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mercoledì 22 febbraio 2012

Lasciamoli giocare


La casa, ancora bella, era stata un tempo bellissima. Ora, però, risentiva degli anni, se non dei secoli, e della penuria di restauri e manutenzioni. Qualche traccia di umido, l’intonaco qua e là sbrecciato, graffi su porte e infissi. In cucina, i pensili da tempo non formavano più una linea dritta e dal tavolo, nonostante bruciature e anelli di bicchieri, non era scomparsa la passata bellezza e solidità, nonostante il disordine di fogli e cartelline che lo ingombravano.
«Il problema sono le rate del mutuo».
«Quando scadono?»,
«A marzo».
Dalla stanza accanto, dalla quale, per tutta la durata della discussione, era provenuto un brusio di sottofondo, si levò un urlo di trionfo che li costrinse ad interrompere l’esame dei conti. Trovarono la forza di sorridere «Beati loro, che riescono a divertirsi…». 
«Beati loro, che non si pongono questi problemi».
Sguardi benevoli e comprensivi. 
E poi, scuotendo la testa per non farsi distrarre da pensieri troppo lievi, «Entro marzo bisogna trovare quei soldi, quindi. E dove?».
«Potremmo vendere qualcosa. La macchina, i libri.».
«I libri?» e gli occhi preoccupati e tristi andarono alla libreria carica e affollata grazie a decenni di amorosi acquisti.
«In fondo – le disse prendendole la mano – ormai se ne trovano tanti in rete. Non è più necessario averli di carta».
«Lo so. Ma sono ricordi, i nostri ricordi…».
Un barrito di trionfo si levò dalla vicina stanza. Per scaricare la tensione abbatté il pugno sugli estratti conto appoggiati sul tavolo, scostò fragorosamente la sedia dal tavolo, si alzò facendo volare altri estratti conto che teneva sulle ginocchia e, aperta la porta, «Volete piantarla, ragazzi?!». 
Si levarono deboli e poco convinte proteste che interruppe con voce ancora alterata «Con la mamma stiamo parlando di cose importanti! Cercate di stare buoni, una volta tanto».
Si risedette sospirando, si chinò per prendere le carte atterrate sotto il tavolo. «In fondo dobbiamo solo stringere la cinghia per un paio d’anni. Magari se rinunciamo alle vacanze e tagliamo ancora un po’ le spese ce la possiamo fare, e senza dar via i libri».
«Tagliare le spese? Ancora? Quali?».
La domanda si perse nel silenzio. Un silenzio breve, di lì a poco interrotto da nuova grida dalla stanza vicina. Ancora una volta stava per alzarsi, ma lei lo prevenne, poggiandogli una mano sul braccio.
«Lasciali fare, lasciamoli giocare».
«Ma non si rendono conto di quello che stiamo passando?».
«Forse no, ma è meglio così, lasciamoli sfogare.»
«Lo facciamo, tutti i giorni, con le leggi elettorali, con l’Art18, con le riforme costituzionali. Li assecondiamo, passiamo ore con loro quando vogliono fare i sindacati o i politici. Ma in certi momenti dovrebbero capire.».
«Forse è meglio che non capiscano, forse è meglio che non si rendano conto. Sarà più facile per loro sopportare questi anni.».
«Hai ragione, Elsa. Ma poi ogni giorno si svegliano e chiedono un nuovo emendamento, altri fondi, ulteriori spese mentre noi, invece, siamo qui seduti a chiederci se sia il caso di vendere i libri.».
«Devi aver pazienza, Mario. Sono solo dei ragazzi, lasciamoli giocare.».


