato subito. Si precipitò in discesa saltando gli scalini a due a due e arrivò giusto in tempo per versare un cucchiaio di brodo all’assetato risotto. Mescolò col fiatone, e per le scale e per il terrore che si fosse attaccato alla pentola, e, quando vide che sembrava andare per il meglio, la televisione  gli ricordò i disastrosi mondiali di calcio dell’Italia e la marea nera al largo della Louisiana.
Con molta calma ritornò su e trovò Maria che lo aspettava sulla soglia dell’int.15, armata di torcia.
«Tutto staccato» annunciò compita.
Molto bene. Si riavvicinò agli interruttori e riattaccò la luce. Finalmente. E poté vedere il tavolo, più o meno nella stessa posizione del suo, ma due piani più su, anche questo apparecchiato per una persona.
«Procediamo – esortò con tono fermo ed esperto - Riattacchiamo tutti gli apparecchi ad uno ad uno.».
Cominciò con le luci e, passando per la friggitrice, terminò col televisore: anche lei stava ascoltando quella rassegna, ora arrivata all’appartamento di Montecarlo. Pareva tutto in ordine, si guardarono attorno soddisfatti e sollevati quando, nel volgere di un secondo, il pensiero del risotto gli irruppe nella mente e, come se non bastasse, sprofondarono nuovamente nell’oscurità.
«Devo scappare! Torno subito» e si lanciò giù per le scale incuneandosi in una stanca famigliola che andava a cena da qualche poco amato parente, coi figli che, ancora sul pianerottolo, si lamentavano per la miseria dei regali ricevuti. Il risotto era salvo. Brodo, assaggio, manca ancora un po’. Risalita placida all’int. 15 dove ritrovò Maria che, nel mentre, aveva staccato tutto e riacceso la luce. Possibile che si fosse pettinata nel frattempo? Cominciarono dal televisore che, intanto, era arrivato alle proteste in Francia. Ma possibile che si fosse anche truccata? E quando? Tra un mestolo di brodo e l’altro?
«E poi – aggiunse Maria – quando è ritornata la luce ho visto una cosa strana.»
«Una cosa strana?»
«Sì, solo per un attimo. Sembrava che volasse laggiù, sopra il divano»
«Un uccello?»
«Ma no!»
«Un pipistrello?»
«No, per fortuna!»
«E allora cosa? Lo spirito del Natale?»
«Figurarsi. Avrebbe sbagliato strada. Sarebbe dovuto andare da quelli di sotto, li senti? Saranno in venti a festeggiare».
«Sì, li ho visti mentre scendevo…»
«Forse era solo un’ombra. Magari con le luci che vanno e vengono…»
«Il risotto!»
«Dici che era un risotto?»
«Devo scappare»
E mentre stava per uscire, la luce svanì ancora.
«Ritornerò!» promise a metà della prima rampa. Entrò in casa affannato, accolto dal bunga bunga del televisore e dalle proteste di Terzigno. Assaggio. Era cotto, il risotto, e commosso, lui: sembrava buono. Spento fuoco, coperchio, di nuovo le scale, altri invitati allegri come se dovessero andare ad un funerale. Maria lo accolse sul pianerottolo. Riprovarono almeno un paio di volte, ma proprio la luce non voleva saperne di restare.
«Ti piace il risotto? – propose dopo l’ultimo tentativo – Magari non ce ne sarà molto, ma  almeno non passiamo il Natale sulle scale…».
Sorpresa: i suoi fritti erano già quasi pronti, e anche gli antipasti di mare. Mancavano gli spaghetti alle vongole, per via della luce, però aveva un panettoncino anche lei.
Questa volta scesero insieme trasportando con calma la cena di Maria, e furono accolti dalla liberazione di Aung San Suu Kyi e dal diffondersi delle manifestazioni studentesche. Apparecchiò un posto in più mentre Wikileaks campeggiava nel mondo e le migliori giovani intelligenze italiane decidevano di pernottare sui tetti.
Effettivamente avrebbe giurato che s’era truccata. E aveva anche dei begli occhi.
Il risotto fu un successone. Se solo avesse avuto un po’ (un bel po’, in effetti) di sale in meno, non si fosse cotto troppo e i funghi avessero avuto il sapore di funghi, forse (ma solo forse) sarebbe stato migliore. Ma a loro parve ottimo. I gamberetti, a dire il vero, sapevano un po’ di chimica, ma la salsa Worcester ci stava benissimo. E nella giusta quantità. I fritti, poi, anche se erano poco fritti (la luce, mannaggia!) erano comunque  eccellenti. I panettoncini, infine, uno senza uvetta e uno con, furono divisi, metà per uno.
E gli studenti scendevano in piazza, e pareva che qualcuno cominciasse a chiedersi non solo cosa sarebbe accaduto stasera, ma domani, e, persino, dopodomani.
Maria aveva dimenticato lo spumante a casa sua, ma lui aveva, chissà da quanto tempo, uno champagne per festeggiare una grande occasione mai realizzata. Certo, era tiepido. Certo, la bottiglia aveva uno strato spesso di polvere, ma, con una passata sotto il rubinetto, ritornò quasi decorosa.
Stappò e versò nei calici. Veri.  Dell’Ikea, ma pur sempre calici da champagne. E poi il brindisi, che fu molto sobrio, solo  «Buon Natale», e «Buon Natale a te».
Ma la cosa veramente strana di tutta questa storia è che, negli anni seguenti, che passarono insieme felici e contenti, proprio non riuscirono a capire cosa fosse successo a quell’impianto elettrico, perché dal giorno dopo riprese a funzionare egregiamente, e continuò a farlo a lungo. Molto a lungo.

