lunedì 1 ottobre 2012

La ripresa è vicina

«E’ grave questa crisi, non credo che ne usciremo facilmente».
«Sei sempre pessimista. E’ un momento duro, ma ci risolleveremo, risorgeremo, come sempre.».
«Sei tu che pecchi di ottimismo. Questa volta è differente. Non passa giorno che non chiudano attività, proprio oggi ha chiuso il forno davanti al teatro. Erano tre generazioni che non si spegneva mai, giorno e notte, estate e inverno, ma oggi si sono fermati e hanno chiuso, per sempre.».
«Mi dispiace. Proprio stamattina sono capitato lì davanti e, vedendoli fermi, ho pensato che avessero chiuso per lutto, o per altra ragione, ma solo temporaneamente. Ma perché? Perché hanno cessato l’attività?».
«E me lo chiedi? Non girano soldi per la crisi, e i debiti. Poi la settimana scorsa è passato l’esattore per riscuotere le imposte arretrate, ed è stato il colpo di grazia.».
«E ora cosa faranno?».
«Non saprei. Sentivo dire che hanno dei lontani parenti, che pare abbiano fatto fortuna. Andranno da loro…».
«Che la Fortuna li accompagni. Ma non è certo il primo forno che cessa di vivere…».
«No, certamente, ma ogni giorno sempre più campi vengono abbandonati, incolti, e vecchie e gloriose officine smettono per sempre.».
«Lo so bene, i giovani mal tollerano il duro lavoro e preferiscono muovere verso le città, ricercando fortuna e ricchezza.».
«Sei cieco se pensi questo, se pensi che sia solo fuggire dalla fatica. Che senso ha spezzarsi la schiena se poi i nostri mercati sono invasi da ciò che viene da lontano ad un prezzo che sovente è la metà, se non meno, dei nostri?».
«Non posso negarlo, è arduo per i nostri artigiani o i nostri contadini far fronte a ciò che viene prodotto da migliaia di servi e schiavi che devono accontentarsi di un tozzo di pane e di uno spicchio d’aglio.».
«E’ come dici, e i ricchi, di conseguenza, diventano sempre più ricchi. Trasferiscono ricchezze al di là del mare, con esse comprano regioni intere e opifici, e uomini e donne che, anche se non servi, sono grati di lavorare sino a notte per quel pane che faccia sopravvivere loro e i loro figli. Con quelle ricchezze che lì accumulano, i ricchi qui tornano, e comprano per un nulla quelle terre che i nostri contadini abbandonano. E i poveri, quindi, sono sempre più poveri, privati dei campi e delle botteghe, si rifugiano nelle città dove sperano di sopravvivere raccogliendo le briciole che cadono dalle mense dei ricchi. Tutto ciò si accompagna alla corruzione di coloro che dovrebbero servire lo stato e alla degenerazione dei costumi: si narra che i ricchi o i loro figli organizzino festini spendendo denari che basterebbero a sfamare intere famiglie per un anno. Come stupirsi che proliferino superstizioni di ogni sorta e che, da ogni angolo, sorgano fanatici di religione e invasati?».
«Dipingi un quadro ben fosco, Gneo Sertorio, ma ammetto che non sia tutto d’invenzione. Altre volte, però, abbiamo attraversato momenti bui. I Patres ci raccontano dei Galli, di Annibale, delle guerre civili, delle proscrizioni. Eppure sempre ci siamo risollevati, e ogni volta siamo ritornati più potenti di prima. Accadrà lo stesso anche stavolta, vedrai, il nostro sistema è forte, non potrà mai cadere, la ripresa è ormai vicina.»
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lunedì 6 agosto 2012

Quella sezione...