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lunedì 30 gennaio 2012

Per chi suona Piazza Tahrir

E’ stata una rivoluzione tradita quella egiziana? Oppure, al contrario, nel corso dell’ultimo anno, da quando, il 25 gennaio del 2011, iniziarono quelle manifestazioni che portarono, l’11 febbraio, alle dimissioni di Mubarak, il paese ha realmente cambiato pagina e si appresta a vivere una nuova stagione? 
Oggi, ad un anno di distanza, Piazza Tahrir si è nuovamente riempita di centinaia di migliaia di manifestanti, forse milioni, ritornati su quest’anello d’asfalto sul lato meridionale di un grande spiazzo chiuso a nord dalla mole neoclassica del museo archeologico al cui fianco sorge il rudere carbonizzato di quella che fu la sede del PND, il Partito Nazionale Democratico di Mubarak. Perché sono tornati? Per celebrare l’anniversario o per trarre nuova forza per riprendere l’opposizione ai militari? I manifestanti erano divisi e, nell’euforia del momento, nei festeggiamenti, è stata messa la sordina alle differenze. Dalla caduta di Mubarak, infatti, da quando il potere è stato preso in mano dai militari costituiti in Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), il centro della piazza è stato occupato dalle tende degli indignati egiziani ben collegati, grazie a facebook e twitter (da seguire #tahrir) al resto del mondo. Non hanno smesso, in questi mesi, di denunciare la gattopardesca continuità tra i militari e il regime di Mubarak, del quale hanno preso il posto varando una nuova e provvisoria costituzione nella quale, di fatto, i poteri prima attribuiti al Presidente, finivano in mano dello SCAF. Ci sono stati scontri (ultimi quelli di novembre) e vittime, dimissioni di governi ma il potere supremo, per ora, è rimasto nelle mani dei militari. Rivoluzione tradita, quindi? 
I ragazzi accampati a Piazza Tahrir pensano di sì. Eppure alcune cose sono cambiate, in Egitto, anche se in maniera del tutto inattesa dagli indignati. I militari, quando presero il potere, promisero elezioni legislative entro l’autunno 2011 e presidenziali entro giugno 2012. Le elezioni per il Parlamento si sono tenute (nei prossimi giorni inizieranno quelle per la Camera alta) e hanno visto una buona affluenza di elettori. Ma i risultati sono stati una sorpresa, perché si pensava ad un testa a testa tra i fratelli Musulmani e il blocco dei partiti liberali (i più filo occidentali). E’ successo invece che i Fratelli musulmani hanno guadagnato oltre il 47% dei seggi e il secondo partito, con quasi il 25%, è stato quello salafita, una formazione islamica ancora più radicale. I filo occidentali sono stati sonoramente sconfitti, e i ragazzi di piazza Tahrir , i più radicali tra i liberali, hanno portato in parlamento meno di dieci rappresentanti. 
Tutto ciò ha improvvisamente mutato la Fratellanza, da spauracchio delle cancellerie occidentali, in male minore con la quale si può e deve trattare. E i Fratelli, d’altro canto, sostengono che sì, in effetti la sharia sarà introdotta in Egitto, ma saranno molto tolleranti e hanno accolto con molto entusiasmo l’invito di Sheshouda III, il Papa dei cristiani copti, a presenziare alla Messa di Natale. I salafiti si sono rifiutati. E i copti oltranzisti si sono arrabbiati (per l’invito rivolto dal Papa agli islamici). E poi c’era da tranquillizzare investitori e turisti stranieri che, spaventati dal clamore delle rivolte, hanno fatto crollare del 30% le entrate turistiche in valuta pregiata. 
Per la Fratellanza, che in questi mesi ha disertato piazza Tahrir in attesa di vincere alle urne, questo 25 gennaio 2012 è stato fondamentalmente una celebrazione. Sappiamo quindi che il Parlamento sarà dominato dagli islamisti ma, in un Paese nel quale vige ancora una costituzione che, di fatto , è quella precedente, ritagliata sulla figura di un Presidente autoritario al quale delega un’immensità di funzioni, il potere legislativo conta poco. In attesa di una nuova Costituzione, che sarà elaborata nei prossimi mesi, la vera partita saranno le presidenziali Chi vincerà? 
Oggi l’opinione più diffusa è che la spunterà Amr Moussa, un politico di lungo corso, ex ambasciatore all’ONU, ex ministro sotto Mubarak e attuale presidente della Lega Araba. E’ anziano, è del 1936 (l’età di Berlusconi, peraltro, un’età che in un paese giovane come l’Egitto pare vegliarda e patriarcale) e questa è la migliore garanzia che, almeno, non sarà lui l’iniziatore della 34esima dinastia faraonica. Un presidente di transizione, insomma, per garantire un po’ di stabilità, in attesa di riaprire il vero braccio di ferro, quello tra la Fratellanza e i militari. In questa futura contrapposizione i veri esclusi rischiano di essere proprio loro, i ragazzi di Piazza Tahrir, gli indignati accampati su quel cerchio di terra circondato dall’anello d’asfalto, quelli che per tutto questo tempo hanno creduto di incarnare la vera opposizione allo SCAF chiedendone l’allontanamento. 
Eppure la maggioranza del popolo egiziano non sembra condividere questa necessità, è convinta che tra sei mesi i militari se ne andranno. E allora, perché agitarsi? Perché “rovinare quel bel giardino d’erba che c’era lì in mezzo alla rotonda?”. 

Il compattatore umano 

Lasciata Piazza Tahrir, però, pare proprio che l’urgenza del passaggio dei poteri prima delle elezioni in estate non sia considerata questione di vita o di morte. Non sembra essere la principale preoccupazione di Ahmed (nome di fantasia) che, all’ingresso del mercato di Khan el Khalili, svolge con coscienza la sua professione di compattatore umano. Come i vecchi pigiatori di vino, a piedi nudi dentro un cassonetto di immondizie, Ahmed compatta. Pesta e ripesta, per fare in modo che in quel cassonetto entri un po’ di quella sporcizia che in Egitto è ovunque: nelle scarpate ai lati delle strade, nei canali d’irrigazione sui quali si affacciano abitazioni. E in quei cumuli giocano bambini e aironi e ogni tanto, quando i cumuli raggiungono un volume eccessivo, gli si dà fuoco, e i fumi entrano nelle case e, inshallah, “tanto la vita qui in Egitto non è lunga come da voi”. 
D’altro canto, il sistema fognario è carente (eufemismo) e si va avanti a forza di fosse, e non esiste un solo deposito di rifiuti pericolosi in tutto l’Egitto. A questo si aggiunge l’inquinamento provocato dalle macchine, una nube grigia che staziona sul Cairo, alimentata da catorci vecchi di 50 anni (archeologia, altro che Tutankhamon: arcaiche 1300 e 1500, miriadi di 131 e 132, 127 a gogo; una, in vendita, recava con orgoglio il cartello “Model 1980, call XXXXX”; era quasi nuova). E poi motorette cinesi, cloni di vecchie giapponesi, piccole ed economiche, che si diffondono a macchia d’olio, rimpiazzando i somarelli, sino a qualche anno fa il “mezzo” di locomozione più diffuso. Quanti i PM10, quelli che affliggono le nostre metropoli? E chi lo sa? Ci sono forse stazioni di rilevamento? E allora, perché preoccuparsi? Del resto, con una rete di trasporti carente (altro eufemismo) con l’assicurazione obbligatoria inesistente (“E in caso di incidente”? “Inshallah”) e con la benzina – di pessima qualità – a (circa) 16 centesimi di Euro al litro, l’unico mezzo è riciclare vecchi catorci all’infinito e ingorgare il traffico. 
16 centesimi (al cambio di oggi): se si guarda questa tabella  pur non aggiornata, ci si rende conto che il prezzo della benzina in Egitto è pari a quello di paesi che navigano nel petrolio, come Kuwait e Arabia. Ma l’Egitto naviga nel petrolio? No, purtroppo, ha raggiunto il picco. 

