«Non aprire le finestre. Per piacere.».
«Ma è tardi, ormai sono le sette e mezza. La sveglia ha suonato già da un quarto d’ora. ».
«Non ho sentito nulla, è ancora buio.».
«E’ buio perché ieri sera hai sigillato le tapparelle. Fuori è già giorno».
«Non c’è nessun giorno là fuori. E’ ancora notte fonda».
Silenzio preoccupato.
«Ma stai bene?».
«Benissimo. Ma ora riprendiamo a dormire, dai, la notte è ancora lunga e ho sonno. Tanto sonno.».
«La notte non è lunga, è finita, è un nuovo giorno. Guarda la sveglia.».
«Buona notte».
«Ma io non ho sonno.».
«Ah, soffri di insonnia? E da quando? Buona notte. Puoi leggere, se vuoi, non mi dai fastidio.».
«Ma io non voglio leggere, è ora di colazione.».
«Uno spuntino di mezzanotte, vuoi dire. Buon appetito. Io no, comunque, non ho fame.».
Silenzio.
«Stai, scherzando, vero?».
«Io? Scherzando? No, assolutamente. E ora lasciami dormire, dai.».
«Stiamo facendo tardi, questa storia è durata fin troppo.».
«Non alzare le tapparelle, per piacere».
«Hai paura della luce? Sei forse diventato un vampiro?».
«No, niente vampiri. Vedi? I canini sono normali. Puoi provare con l’aglio, se non ci credi. Buonanotte».
«Piantala, dai. E’ ora di andare al lavoro, devi parlare con quello del Personale.».
«No, non ancora. Ho appuntamento domani.».
«Ma domani è … adesso».
«Non ancora, è ancora notte.».
«Sei stato convocato, è un colloquio importante…».
«Tanto lo so già cosa mi dirà: mi consegnerà la lettera della cassa integrazione. Domani. Ci penserò domani.».
«Vuoi che chiami il dottore?».
«Perché? Non stai bene? E’ per l’insonnia?».
«Io non soffro di insonnia.».
«Non si direbbe. Hai pure fame.».
«Sto benissimo, io.».
«Mi fa piacere. Ma ora lasciami dormire, per favore.».
«Non fare lo sciocco, ci sono mille cose da fare. Devi anche passare in banca.».
«Non credo che siano aperte di notte, a quest’ora ci sono solo i bancomat.».
«Lo so che non devi prelevare, devi parlare col Direttore, per quelle rate che scadono oggi.».
«Non scadono oggi, scadranno domani.».
«Come preferisci. Ma devi andarci a parlare. Se non le paghiamo rischiamo di perdere la casa.».
«Oh sì, c’è l’ipoteca.».
«Appunto, bisogna vedere se è possibile rinegoziare il mutuo.».
«Sarà difficile.»
«Proprio per questo devi andarci.».
«Non me lo farà rinegoziare, lo so già.».
«Comunque devi provarci, è l’unica cosa che possiamo fare.».
«Sappiamo tutti e due che non servirà. Ma domani ci andrò lo stesso...».
E cadde addormentato. Respiro profondo, quasi un russare.
«Dai, devi arrivare presto al lavoro se vuoi uscire prima per passare in banca. E’ ora di alzarsi. Forza, finiamola con questa commedia. Comincio ad andare in bagno io. Tu ronfa pure per altri dieci minuti, se vuoi.».
Coperte rialzate, passi scalzi sul pavimento. Acqua nel lavandino. E poi un rumore di carta, un frugare nel cestino. Silenzio.
La porta del bagno che si riapre violentemente.
«Ma quante ne hai prese?». Corsa verso il letto. Il respiro sempre più profondo, cupo. Di corsa, ancora, verso il telefono. Tre tasti, tre tasti soli pigiati con affanno «Un’ambulanza! Presto! Un’ambulanza!».
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sabato 26 maggio 2012
martedì 1 maggio 2012
Come volevasi dimostrare
«Ne è sicuro, Presidente?».
«Sì, la soluzione per uscire dalla crisi è il teorema di
Morganstaller Kreutzmann, con un parametro pari a 2,78».
«2,78?».
«Abbiamo rielaborato i dati ancora oggi pomeriggio,
abbiamo impiegato computer particolarmente potenti».
Il Presidente diede tempo ai Ministri seduti attorno al
grande tavolo da riunioni di assimilare la notizia e, dopo aver loro rivolto
uno sguardo, «Allora siamo d’accordo?».
Ci furono muti cenni di assenso.
«Bene, variamo la manovra».