Tagli. Spending review. Art. 18.
Licenziamenti.
Crisi.
Non poteva, come tutte le sere, macerarsi solitario davanti alla televisione. Bisognava agire, insieme, collettivamente.
Ma come?
E con chi? Alla sua età, poi, in effetti ormai terza di diritto?
Questo rimuginava l’anziano pensionato del quarto piano su una cosa, almeno, sbagliandosi. Non era solo, infatti, dato che le sue serate, come quelle di quasi tutto lo stabile, erano accuratamente osservate dalla signora del quinto piano del palazzo di fronte. Ma, ahilei, per quanto lo riguardava, si trattava di spettacoli poco stimolanti: non un pettegolezzo serio poteva essere creato su un pensionato vedovo che non riceveva nessuno, con orari regolari come un cronometro e che passava le serate davanti alla televisione. Altri piani erano certamente più interessanti. Eppure, alla curiosa signora, quel pensionato “non la raccontava giusta” ed era certa che sarebbe riuscita prima o poi a smascherarlo.
La crisi, si diceva. Una sera, apparentemente uguale a tutte le altre, il pensionato si rammentò che non distante sorgeva una veneranda sezione del Partito. Il quale Partito ormai era trapassato, ma, forse, al suo posto ci sarebbe stato un qualche erede variamente nominato. Certamente lì si sarebbe discusso e, forse, lottato. Bisognava tentare.
Infrangendo  consolidate tradizioni, il pensionato spense quindi il deprimente dibattito televisivo e si vestì di tutto punto, smettendo la logora vestaglia. La cosa destò la sfrenata curiosità della signora di fronte, un po’ depressa perché la vispa inquilina dell’appartamento più interessante (il terzo piano) era già in vacanza. Aiutata da un antico binocolo da teatro, seguì quindi con lo sguardo il pensionato mentre usciva e si dirigeva verso un cortiletto appartato, dietro l’isolato di fonte. Lì sorgeva quella famosa sezione davanti alla quale, essendo così nascosta, il pensionato non passava da anni. La signora abitava in un appartamento con strategico doppio affaccio, il secondo dei quali dava sul retro, proprio su quel cortiletto. E quando vi vide incedere il suo caro spiato “lo sapevo, io!”esclamò trionfante. Luci rosse brillavano sulla porta, e ciò lasciò dapprima perplesso l’anziano signore, che si sforzò di attribuire all’avvento della tecnologia la sostituzione delle rosse bandiere con più moderne luci sfavillanti. Avvicinandosi non poté non notare, seppur ancora da lontano, la trionfale scritta “Privé” che, pensò magnanimamente, forse rendeva noto che erano ammessi solo iscritti al partito. Ma, avvicinandosi ulteriormente, cominciò a rassegnarsi al fatto che, forse, qualcosa era cambiato. Alle pareti le foto erano ispirate al realismo, ma non esattamente del tipo socialista, e l’abbigliamento dei militanti e, soprattutto, delle militanti, non pareva ispirato alla sobrietà rivoluzionaria. “Lo sapevo, lo sapevo!” gongolava intanto, dall’alto e da lontano, la curiosa signora.
Al pensionato non restò altro che tornare lentamente a casa, dove si spogliò, reindossò la logora vestaglia e si riaccomodò sulla vetusta poltrona in pelle di un animale la cui specie, probabilmente, era nel frattempo estinta.
Accese il televisore sintonizzandosi casualmente su un qualunque canale locale. Parlavano di calciomercato ma lui, coi pensieri, era altrove, in un altro tempo. E così, tra una trattativa e un ingaggio milionario, sotto lo sguardo vigile della signora, s’addormentò. Più in là, nella notte, le programmazioni normali terminarono e, mentre sognava inquieto, apparvero pubblicità di chat accompagnate da immagini alquanto esplicite. “Lo dicevo io. – gongolò l’insonne signora – Lo dicevo che in fondo è solo un vecchio maiale”.