pubblicato sul numero 98 di Ucuntu

e su gli Italiani


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venerdì 3 dicembre 2010

La nostra cultura

«Che, la vuoi una sigaretta?».
«La ringrazio, ma non fumo. Mi dica, sono sorti nuovi ostacoli alla mia richiesta?».
«Come? No… cioè sì… Ma proprio non la vuoi ‘sta sigaretta?».
«No, la ringrazio ancora. Per quanto riguarda la mia domanda, credevo di aver raccolto tutti i documenti necessari e risolto tutti i problemi.».
«Oh, sì, mica dico di no. Vero, vero, ci sta tutto. Non ti dà fastidio, no? se fumo…».
«A me personalmente no, ma mi pare sia vietato: ricordo la Legge 3 del 2003 (nota come Legge Sirchia) che proibisce il fumo negli ambienti di lavoro…».
«Ecco, ti pareva. Comunque sì, qualche problemino c’è, in effetti. I documenti sono a posto, in ordine. Tutto, ci sta tutto. E’ che non bastano i documenti, le carte non sono tutto…».
«Di cos’altro ancora ha bisogno?».
«Ecco, cioè, vedi. Quando si va in un posto bisogna un po’ rispettare, insomma, sì, adeguarsi alle usanze, insomma, al modo di fare di quelli da cui vai. E’ casa d’altri, insomma…».
«Mi pare di aver compiuto, in tal senso, innumerevoli sforzi.».
«E che, non lo so? Lo vedo, lo vedo, ti sforzi. E’ che se tu vuoi la cittadinanza italiana devi, come ti posso dire?, un po’ adeguarti, no?, a quelle che sono le tradizioni, no? Cioè la cultura italiana.».
«Mi permetto di rammentare che ho conseguito due lauree, di cui una specialistica. In letteratura italiana, come forse potrà notare sfogliando l’incartamento.».
«Visto, visto. No, niente da dire: l’italiano un po’ lo sai, quasi quanto me, ma non ci sta solo la faccenda della lingua. La cultura d’un popolo è una cosa un pochetto più complessa…».
«Ma ho compiuto anche studi di carattere storico e giuridico. Se avrà la bontà di sfogliare la documentazione troverà l’attestazione degli esami svolti presso…».
«Visto, visto.».
«E inoltre in questi dieci anni non ho infranto nessuna norma o legge. Potrà notare gli attestati dei versamenti Unico, le bollette, la tassa comunale sui rifiuti, il canone Rai, le quietanze dei pagamenti del condominio, il bollo per l’autoveicolo, l’assicurazione per il medesimo e l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici, in aggiunta a tutti gli altri versamenti o pagamenti effettuati per l’Università, i ticket sanitari, le assicurazioni volontarie e obbligatorie, i contributi INPS. Non ho ricevute di multe per infrazioni al codice della strada perché non ne ho mai commesse…».
«Mai?».
«Mai, ne sono orgoglioso».
«Cioè, pure il canone Rai?».
«Certamente, è un obbligo di legge».
«Ecco, appunto, vedi, quello che stavo dicendo… Insomma, la cultura, le usanze della Nazione. Ecco, cioè, qui da noi è diverso, fa parte della nostra cultura. Cioè, pure il canone della Rai…».

«Ma ho sostenuto un esame di diritto costituzionale!».