Dopo un picco c’è un baratro 

Il petrolio non finirà dall’oggi al domani, perché i giacimenti non si esauriscono all’improvviso. Piuttosto accadrà che un certo giorno si comincerà a produrre un po’ meno dell’anno precedente, perché magari i giacimenti migliori e scoperti prima si sono esauriti e quelli nuovi sono un po’ meno produttivi. Quando arriverà il picco, cioè l’anno di massima produzione, per il nostro pianeta? C’è chi dice presto, prestissimo: pochissimi anni; altri sostengono che abbiamo ancora una ventina d’anni. 
Quando accadrà per la Terra, quindi, non è sicuro, ma sappiamo che in Egitto il picco è stato raggiunto nel 1993. Da allora producono sempre meno petrolio e, dal 2010, i consumi superano la produzione. E questo perché, da un lato, ne producono meno e, dall’altro, ne consumano di più, a causa dei catorci di cui sopra, delle moto cinesi e del prezzo della benzina allineato al Kuwait. Ma come mai il prezzo della benzina è così basso in Egitto? Semplice, è un prezzo politico: il governo egiziano spende in sussidi alla benzina più di quanto stanzia per il bilancio annuale della pubblica istruzione. 
In queste settimane la Nigeria, che produce petrolio in gran quantità – a differenza dell’Egitto – ha aumentato il prezzo della benzina da (al cambio attuale) circa 30 centesimi a circa 70. E’ scoppiato il finimondo: scioperi generali, proteste, minacce ai distributori di benzina, tensioni. E partivano da un prezzo doppio di quello egiziano. Che succederà in Egitto quando il prossimo governo (chiunque sia il presidente) prenderà in mano la situazione? D’altro canto, con trasporti carenti e nuove città che sorgono come funghi in mezzo al deserto, come ci si sposta? Nuove città, nuovi abitanti: questo porta ad un’altra domanda: quanti sono gli egiziani? 
Nessuno lo sa con certezza, ma dovrebbero essere più di 80 milioni e meno di 90: diciamo 85, non ci sbaglieremo di molto. Erano meno di 30 milioni nel 1960 e crescono al 2% all’anno. Ogni nove mesi circa c’è un milione di egiziani in più. Ma l’Egitto è grande! un milione di Kmq, 3 volte e passa l’Italia. Falso, perché, come tutti sappiamo, gran parte è deserto e la superficie utile è circa il 6/7%. 70.000 Kmq circa: 3 volte la Sicilia. In 3 Sicilie, quindi, ci sta la popolazione della Germania, che aumenta al ritmo di una Palermo ogni quattro mesi. E tutti questi devono spostarsi, consumano rifiuti, mangiano e bevono. Bevono? 
Questo ci porta al problema dei problemi: l’acqua. E ci porta anche ad una delle attuali piaghe d’Egitto, quella della terra tramutata in sale. Da Erodoto in qua sappiamo che l’Egitto è figlio di quel Nilo che tutt’ora fornisce acqua al 90% dei terreni agricoli. Purtroppo, però, irrigare i campi con acqua di fiume in terre aride porta problemi, perché l’acqua che scende dai monti corre lungo rocce dalle quali strappa piccole quantità di sali minerali che poi (come sappiamo) si depositano nelle nostre lavatrici. Donde l’anticalcare. 
I campi irrigati, quindi, decennio dopo decennio, cominciano ad accumulare questi sali che, alla lunga, rendono sterile la terra. Se ne resero conto già i Sumeri, e se la Mesopotamia è incoltivabile è per questo: il sale accumulato migliaia di anni fa rende il terreno inutilizzabile oggi. Nei nostri climi il problema si pone poco perché la pioggia (poco o nulla salata) lava il sale e lo porta in mare dove è di casa. In Egitto, per millenni, si è ottenuto lo stesso effetto grazie alle piene che allagavano i campi e trascinavano via il sale accumulato. Negli anni’60, però, si decise di costruire la diga di Assuan per irreggimentare le piene e, da allora, l’acqua del Nilo scorre sempre dentro un letto prefissato. Parentesi: questo discorso parte dal tacito presupposto che l’acqua del Nilo appartenga all’Egitto. In realtà la questione fu stabilita nel lontanissimo 1959 quando lo sfruttamento del fiume fu diviso col Sudan, con l’Egitto che faceva la parte del leone. Gli altri paesi attraversati dal Nilo furono ignorati anche perché, all’epoca, non avevano ruolo politico. Recentemente 4 paesi bagnati dal Nilo prima che entri in Sudan (Etiopia, Burundi, Tanzania e Uganda) hanno proposto un nuovo trattato che dia anche a loro il diritto di utilizzare l’acqua del fiume, magari costruendo qualche diga. Per tutta risposta l’Egitto ha allertato le proprie Forze Armate e il trattato del 1959 non è ancora stato modificato. 