Premette un pulsante alla sua destra e sugli schermi
cominciarono a rincorrersi pagine che annunciavano le variazioni appena
apportate: tassi di interesse che diminuivano, pensioni che calavano e si
allungavano, salari e tredicesime che dimagrivano.
Il deficit calava, l’Europa approvava. La Borsa saliva
dello 0,12%.
Sorrisero.
Dal frigo bar furono estratte due bottiglie di Prosecco,
con bicchieri di comune vetro. Brindarono, con sobrietà.
Poi cominciarono ad apparire le ultime notizie d’agenzia.
Una pensionata, a causa della testé approvata manovra si era vista ridurre l’assegno
e si era buttata sotto il treno della metropolitana mentre quattro fabbriche,
sette imprese commerciali, sei cantieri edili e nove agenzie d’assicurazioni
chiudevano simultaneamente nella provincia di Ragusa. I lavoratori licenziati
cominciarono a bloccare la statale.
Al vedere quelle notizie un grande Ministro lasciò il
bicchiere e il Prosecco, riavvitò la stilografica (Montblanc, ovviamente), la
infilò nel taschino, ripose le sue carte nella borsa di pelle pregiata, disse
«Mi dissocio dalla manovra», si alzò e uscì dal Consiglio.
L’Europa cominciò a nutrire dubbi.
Le Borse cominciarono a nutrire forti dubbi.
Un industriale brianzolo strozzato dai debiti, nel
frattempo, fece harakiri con un coltello da macellaio nella piazza centrale
della sua cittadina spargendo sangue a fiotti sul selciato. In base ad un
corollario del teorema di Morganstaller Kreutzmann la vedova si vide recapitare
una tassa sullo smaltimento di rifiuti organici maggiorata del 24,3% a causa
degli oneri straordinari sopraggiunti.
Due altri ministri, a questo punto, si dissociarono.
L’Europa criticava.
La Borsa perdeva.
Un depravato, che però era stato anche lui Presidente,
dichiarò che ai suoi tempi tutto questo non succedeva.
Sugli schermi scorrevano immagini di manifestazioni.
«Potete alzare l’audio? - chiese il Presidente a coloro
che erano vicino allo schermo – non sento bene.».
«Presidente, forse sarebbe il caso di abbassarlo».
Le grida, infatti, provenivano dalla piazza. Ed erano via
via più alte e distinte.
Si alzarono, andarono vicino alle finestre. Non si
riusciva a capire granché: fumo, confusione, qualche fiamma qua e là.
«Sono quelli dei forconi?».
«A dir la verità vedo pure asce, picconi, mazze ferrate.
Anche qualche mattarello, laggiù sulla destra.»
Un inserviente ritirò le bottiglie di Prosecco e se le
portò di là, per finirle più tardi in santa pace.
«Sapete – il Presidente parlò dopo un lungo silenzio –
comincio a pensare che forse abbiamo commesso qualche errore».
«Lei crede, Presidente?».
«Sono del parere che forse dovevamo considerare un parametro non inferiore a 3,07».
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«Sono del parere che forse dovevamo considerare un parametro non inferiore a 3,07».
sabato 31 marzo 2012
Una sobria proposta
Signor Presidente,
in attesa che venga portata a termine l’annunciata
spendig review, mi preme sottoporre alla Sua attenzione alcune brevi
considerazioni che, mi auguro, possano suggerire una definitiva soluzione al
problema delle finanze statali.
Come noto, infatti, il debito pubblico, attestatosi a
circa 1.935 miliardi di Euro (all.
1), rappresenta il maggior ostacolo alla crescita del Paese e, tra le sue
cause principali, non si può non considerare la spesa pensionistica che (all.
2) ammonta a poco meno di 200 miliardi di Euro all’anno interessando circa
16 milioni di pensionati. Si tratta, purtroppo, di un onere destinato a durare
nel tempo, essendo calcolabile una vita media di poco meno di vent’anni per i
percettori di pensioni di vecchiaia e ben più lunga per quelli delle pensioni
di anzianità. E’, inoltre, in continuo aumento il numero dei disoccupati, ormai
più di due milioni (all.
3), uno spreco di risorse che potrebbero essere altrimenti impiegate in attività
produttive. Non si può, infine, non fare riferimento alla nostra grave
dipendenza dall’estero per ciò che riguarda l’approvvigionamento energetico, soprattutto
in questi mesi che vedono il prezzo del petrolio superare stabilmente i 100 dollari
al barile. A tal proposito, il trattamento dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU), in
un mondo che si avvia a sperimentare un costo dell’energia ben più elevato di
quello conosciuto dalle precedenti generazioni, rivestirà cruciale importanza.