«Vedo, vedo. No, è che lo studio, le leggi, la letteratura, cioè, non dico di no, sono pure una cosa importante, e chi dice di no (a scuola mi sono pure letto quasi tutti i Promessi Sposi), ma la cultura vera è un’altra cosa. Ti ci devi adeguare, cioè la cittadinanza è una cosa seria.».
«Debbo quindi ritenere che la mia domanda non sarà accolta?».
«No, non ora, ma in futuro non è detto. Ci si rivede, magari tra sei mesi, no?, così magari ti adegui un po’, t’ambienti un po’ meglio. A giugno. Il canone Rai, insomma, non è obbligatorio. Poi, sai, qui da noi la famiglia è importante.»
«Anche presso di noi. Sono orgoglioso della mia famiglia, amo mia moglie e i miei figli. Ecco, ho qui le loro foto.».
«E che non lo so? Anche la mia famiglia è importante. Molto. Se a giugno, capitasse, un pensierino, un segno, come dire, un segno di riconoscenza… In fondo ti ospitiamo, no?, ecco, capisci, sono queste le cose importanti, la nostra cultura, la famiglia.».

pubblicato su
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Informare per Resistere
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numero 97 di Ucuntu Leggi tutto

sabato 20 novembre 2010

La Politica son io

Eccellentissimi Monsignori, Donna fui, e di nobili natali. Non sien maraviglia le presenti mie condizioni, ché padre mio fu quell’ingegno che tra l’ eccelsi della mortal spezie primo è reputato. Di quell’Aristotile, parlo, che battezzommi e superno mi die’ rango intra l’umane cose.
La Politica son io, e a me volsersi le menti migliori de’secoli andati. Reggitrice e ordinatrice del mondo fui, per cotanti sola ragione di vita e morte: non pochi, in fatto, me invocando e venerando, gl’occhi chiusero alla luce. Duci superbi dispersi, e umili innalzai e fui io che nell’animi oppressi recavo il ristoro della speranza e promettevo un domani migliore a chi l’oggi avea tristo. Scienza divenni, e non sol’Arte, dacché Ser Machiavelli la mia natura al mondo disvelò. Nei saecula e negli anni che seguirono l’idioma mio mutò, sì come cangiò il mondo. Avvenne che sempre più numerosi furono i miei amanti: non soltanto ne’ cerimoniosi e cortigiani appartamenti sedussi e fui invocata, ma, invero, spasimanti miei si ritrovavano, per cantar mie lodi, nei salotti de’ borghesi, nelle taverne e nei caffè. Fui io la musa di quanti eressero le barricate in quel luglio che a Parigi il mondo novellò e altra epoca dischiuse. Popoli intieri, servi delle rapaci cupidigie dei troni e delle dominazioni, s’avvidero allora dell’esistenza mia, e principiarono a corteggiarmi. Per amor mio, e di chi altri?, posate le vanghe e lasciati i telai, uomini resi duri dal lavoro rubavano ore all’agognato riposo per venir meco e sognare l’alba del sol dell’avvenire. Impossibile enumerare le biblioteche a me dedicate, i libri scritti in mio onore e i copiosi amanti appassionati e fedeli che mi onorarono delle loro specialissime attenzioni. Eppur non bastava, ché, più il tempo scorreva e più s’accorciavano le distanze nel mondo, popoli prima ignari l’uno dell’altro cominciarono ad apprendere della mutua esistenza, e soggetti deprivati di diritti e rappresentanza s’accorsero d’essere cittadini. Liberai lontani e immensi continenti dal giogo coloniale e molti impararono grazie a me tante parole sino ad allora ignote e di una in particolare, democrazia, si innamorarono. Non c’era diva che rivaleggiasse con me per ammiratori: ero citata ovunque e da chiunque, occupavo le discussioni quotidiane nelle case, nelle scuole, nei campi e nelle officine. Ancora il mio linguaggio cambiava, mentre masse sterminate si levavano in mio nome, economie intere si fermavano e davo all’uomo e alla donna l’illusione di poter essere arbitri del proprio futuro, contro ogni sopruso e ogni ingiustizia. Nella misura in cui procedeva la coscientizzazione dei soggetti intrinsecamente antagonisti rappresentavo l’antitesi nella dialettica del potere innescando dinamiche di contro-reazione e\o contro-potere che smascheravano le falsità delle sovrastrutture minando la base stessa della struttura dominante. Ero arte, divenni scienza, poi tecnica ma, infine, oggi, mestiere e carriera. Non so, belli miei, perché persi i miei amanti migliori. Ricordo giovani bellissimi con lo sguardo limpido e sincero che per me avrebbero superato qualunque ostacolo, ricordo uomini meravigliosi, intelligenze superiori, a me tutti devoti e fedeli. Mi restate voi, ora, e, vi dico la verità, non siete belli e nemmeno tanto svegli. Non mi amate, lo so, mi usate: vi servo. Perché comunque piaccio sempre, vero? Lo so che nessuno muore più per me, ma per un mio pompino in tanti si fanno sotto. E allora venite, ne ho per tutti voi. E non mi costa nulla, ho imparato a farli senza pensare. O meglio, a pensare a quei giovani innamorati con gli occhi luminosi che ritorneranno, sì, ritorneranno, spero, e non mi lasceranno qui a succhiare per sempre i vostri flaccidi cazzi tirati su a viagra.


Pubblicato su gli Italiani
e sul numero 95 di Ucuntu Leggi tutto