Qui un tempo era deserto 

Da quando fu costruita la diga, in mancanza di piene, il suolo comincia ad accumulare sali. Quanti? Si parla di un terzo del suolo ormai afflitto dal problema ma, come se non bastasse, il sale arriva anche dal mare. Il Delta, che produce il 65% dei beni agricoli, è poco elevato. Con la fine delle piene il suolo si è ricompattato e con il livello dei mari che tende ad aumentare per il riscaldamento globale, sono sempre più numerose le infiltrazioni sotterranee di acque salate. E quindi? 
Idea: le falde sotto il deserto. Sotto le dune del Sahara, infatti, si nascondono caverne piene d’acqua fossile, residuo di quando, migliaia di anni fa, era verde e ci vivevano gli ippopotami. Allora l’acqua dalla superficie colò in caverne sotterranee, lontane dall’evaporazione e lì è rimasta sino ad ora. E quindi, l’Alexandria desert road, l’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria, dall’essere asfalto nel deserto è diventata, negli ultimi 20 anni, una strada che passa tra fattorie e resort alimentati con acqua fossile. Quanti anni o decenni durerà con questo sfruttamento non si sa, ma sappiamo che, una volta esaurite le falde, bisognerà aspettare la prossima glaciazione per ricostituirle. Altro sfruttamento di risorsa non rinnovabile. In conclusione: l’Egitto sino a circa il 1970 era autosufficiente in termini di produzione di beni primari. Oggi, vuoi per la costruzione di nuovi quartieri o città su terre coltivabili, vuoi per la minore fertilità del suolo, vuoi – soprattutto – per l’aumento di bocche da sfamare, importa circa la metà di beni primari. Il pane è fortemente sussidiato, e quando Mubarak, nel 2008, tentò di ridurre gli aiuti e di aumentarne il prezzo, scoppiarono rivolte sanguinose, il preannuncio di quello che è successo nel 2011. 
Pane sussidiato, quindi, benzina sussidiata e, di conseguenza, deficit dello stato e debito in crescita. Un serpente che si morde la coda: se lo Stato destina immani risorse ai sussidi ne avrà meno per le fogne, gli ospedali, le scuole. Film già visto, compreso il finale: iniziati colloqui con il FMI. 
E’ passato un anno dalla rivolta. Ma perché la ribellione contro un regime corrotto e dittatoriale come quello di Mubarak è scoppiata l’anno scorso e non 10 anni fa? Tra le tante ragioni c’è che è ora che i nodi vengono al pettine. E’ ora che l’Egitto comincia ad importare petrolio, è ora che la produzione alimentare non basta più ed è in questi ultimi anni, da quando si è iniziato a parlare di riduzione dei sussidi, che si è cominciato a sospettare che le promesse di benessere futuro non sarebbero state mantenute. Mubarak è stato il padrone dell’Egitto, e la naturale reazione è stata quella di scaricare tutte le colpe contro una persona (che pure, di colpe, ne ha, eccome!) sperando che, una volta rimossa, tutto si sistemi per incanto. Invece i problemi rimarranno: perché chiunque sia il nuovo Presidente, non si troverà nuovo petrolio in quantità e non si risolverà il problema della carenza di pane e acqua. Per non parlare dell’incremento demografico. E questo perché i prossimi governanti, i primi del XXI secolo, si troveranno a gestire la pesante eredità del XX secolo, un’eredità fatta di risorse esaurite e di ambiente sfruttato al di là di ogni compatibilità. 
Solo che, a ben vedere, questi sono i problemi di tutti. Le particolarità dell’Egitto hanno fatto sì che i problemi del XXI secolo (acqua, risorse esaurite, sovrappopolazione, abuso dell’ambiente) siano esplosi lungo il Nilo prima che altrove, ma questi stessi problemi, nei paesi meno fragili ecologicamente, si presenteranno nei prossimi anni. Con quali conseguenze politiche? A Piazza Tahrir, e in tutto il mondo che da un anno punta gli occhi su quell’anello di asfalto, si è discusso di questo? No. Il problema (sacrosanto, peraltro) è stato il passaggio dei poteri. La questione, per noi, è sapere quanto la Fratellanza sarà moderata e quanto potrà convivere con Israele. Ma sono problemi del XX secolo, ancora; di quelli del XXI secolo, come il recente fallimento di Durban dimostra, non siamo ancora in grado di occuparci, né in Egitto né altrove.