Segnalo alla Sua attenzione come da 555.000 tonnellate di RSU sia possibile
ricavare energia equivalente a 75.000 tonnellate di petrolio (all. 4).
Per quanto riguarda inoltre la situazione del mercato
delle carni, vorrei rammentare come il numero di capi di grosse dimensioni
abbattuti in Italia si attesti tra i 20 e i 25 milioni all’anno circa,
comprendendo bovini, bufalini, suini, ovini e caprini, essendo trascurabile il
numero di equini e struzzi. (all.
5). Considerando i dati relativi ad alcune realtà locali (all.
6 , pag.8), si può stimare che un addetto possa, in media, lavorare circa
1.000 capi (tra suini e bovini) all’anno.
In conclusione, signor Presidente, considerando un numero
di pensionati da smaltire pari a circa 16 milioni e applicando con generosità,
per venir incontro alle pressanti richieste di lavoro, i coefficienti sopra
ricordati per i mattatoi , si possono creare almeno 20 o 25 mila nuovi posti di
lavoro. Il metodo di abbattimento dei pensionati dovrà essere di volta in volta
concordato con le Autorità Locali, onde prevenire reazioni di tipo nimby, ma
dovrà essere comunque volto ad alleviare ogni tipo di inutile disagio. Data la
mole di lavoro, è plausibile che l’intero processo possa richiedere circa un
anno per il suo completamento, e, ipotizzando un peso pro capite medio dei
pensionati pari a circa 70 Kg e procedendo al loro trattamento come RSU, si
arriverebbe ad una produzione di energia elettrica pari a circa 150.000
Tonnellate Equivalenti Petrolio, con risparmio di fonti energetiche altamente
inquinanti (oltre 800.000 tonnellate di minori emissioni di CO2). Circostanza,
questa, che non potrà che suscitare il plauso delle associazioni ambientaliste.
A smaltimento compiuto, lo Stato potrà liberare risorse per poco meno di 200
miliardi di Euro all’anno, una cifra considerevole che potrà garantire un nuovo
rilancio dello sviluppo economico e delle opere pubbliche, a partire dall’auspicato
TAV Casalpusterlengo Avezzano.
Certo della Sua benevola attenzione, mi è gradita
l’occasione per porgerLe i miei più distinti saluti.
Jack
Daniel
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mercoledì 22 febbraio 2012
Lasciamoli giocare
La casa, ancora bella, era stata un tempo bellissima. Ora, però, risentiva degli anni, se non dei secoli, e della penuria di restauri e manutenzioni. Qualche traccia di umido, l’intonaco qua e là sbrecciato, graffi su porte e infissi. In cucina, i pensili da tempo non formavano più una linea dritta e dal tavolo, nonostante bruciature e anelli di bicchieri, non era scomparsa la passata bellezza e solidità, nonostante il disordine di fogli e cartelline che lo ingombravano.
«Il problema sono le rate del mutuo».
«Quando scadono?»,
«A marzo».
Dalla stanza accanto, dalla quale, per tutta la durata della discussione, era provenuto un brusio di sottofondo, si levò un urlo di trionfo che li costrinse ad interrompere l’esame dei conti. Trovarono la forza di sorridere «Beati loro, che riescono a divertirsi…».
«Beati loro, che non si pongono questi problemi».
Sguardi benevoli e comprensivi.
E poi, scuotendo la testa per non farsi distrarre da pensieri troppo lievi, «Entro marzo bisogna trovare quei soldi, quindi. E dove?».
«Potremmo vendere qualcosa. La macchina, i libri.».
«I libri?» e gli occhi preoccupati e tristi andarono alla libreria carica e affollata grazie a decenni di amorosi acquisti.
«In fondo – le disse prendendole la mano – ormai se ne trovano tanti in rete. Non è più necessario averli di carta».
Un barrito di trionfo si levò dalla vicina stanza. Per scaricare la tensione abbatté il pugno sugli estratti conto appoggiati sul tavolo, scostò fragorosamente la sedia dal tavolo, si alzò facendo volare altri estratti conto che teneva sulle ginocchia e, aperta la porta, «Volete piantarla, ragazzi?!».
Si levarono deboli e poco convinte proteste che interruppe con voce ancora alterata «Con la mamma stiamo parlando di cose importanti! Cercate di stare buoni, una volta tanto».
Si risedette sospirando, si chinò per prendere le carte atterrate sotto il tavolo. «In fondo dobbiamo solo stringere la cinghia per un paio d’anni. Magari se rinunciamo alle vacanze e tagliamo ancora un po’ le spese ce la possiamo fare, e senza dar via i libri».
«Tagliare le spese? Ancora? Quali?».