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sabato 30 giugno 2012

Vergine, di nuovo

Ma che meravigliosa giornata. Come si fa a non rinascere con un sole così? Mi sento nuova, ancora, dopo quasi vent’anni. Tanti… Ma non voglio pensare al passato, in una mattinata come questa. Nuova, questo è l’importante, e vergine. E un po’ mi dispiace, sì, per tutti gli schiavi del passato, nostalgici di altre epoche e altre storie. Il futuro, bisogna guardare al futuro, bisogna costruirlo. E chi può farlo se non persone nuove, come me? Il futuro ha bisogno di me, il paese ha bisogno di me. E non è la prima volta.
Anche allora ero nuova e vergine, in un mondo uscito sfiancato da una guerra mondiale, la prima. Ero circondata da tanti ragazzi ardimentosi che cantavano la giovinezza  e le faccette nere combattendo la barbarie del comunismo. Erano belli, tutti vestiti di nero, e volevano ricostruire la Patria che i vecchi politicanti avevano svenduto. Si doveva far risorgere l’Impero, quell’Impero che ci spettava per storia e diritto, quel diritto che noi avevamo inventato. Erano anni bellissimi.
Solo che poi sono un po’ invecchiata. E credo anche di essermi data a qualcuno. Ma non importava perché poi, in una bella mattina di sole come questa, appena finita la seconda guerra, mi risvegliai ancora nuova e vergine.
Quanto erano belli e moderni quegli americani, coi loro attori alti e interessanti. Come si faceva a non sentirsi rinascere? Promettevano la luna, e mantennero la promessa. E ci hanno aiutati a sconfiggere quei comunisti che volevano farci divorziare a forza, e chiudere le nostre Chiese e deportare il Papa in Siberia. Erano anni spirituali, le messe la domenica mattina e il bucato con la nuova lavatrice il pomeriggio. E la televisione, prima bianco e nero e poi a colori. Chissà?, forse furono proprio quei colori che, a poco a poco mi fecero capire che era passato un po’ di tempo. Quelle facce che, in bianco e nero, mi sembravano tanto austere e importanti, a colori parevano un po’ noiosette. E di cose da vedere , a colori, ce n’erano ormai tante, e divertenti. La vita in fondo è una sola, va vissuta, in allegria. Mi sentivo un po’ invecchiata, un po’ annoiata. Mi ero sposata, nel frattempo? Sì, forse, in Chiesa, ma un bel giorno, luminoso e colorato, ritornai ancora nuova e vergine, pronta, come solo le persone nuove possono fare, a ricostruire il Paese.
E lui era proprio colorato, azzurro, e simpatico. Sorrideva e tutte le cose noiose diventavano una risata, una barzelletta. Quanto mi faceva ridere, si vedeva che era l’ uomo delle cose importanti, la televisione, il calcio, le belle donne, le belle case, lo shopping (si scrive così?). I potenti di prima erano grigi, ma lui no, lui combatteva il comunismo godendosi la vita come ogni persona dovrebbe fare, al mare, in villa. Sono stati anni spensierati e molto divertenti. Ma poi cominciai ad avere la sensazione che anche lui stesse invecchiando e che, forse, la vita se la godesse solo lui. Ero stata con qualcuno? Con tanti, in effetti… D’altra parte, bisogna pur far carriera.
E oggi, che meravigliosa giornata. Sono nuova, ancora, e vergine. C’è chi parla ancora di sinistra o destra… Che tristezza: sono vecchi, finiti. Ora bisogna costruire il futuro, e sono le persone nuove come me che ricostruiranno questo Paese distrutto. Che bel sole.
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sabato 26 maggio 2012