Foto di Maria Cristina Di Canio


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sabato 10 dicembre 2011

Un po' morti, ma sobri

Io, barone Viktor von Frankenstein, ora che la vita mi sta sfuggendo, raccolgo qui i miei ultimi pensieri perché voi che leggete possiate trarne insegnamento. Non cercate di destare i defunti, non cercate di dar vita a ciò che è oramai passato. Ero giovane quando, preso dall’ebbrezza di ridar gloria alla mia Terra, mi finsi che avrei potuto modellare un Essere ex novo, che fosse la sintesi de’ più illustri e competenti che ci avevano preceduto.
Fu allora che pensai - me stolto! – alla possibilità di strappar il miglior pregio dei nostri antenati e, con questi frammenti scelti con cura, dar vita al salvatore della nostra Patria. Per settimane m’aggirai nei cimiteri, tra tombe anonime e cenotafi dimenticati. Alla luce di una fioca torcia m’addentrai in cripte nelle quali regnavano sovrani ratti e ragni. Cercavo quei nomi, ormai ricoperti da polvere spessa e tenace, che ricordassero un’anima grande e allora – orrore solo a confessarlo! – scardinavo quelle antiche lapidi, divellevo quelle bare muffite e frugavo – sì, frugavo! – resti miserandi che raccoglievo e meco portavo nel mio laboratorio. E lì, nel corso di lunghe e gelidi notti, costruivo l’essere perfetto, colui che avrebbe ridonato alla Patria il lustro meritato e dimenticato, prostituito da lustri di malgoverno e morali sconcezze. L’essere perfetto, sobrio e raziocinante, che ponderasse i pericoli e ingegnasse le soluzioni, questo cercavo - sì, questo cercavo! Non la ricchezza o la gloria, ma la salvezza della mia Terra - ma altro trovai.
Era una cupa notte di novembre, l’aria stuprata da violenti e accecanti lampi che riducevano a nulla la mia pur onesta lucerna, quando, richiamando tutte le energie che potei raggruppare, abbassai le leve che le convogliarono sull’Essere ancora inanimato. Era questi il morto prodotto di morti resti di illustri e sobri morti. V’erano le spoglie del grande filosofo così come quelle del magno giurista e dell’economista insigne. Tutti sobri, ancorché morti, e, riuniti, avrebbero formato quell’Essere il cui governo avrebbe ridonato lustro alla Patria – così, folle! pensavo.
L’energia proruppe infine copiosa e quegl’esseri inanimati preser vita e divennero vivi e l’Essere parlò e disse “pensioni”. Un lampo, subito seguito da uno squassante tuono che fece tremare le pur solide mura del castello, mi diede l’ultima sua immagine che serbo. Strappando le solide catene, allentando le inossidabili maglie, si liberò dai vincoli, ahimè troppo fragili. Ritto accanto al letto dove speravo di averlo confinato emise un urlo belluino, che quasi sovrastò il tuono di poco prima. “Riforme” gridò e poi, gettandosi verso la finestra, frantumò i vetri e sparve nella notte. Guadagnò la campagna, e principiò a vivere nei pressi degli isolati villaggi del contado da cui, nei mesi seguenti forti si levarono pianti e stridor di denti. Solo i nobili e i ricchi, ben protetti da munite mura, poterono salvarsi. Questo io confesso, giunto al termine della mia vita terrena. Possa tu, ignoto lettore trarne giovamento. Lieve mi sia la terra.


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martedì 24 gennaio 1995

(pseudo)Catilinarie

Questo raccontino, pubblicato sui Siciliani, fu scritto più o meno quando cadde il primo Governo del Colui di Arcore.

«Eccolo! Sta per cominciare!».
«Volete abbassare la testa? Io non vedo niente».
«Silenzio!».
«FINO A QUANDO, CATILINA, ABUSERAI DELLA NOSTRA PAZIENZA?».
«Beh, questo sì è un inizio come si deve».
«Puoi dirlo forte».
«Volete far silenzio?».
«Ma io non vedo nulla!».
«Ma non c'è niente da vedere».
«Ma come niente? Cosa succede, cosa succede?».
«Sta parlando Cicerone».
«Shhh!».
«Ma Catilina? Dov'è Catilina?».
«Sta lì, nel quarto ordine».
«E che faccia fa? Che faccia fa?».
«Sorride».
Sorrideva, infatti. E cosa si nascondeva dietro quel sorriso? Ipotesi formulabili:
1) sprezzo del Senato;
2) sprezzo del pericolo;
3) postumi di un'avventura galante;
4) forte paura così dissimulata;
5) altro.

Ma Sallustio, che pure era fazioso, scrive che Catilina almeno una qualità l'aveva, e non da poco: era coraggioso. Opteremmo quindi, salvo obiezione, per una combinazione delle ipotesi 1) e 2). Se poi volessimo credere a Cicerone, persona, peraltro, da prendere con le molle, dovremmo mantenerci sull'ipotesi 3). Semmai, a voler star dietro a Cicerone, dovremmo interrogarci sulla natura dell'avventura galante.
Ipotesi formulabili: avventura con

3.1) vestale vergine (o supposta tale);
3.2) parente stretta sì da configurare fattispecie incestuosa;
3.3) giovine (maschio) desioso di precipitare nella corruzione;
3.4) maschio (non necessariamente giovine) già abbondantemente barbuto e corrotto;
3.5) altro.

Cicerone, come detto, non sempre fa testo. In quest'occasione meno che nelle altre. In età più avanzata (allora ne aveva 43 ed era quasi coetaneo di Catilina) ce lo immaginiamo seduto nella sala principale del circolo della caccia di Formia (dov'era andato a ripararsi in attesa che Ottaviano e Antonio - i giovinastri - capissero cosa fare da grandi) a conversare per giorni interi con magistrati di provincia.
«Console illustrissimo...».
«Amico mio, amico mio».
«Non si capisce più nulla, console».
«Ah!».
«è che manca, non so, il piglio...».
«Gli ideali! mio caro amico. Mancano gli ideali. Non si rispetta più la patria, le Leggi! Nulla!».
Profondi cenni di assenso.
«Ai miei tempi, caro mio, sì che sapevamo far rispettare la Legge e la dignità del Senato».
Altri copiosi profondi cenni di assenso.
«Le ho mai raccontato di quella volta in Senato? (sì che gliel'aveva raccontato, e molte volte pure. Ma si faceva finta di nulla) Quando mi alzai nel freddo glaciale (era pure novembre) e, squadrando Catilina, gli dissi...».
«NON CAPISCI CHE LE TUE TRAME SONO ORMAI NOTE A TUTTI?».
«Io continuo a non vedere nulla».
«Shhh!».
«Ma chi c'è?».
«Tutti! ci sono tutti. Non ho mai visto tanti senatori in una volta sola».
«C'è anche Marco Lepido?».
«Caspita! è lì in prima fila. E ci sono anche Caio Cesare (Julius the Caesar ndr), Quinto Metello, Enrico Cuccia, Giunio Silano, Giovanni Agnelli, Marco Porcio Catone...».
«Che faccia fanno? che faccia fanno?».
«Grave e severa».
«E' giusto, sono senatori».
«Quelli erano uomini, amico mio. Se penso ad un Marco Porcio e lo confronto a questi - sfregandosi i polpastrelli - giovini. Giovini validi, per carità. Hanno combattuto, frequentano le palestre. Ma manca loro, come dire? - ancora lo sfregamento delle dita - quello spessore, quella tempra».
Profondi cenni di assenso.
Indubbiamente la tempra di Cicerone era buona. La sua non era una famiglia di professionisti della politica: era una famiglia campagnola, e lui fu il primo che approdò al Senato. «Oh caspita - si dicevano i senatori - e noi permetteremmo che un neofita diventi console?». Preferivano i politici nati. Ma i senatori alla fine ci stettero, eccome.
Un consolato di tregua. Già, perché si trovarono a scegliere tra mali minori: o Catilina (uno di loro, ma vedi mai?) o un tecnico. Scelsero Cicerone. Il quale (già era borioso di suo) un po' si montò la testa. Come se non bastasse, il Fato volle che, qualche mese dopo, si preparasse la coniuratio Catilinae. Cicerone riuscì a sventarla e da allora perse la misura. Cominciò a paragonarsi a Romolo (quello di Remo), tempestava di missive i suoi amici greci invitandoli a comporre (in greco) una storia che narrasse le sue (di Cicero Ciceronis) gesta. E poi, mano a mano che gli anni passavano, si ritrovò sempre più spesso a dire «Ai miei tempi». Sino a che fu sgozzato dai seguaci di Antonio. E sapete perché? Perché s'era messo in testa di salvare, "come già aveva fatto" la Repubblica. Poveretto: non aveva capito un bel niente. Morto Cesare, con Ottaviano in crescita e Antonio rampante, ancora pensava, magari con qualche potente discorso, di restituire severità al Senato.
In questo caso, come detto, fu sgozzato, ma ai suoi tempi sì che ci riuscì. L'odiato Catilina era lì, una sentina di vizi, una cloaca di turpitudini, un abominio del genere umano. E che si permetteva pure di essere senatore. E di insultarlo dicendogli «Sei un inquilino». Un buzzurro, insomma, un parvenu.
Catilina, chi era veramente costui? Hanno vinto i suoi nemici, e i suoi nemici poi scrissero di lui. Bisogna ristabilire la par condicio.
Senatore Catilina, l'accusano di essere un perverso.
«Respingo fermamente queste dicerie: sono voci messe in giro al solo scopo di danneggiare la mia opera politica».
Già, la sua opera politica. Li vede quei senatoroni là? L'accusano di non rispettare le regole, di fare strame delle Leggi e del Senato.
«La verità è che questo paese è ormai in mano ad una sclerotica oligarchia dedita esclusivamente ai giochi di potere e alle manovre di Palazzo».
Ma la sospettano di voler fare un colpo di Stato.
«Sono loro che espropriano la gente del diritto di voltar pagina».
Sicuro, senatore Catilina? C'è chi vede nella sua azione soltanto una disperata difesa dei suoi interessi personali. E' vero o no che lei è oberato di debiti e che (l'ha detto pure Cicerone) alle prossime Idi sarà dichiarato moroso?
«Ulteriore malevola diceria. Le mie attività e i miei possedimenti sono di comprovata solidità».
Ma allora, come mai tutti i giovani nobilotti e indebitati, amanti del buon vivere e dei divertimenti, sono passati con lei? Si sospetta che, in fondo, siate tutti interessati ad una sola cosa: prendere il potere, liquidare i debiti (e magari pure i creditori) e continuare a gozzovigliare vita natural durante.
«Falso. La verità è che i giovani che mi seguono sono la parte sana del Paese. Gioventù aperta alle novità, che non tollera i lacci e i lacciuoli imposti loro da una classe dirigente vecchia e screditata. Noi siamo il nuovo, la speranza e l'ottimismo del futuro».
Mi scusi, senatore, ma perché dovremmo crederle? In fondo lei è già stato accusato di corruzione e portato dinanzi ai tribunali della Repubblica.
«Si trattava di un episodio circoscritto, amplificato dalla malafede dei miei avversari».
Questo Catilina, nel pieno rispetto della par condicio.
«E TU GIOVE, TIENI LONTANI QUEST'UOMO E I SUOI SGHERRI DAL TUO TEMPIO E DAGLI ALTRI DELL'URBE...».
«Sta finendo, sta finendo».
«E io non ho visto nulla.».
«Catilina è nervoso. Guarda guarda, sta gridando che lui non c'entra nulla. Sta insultando Cicerone».
«Ecco, adesso ha finito sul serio».
«E Catilina? Catilina?».
«Sta uscendo dall'aula. Proclama la sua innocenza».
«E gli altri?».
«Si stanno stringendo attorno a Cicerone».
«Ottimo discorso, Cicerone».
«Ti ringrazio, caro collega».
«Un eccellente richiamo ai principi».
«Il minimo, il minimo che potessi fare».
«Senza retorica, Cicerone, sono certo che oggi la Repubblica sia più salda, e che le sue istituzioni, così rinforzate, dureranno ancora per secoli».
«Ti ringrazio, Caio Cesare».
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lunedì 15 febbraio 1993