Non aprire quella finestra

«Non aprire le finestre. Per piacere.».
«Ma è tardi, ormai sono le sette e mezza. La sveglia ha suonato già da un quarto d’ora. ».
«Non ho sentito nulla, è ancora buio.».
«E’ buio perché ieri sera hai sigillato le tapparelle. Fuori è già giorno».
«Non c’è nessun giorno là fuori. E’ ancora notte fonda».
Silenzio preoccupato.
«Ma stai bene?».
«Benissimo. Ma ora riprendiamo a dormire, dai, la notte è ancora lunga e ho sonno. Tanto sonno.».
«La notte non è lunga, è finita, è un nuovo giorno. Guarda la sveglia.».
«Buona notte».
«Ma io non ho sonno.».
«Ah, soffri di insonnia? E da quando? Buona notte. Puoi leggere, se vuoi, non mi dai fastidio.».
«Ma io non voglio leggere, è ora di colazione.».
«Uno spuntino di mezzanotte, vuoi dire. Buon appetito. Io no, comunque, non ho fame.».
Silenzio.
«Stai, scherzando, vero?».
«Io? Scherzando? No, assolutamente. E ora lasciami dormire, dai.».
«Stiamo facendo tardi, questa storia è durata fin troppo.».
«Non alzare le tapparelle, per piacere».
«Hai paura della luce? Sei forse diventato un vampiro?».
«No, niente vampiri. Vedi? I canini sono normali. Puoi provare con l’aglio, se non ci credi. Buonanotte».
«Piantala, dai. E’ ora di andare al lavoro, devi parlare con quello del Personale.».
«No, non ancora. Ho appuntamento domani.».
«Ma domani è … adesso».
«Non ancora, è ancora notte.».
«Sei stato convocato, è un colloquio importante…».
«Tanto lo so già cosa mi dirà: mi consegnerà la lettera della cassa integrazione. Domani. Ci penserò domani.».
«Vuoi che chiami il dottore?».
«Perché? Non stai bene? E’ per l’insonnia?».
«Io non soffro di insonnia.».
«Non si direbbe. Hai pure fame.».
«Sto benissimo, io.».
«Mi fa piacere. Ma ora lasciami dormire, per favore.».
«Non fare lo sciocco, ci sono mille cose da fare. Devi anche passare in banca.».
«Non credo che siano aperte di notte, a quest’ora ci sono solo i bancomat.».
«Lo so che non devi prelevare, devi parlare col Direttore, per quelle rate che scadono oggi.».
«Non scadono oggi, scadranno domani.».
«Come preferisci. Ma devi andarci a parlare. Se non le paghiamo rischiamo di perdere la casa.».
«Oh sì, c’è l’ipoteca.».
«Appunto, bisogna vedere se è possibile rinegoziare il mutuo.».
«Sarà difficile.»
«Proprio per questo devi andarci.».
«Non me lo farà rinegoziare, lo so già.».
«Comunque devi provarci, è l’unica cosa che possiamo fare.».
«Sappiamo tutti e due che non servirà. Ma domani ci andrò lo stesso...».
E cadde addormentato. Respiro profondo, quasi un russare.
«Dai, devi arrivare presto al lavoro se vuoi uscire prima per passare in banca. E’ ora di alzarsi. Forza, finiamola con questa commedia. Comincio ad andare in bagno io. Tu ronfa pure per altri dieci minuti, se vuoi.».
Coperte rialzate, passi scalzi sul pavimento. Acqua nel lavandino. E poi un rumore di carta, un frugare nel cestino. Silenzio.
La porta del bagno che si riapre violentemente.
«Ma quante ne hai prese?». Corsa verso il letto. Il respiro sempre più profondo, cupo. Di corsa, ancora, verso il telefono. Tre tasti, tre tasti soli pigiati con affanno «Un’ambulanza! Presto! Un’ambulanza!».

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martedì 1 maggio 2012

Come volevasi dimostrare

«Ne è sicuro, Presidente?».
«Sì, la soluzione per uscire dalla crisi è il teorema di Morganstaller Kreutzmann, con un parametro pari a 2,78».
«2,78?».
«Abbiamo rielaborato i dati ancora oggi pomeriggio, abbiamo impiegato computer particolarmente potenti».
Il Presidente diede tempo ai Ministri seduti attorno al grande tavolo da riunioni di assimilare la notizia e, dopo aver loro rivolto uno sguardo, «Allora siamo d’accordo?».
Ci furono muti cenni di assenso.
«Bene, variamo la manovra».
Premette un pulsante alla sua destra e sugli schermi cominciarono a rincorrersi pagine che annunciavano le variazioni appena apportate: tassi di interesse che diminuivano, pensioni che calavano e si allungavano, salari e tredicesime che dimagrivano.
Il deficit calava, l’Europa approvava. La Borsa saliva dello 0,12%.
Sorrisero.
Dal frigo bar furono estratte due bottiglie di Prosecco, con bicchieri di comune vetro. Brindarono, con sobrietà.
Poi cominciarono ad apparire le ultime notizie d’agenzia. Una pensionata, a causa della testé approvata manovra si era vista ridurre l’assegno e si era buttata sotto il treno della metropolitana mentre quattro fabbriche, sette imprese commerciali, sei cantieri edili e nove agenzie d’assicurazioni chiudevano simultaneamente nella provincia di Ragusa. I lavoratori licenziati cominciarono a bloccare la statale.
Al vedere quelle notizie un grande Ministro lasciò il bicchiere e il Prosecco, riavvitò la stilografica (Montblanc, ovviamente), la infilò nel taschino, ripose le sue carte nella borsa di pelle pregiata, disse «Mi dissocio dalla manovra», si alzò e uscì dal Consiglio.
L’Europa cominciò a nutrire dubbi.
Le Borse cominciarono a nutrire forti dubbi.
Un industriale brianzolo strozzato dai debiti, nel frattempo, fece harakiri con un coltello da macellaio nella piazza centrale della sua cittadina spargendo sangue a fiotti sul selciato. In base ad un corollario del teorema di Morganstaller Kreutzmann la vedova si vide recapitare una tassa sullo smaltimento di rifiuti organici maggiorata del 24,3% a causa degli oneri straordinari sopraggiunti.
Due altri ministri, a questo punto, si dissociarono.
L’Europa criticava.
La Borsa perdeva.
Un depravato, che però era stato anche lui Presidente, dichiarò che ai suoi tempi tutto questo non succedeva.
Sugli schermi scorrevano immagini di manifestazioni.
«Potete alzare l’audio? - chiese il Presidente a coloro che erano vicino allo schermo – non sento bene.».
«Presidente, forse sarebbe il caso di abbassarlo».
Le grida, infatti, provenivano dalla piazza. Ed erano via via più alte e distinte.
Si alzarono, andarono vicino alle finestre. Non si riusciva a capire granché: fumo, confusione, qualche fiamma qua e là.
«Sono quelli dei forconi?».
«A dir la verità vedo pure asce, picconi, mazze ferrate. Anche qualche mattarello, laggiù sulla destra.»
Un inserviente ritirò le bottiglie di Prosecco e se le portò di là, per finirle più tardi in santa pace.
«Sapete – il Presidente parlò dopo un lungo silenzio – comincio a pensare che forse abbiamo commesso qualche errore».
«Lei crede, Presidente?».
«Sono del parere che forse dovevamo considerare un parametro non inferiore a 3,07».
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sabato 31 marzo 2012