La ballata del Ragioniere

Questa filastrocca fu scritta per i Siciliani nel febbraio del 1993, quando i partiti della I Repubblica si sgretolavano nell'era di Mani Pulite e quotidianamente nascevano nuovi movimenti politici. Non era diffile immaginare che, all'interno di questi nuovi movimenti, avrebbero finito per prendere il sopravvento coloro che avevano fatto strada negli anni precedenti. Forza Italia sarebbe nata un anno dopo.

1
Diva, perché mai i ragionier non canti?
Solo morti in gloriosi accadimenti
tu stimi e di virtuosa luce ammanti:
eroi, guerrieri, persone eminenti.
Dimmi allor, chi il mondo manda avanti,
gli illustri morti o vive e piatte genti?
Da te ignorata, per gli altri val niente,
tal è del ragionier vita dolente.
2
Musa antipatica assai e silenziosa:
d' eroismi ignoti si nutre ogni vita,
persin d' un ragionier. E se sdegnosa
tu sei, sarà a me condur la partita,
mostrar come qualmente esser curiosa
può la canzon da te così impedita.
Narrar andrò colui che nulla vale
ché‚ di sua vita a niuno gliene cale.
3
Schiva gli spassi, da donne è schivato,
un uom tranquillo, una casa modesta.
Ama il lavoro, ma non ricambiato,
mai tu l' immagini a levar protesta.
Non ha ambizioni, s' inchina al suo fato
un solo dogma: tener vita onesta.
Così durò per quasi quarant' anni,
per sua colpa nessun pianse danni.
4
Ma giunto ormai nel mezzo del cammino
nel far la barba si guardò allo specchio:
ben ricorda quand' era ragazzino
ma vede il volto suo diventar vecchio.
Fece tardi in ufficio quel mattino
e l'immondizia si scordò nel secchio.
Evase pratiche, controllò un rientro
eppur qualcosa gli gemeva dentro.
5
E per quanto forzasse l'attenzione,
lo sguardo suo fuggiva le fatture:
solo pel muro provava attrazione.
Severo il capo: “L'influenza ha pure?”
chiese irritato da sua distrazione.
“No” rispose ingoiando congetture,
ed una scusa s'inventò di getto
che del suo capo placasse il sospetto.
6
“Così non va, ragionier, così spreca
tempo, denaro e pur l'intelligenza!
Mi dica, ha visto già quell'ipoteca?”
“Ancor no”.”Ragionier, la mia pazienza
è lieve. Qui non siamo in discoteca!
Vuol lavorare o vuol beneficenza?
Se di più non sa far, al bar giù scenda,
sforzi il cervello ed un caffè mi prenda!”
7
Il siberian anticiclone arreso
s' era ad atlantici venti piovosi
e già rombava il temporale atteso,
quando, rientrando a sera, di gravosi
turbamenti sentì lo strano peso
quel ragionier, sì che parea in ipnosi.
Sua vita vaglia e crede vagliar nulla:
cos' ha costruito da quand' era in culla?
8
Per cosa mai sarà lui ricordato
dieci minuti appresso il funerale?
(Se pur..) E chi mai avrà sua cassa a lato?
Questa è la paga per 'esser leale?
Inquieto si sentiva ed umiliato.
(Bagnato anche, a cagion del temporale)
Per risparmiare allora il suo cappotto
vide un balcon e riparò lì sotto.
9
Mentre aspettava che infine spiovesse
da un manifesto gli occhi suoi fur tratti.
Di politica non avea interesse,
anzi, stimava in fondo un poco matti
quei che credevano che ideali avesse
e non capivan ch' eran sol baratti.
Non che per ciò temesse il progresso
solo che fosse non troppo sconnesso.
10
Era il tempo del gran rinnovamento
e ognuno ovunque star saggio credeva
o, nel caso, fondar un movimento.
Proprio su ciò il manifesto verteva:
annunciava serale appuntamento
che sul moral senso farebbe leva.
(Avevano accordato lor presenza
solo onesti al ripar d'ogni sentenza).
11
Lesse e rilesse il ragionier l'avviso
finché la pioggia tregua non concesse.
Allora verso casa volse il viso
come la storna di cui a scuola lesse.
Giunto infin nel modesto paradiso
al capezzal di due patate lesse
“Così non va - disse - devo cambiare!
Oltre non voglio la vita sprecare!”
12
Già: ma a dir è facile, a far non tanto.
Da soli poi! Cimento da titani,
non da chi del diploma sol fa vanto.
Che far? Ancor rimandare a domani
sperando l'intervento pio d'un santo?
In prigione s'era messo con sue mani...
Eppure no: non stavolta. Cambiare
dovea. Mutare. Fare e rinnovare.
13
Quel manifesto...Quella gran riunione...
Se fosse? Quel che a singolo è divieto
conquistare lo può l'associazione.
Perché‚ no? In fondo a tentar non c'è veto.
Ancor tuonò quando uscì dal portone
e il marciapiede gli pareva un greto.
Ma risoluto era ormai il ragioniere:
non certo il clima lo potea tenere.
14
Si rifletteva sull' umido asfalto
il bel teatro e, falene incantate
da lampade notturne, all'assalto
movean persone serie e timorate,
riformator cortesi e senza appalto.
Incerto e timido alle gran vetrate
s'avviava il ragionier: ché‚ resistenza
spesso opponea a nuova conoscenza.
15
Ma quella sera un' aria respirava
diversa e strana. Sorrisi auguranti,
cordialità: l'un l'altro salutava
(anche se ignoto o quasi) e tutti quanti
il comun sentir affratellava.
“Che piacer! Prego, ma vada lei avanti!”
Il ragionier vinse infine l'esitare
e nel teatro entrò senza indugiare.
16
Molti eran già seduti nell'attesa
dell' intervento nobile e importante:
parlar dovea un'eccellenza mai arresa
e prevedevan discorso vibrante
che al governo lanciasse aspra contesa.
Guardò quindi la fila retrostante
il ragionier, cercando una poltrona
libera e un po' discosta in quella zona.
17
Quando una scorse rimasta ancor vuota
s'incamminò, ma “Ragionier lei pure”
da prime file udì una voce nota.
Subito gli tremaron le giunture
ché vide il capo, a suo agio in una ruota
d'eleganti person di sé‚ sicure:
illustri professori e dirigenti,
notai, avvocati insigni e presidenti.
18
Desiderò d'un tratto sprofondare
giù nell'inferno più basso e lontano,
e di vergogna si sentì avvampare
quando il capo con cenno della mano
democraticamente a presenziare
il benestar diede con far sovrano.
Con morituro incedere e depresso
s'avvicinò al dirigenzial consesso.
19
Disquisivan tra lor amabilmente
di sorti patrie con scelta eloquenza,
paventavan il deficit crescente
e delle istituzion l'obsolescenza,
l'esportazion tenean bene a mente
non trascurando sindacal vertenza,
sul quadro generale sospiravano,
per l'avvenir de’ figli s'angosciavano.
20
Eran persone assai belle a vedere:
vestiti in tinta, gesti rilassati.
Forte imbarazzo provò il ragioniere
nel dar la mano a un di quei avvocati
e nel sentir il capo “Che piacere
vederla qui tra i nostri associati.”
Sorrise timido a quell'adulazione,
ma di fuggir cercava l'occasione.
21
L'aiutò la fortuna quella volta
ché un grande applauso annunciò l'ingresso
dell'eccellenza sì famosa e colta.
Si levò in piedi esultante il congresso
e lui la gente intorno a sé raccolta
salutava garbato e senza eccesso.
“Grave è il momento - dicea turbato -
l'atteggiamento teniam moderato.”
22
E qual colui che al suo dover s'inchina
al grande palco l'eccellenza andava
tra applausi della folla a lui vicina.
Sol quando prime file attraversava
parve recuperar la parlantina:
comuni studi con lor ricordava,
mutue amicizie e simil esperienza,
facendo ritardar la conferenza.
23
Per general distrazione scordato,
il ragionier ben pensò d'arretrare,
ma sol due metri aveva conquistato
che “Ragionier” chiaro udì bisbigliare.
(Era il capo) “Sol ora ho notato..
- diceva - L'acqua mi sembra mancare!
Trovar bisogna un'acqua minerale!
Veda se ancor è aperto il bar del Viale.”
24
Partì per la missione il ragioniere
mentre iniziava l'atteso discorso
e si trovò da solo nel quartiere:
non c'eran macchine per via del Corso,
luci ogni tanto sol potea vedere
d'autoambulanze e mezzi di soccorso.
E finalmente giunse al bar del centro
ma ancor qualcosa gli gemeva dentro.
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