Una sobria proposta

Signor Presidente,
in attesa che venga portata a termine l’annunciata spendig review, mi preme sottoporre alla Sua attenzione alcune brevi considerazioni che, mi auguro, possano suggerire una definitiva soluzione al problema delle finanze statali.
Come noto, infatti, il debito pubblico, attestatosi a circa 1.935 miliardi di Euro (all. 1), rappresenta il maggior ostacolo alla crescita del Paese e, tra le sue cause principali, non si può non considerare la spesa pensionistica che (all. 2) ammonta a poco meno di 200 miliardi di Euro all’anno interessando circa 16 milioni di pensionati. Si tratta, purtroppo, di un onere destinato a durare nel tempo, essendo calcolabile una vita media di poco meno di vent’anni per i percettori di pensioni di vecchiaia e ben più lunga per quelli delle pensioni di anzianità. E’, inoltre, in continuo aumento il numero dei disoccupati, ormai più di due milioni (all. 3), uno spreco di risorse che potrebbero essere altrimenti impiegate in attività produttive. Non si può, infine, non fare riferimento alla nostra grave dipendenza dall’estero per ciò che riguarda l’approvvigionamento energetico, soprattutto in questi mesi che vedono il prezzo del petrolio superare stabilmente i 100 dollari al barile. A tal proposito, il trattamento dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU), in un mondo che si avvia a sperimentare un costo dell’energia ben più elevato di quello conosciuto dalle precedenti generazioni, rivestirà cruciale importanza. Segnalo alla Sua attenzione come da 555.000 tonnellate di RSU sia possibile ricavare energia equivalente a 75.000 tonnellate di petrolio (all. 4).
Per quanto riguarda inoltre la situazione del mercato delle carni, vorrei rammentare come il numero di capi di grosse dimensioni abbattuti in Italia si attesti tra i 20 e i 25 milioni all’anno circa, comprendendo bovini, bufalini, suini, ovini e caprini, essendo trascurabile il numero di equini e struzzi. (all. 5). Considerando i dati relativi ad alcune realtà locali (all. 6 , pag.8), si può stimare che un addetto possa, in media, lavorare circa 1.000 capi (tra suini e bovini) all’anno.
In conclusione, signor Presidente, considerando un numero di pensionati da smaltire pari a circa 16 milioni e applicando con generosità, per venir incontro alle pressanti richieste di lavoro, i coefficienti sopra ricordati per i mattatoi , si possono creare almeno 20 o 25 mila nuovi posti di lavoro. Il metodo di abbattimento dei pensionati dovrà essere di volta in volta concordato con le Autorità Locali, onde prevenire reazioni di tipo nimby, ma dovrà essere comunque volto ad alleviare ogni tipo di inutile disagio. Data la mole di lavoro, è plausibile che l’intero processo possa richiedere circa un anno per il suo completamento, e, ipotizzando un peso pro capite medio dei pensionati pari a circa 70 Kg e procedendo al loro trattamento come RSU, si arriverebbe ad una produzione di energia elettrica pari a circa 150.000 Tonnellate Equivalenti Petrolio, con risparmio di fonti energetiche altamente inquinanti (oltre 800.000 tonnellate di minori emissioni di CO2). Circostanza, questa, che non potrà che suscitare il plauso delle associazioni ambientaliste. A smaltimento compiuto, lo Stato potrà liberare risorse per poco meno di 200 miliardi di Euro all’anno, una cifra considerevole che potrà garantire un nuovo rilancio dello sviluppo economico e delle opere pubbliche, a partire dall’auspicato TAV Casalpusterlengo Avezzano.
Certo della Sua benevola attenzione, mi è gradita l’occasione per porgerLe i miei più distinti saluti.

Jack Daniel
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mercoledì 22 febbraio 2012

Lasciamoli giocare


La casa, ancora bella, era stata un tempo bellissima. Ora, però, risentiva degli anni, se non dei secoli, e della penuria di restauri e manutenzioni. Qualche traccia di umido, l’intonaco qua e là sbrecciato, graffi su porte e infissi. In cucina, i pensili da tempo non formavano più una linea dritta e dal tavolo, nonostante bruciature e anelli di bicchieri, non era scomparsa la passata bellezza e solidità, nonostante il disordine di fogli e cartelline che lo ingombravano.
«Il problema sono le rate del mutuo».
«Quando scadono?»,
«A marzo».
Dalla stanza accanto, dalla quale, per tutta la durata della discussione, era provenuto un brusio di sottofondo, si levò un urlo di trionfo che li costrinse ad interrompere l’esame dei conti. Trovarono la forza di sorridere «Beati loro, che riescono a divertirsi…». 
«Beati loro, che non si pongono questi problemi».
Sguardi benevoli e comprensivi. 
E poi, scuotendo la testa per non farsi distrarre da pensieri troppo lievi, «Entro marzo bisogna trovare quei soldi, quindi. E dove?».
«Potremmo vendere qualcosa. La macchina, i libri.».
«I libri?» e gli occhi preoccupati e tristi andarono alla libreria carica e affollata grazie a decenni di amorosi acquisti.
«In fondo – le disse prendendole la mano – ormai se ne trovano tanti in rete. Non è più necessario averli di carta».
«Lo so. Ma sono ricordi, i nostri ricordi…».
Un barrito di trionfo si levò dalla vicina stanza. Per scaricare la tensione abbatté il pugno sugli estratti conto appoggiati sul tavolo, scostò fragorosamente la sedia dal tavolo, si alzò facendo volare altri estratti conto che teneva sulle ginocchia e, aperta la porta, «Volete piantarla, ragazzi?!». 
Si levarono deboli e poco convinte proteste che interruppe con voce ancora alterata «Con la mamma stiamo parlando di cose importanti! Cercate di stare buoni, una volta tanto».
Si risedette sospirando, si chinò per prendere le carte atterrate sotto il tavolo. «In fondo dobbiamo solo stringere la cinghia per un paio d’anni. Magari se rinunciamo alle vacanze e tagliamo ancora un po’ le spese ce la possiamo fare, e senza dar via i libri».
«Tagliare le spese? Ancora? Quali?».
La domanda si perse nel silenzio. Un silenzio breve, di lì a poco interrotto da nuova grida dalla stanza vicina. Ancora una volta stava per alzarsi, ma lei lo prevenne, poggiandogli una mano sul braccio.
«Lasciali fare, lasciamoli giocare».
«Ma non si rendono conto di quello che stiamo passando?».
«Forse no, ma è meglio così, lasciamoli sfogare.»
«Lo facciamo, tutti i giorni, con le leggi elettorali, con l’Art18, con le riforme costituzionali. Li assecondiamo, passiamo ore con loro quando vogliono fare i sindacati o i politici. Ma in certi momenti dovrebbero capire.».
«Forse è meglio che non capiscano, forse è meglio che non si rendano conto. Sarà più facile per loro sopportare questi anni.».
«Hai ragione, Elsa. Ma poi ogni giorno si svegliano e chiedono un nuovo emendamento, altri fondi, ulteriori spese mentre noi, invece, siamo qui seduti a chiederci se sia il caso di vendere i libri.».
«Devi aver pazienza, Mario. Sono solo dei ragazzi, lasciamoli giocare.».


Su I Siciliani



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