La domanda si perse nel silenzio. Un silenzio breve, di lì a poco interrotto da nuova grida dalla stanza vicina. Ancora una volta stava per alzarsi, ma lei lo prevenne, poggiandogli una mano sul braccio.
«Lasciali fare, lasciamoli giocare».
«Ma non si rendono conto di quello che stiamo passando?».
«Forse no, ma è meglio così, lasciamoli sfogare.»
«Lo facciamo, tutti i giorni, con le leggi elettorali, con l’Art18, con le riforme costituzionali. Li assecondiamo, passiamo ore con loro quando vogliono fare i sindacati o i politici. Ma in certi momenti dovrebbero capire.».
«Forse è meglio che non capiscano, forse è meglio che non si rendano conto. Sarà più facile per loro sopportare questi anni.».
«Hai ragione, Elsa. Ma poi ogni giorno si svegliano e chiedono un nuovo emendamento, altri fondi, ulteriori spese mentre noi, invece, siamo qui seduti a chiederci se sia il caso di vendere i libri.».
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lunedì 30 gennaio 2012
Per chi suona Piazza Tahrir
E’ stata una rivoluzione tradita quella egiziana? Oppure, al contrario, nel corso dell’ultimo anno, da quando, il 25 gennaio del 2011, iniziarono quelle manifestazioni che portarono, l’11 febbraio, alle dimissioni di Mubarak, il paese ha realmente cambiato pagina e si appresta a vivere una nuova stagione?
I ragazzi accampati a Piazza Tahrir pensano di sì. Eppure alcune cose sono cambiate, in Egitto, anche se in maniera del tutto inattesa dagli indignati. I militari, quando presero il potere, promisero elezioni legislative entro l’autunno 2011 e presidenziali entro giugno 2012. Le elezioni per il Parlamento si sono tenute (nei prossimi giorni inizieranno quelle per la Camera alta) e hanno visto una buona affluenza di elettori. Ma i risultati sono stati una sorpresa, perché si pensava ad un testa a testa tra i fratelli Musulmani e il blocco dei partiti liberali (i più filo occidentali). E’ successo invece che i Fratelli musulmani hanno guadagnato oltre il 47% dei seggi e il secondo partito, con quasi il 25%, è stato quello salafita, una formazione islamica ancora più radicale. I filo occidentali sono stati sonoramente sconfitti, e i ragazzi di piazza Tahrir , i più radicali tra i liberali, hanno portato in parlamento meno di dieci rappresentanti.
Tutto ciò ha improvvisamente mutato la Fratellanza, da spauracchio delle cancellerie occidentali, in male minore con la quale si può e deve trattare. E i Fratelli, d’altro canto, sostengono che sì, in effetti la sharia sarà introdotta in Egitto, ma saranno molto tolleranti e hanno accolto con molto entusiasmo l’invito di Sheshouda III, il Papa dei cristiani copti, a presenziare alla Messa di Natale. I salafiti si sono rifiutati. E i copti oltranzisti si sono arrabbiati (per l’invito rivolto dal Papa agli islamici). E poi c’era da tranquillizzare investitori e turisti stranieri che, spaventati dal clamore delle rivolte, hanno fatto crollare del 30% le entrate turistiche in valuta pregiata.
Per la Fratellanza, che in questi mesi ha disertato piazza Tahrir in attesa di vincere alle urne, questo 25 gennaio 2012 è stato fondamentalmente una celebrazione. Sappiamo quindi che il Parlamento sarà dominato dagli islamisti ma, in un Paese nel quale vige ancora una costituzione che, di fatto , è quella precedente, ritagliata sulla figura di un Presidente autoritario al quale delega un’immensità di funzioni, il potere legislativo conta poco. In attesa di una nuova Costituzione, che sarà elaborata nei prossimi mesi, la vera partita saranno le presidenziali Chi vincerà?
Oggi l’opinione più diffusa è che la spunterà Amr Moussa, un politico di lungo corso, ex ambasciatore all’ONU, ex ministro sotto Mubarak e attuale presidente della Lega Araba. E’ anziano, è del 1936 (l’età di Berlusconi, peraltro, un’età che in un paese giovane come l’Egitto pare vegliarda e patriarcale) e questa è la migliore garanzia che, almeno, non sarà lui l’iniziatore della 34esima dinastia faraonica. Un presidente di transizione, insomma, per garantire un po’ di stabilità, in attesa di riaprire il vero braccio di ferro, quello tra la Fratellanza e i militari. In questa futura contrapposizione i veri esclusi rischiano di essere proprio loro, i ragazzi di Piazza Tahrir, gli indignati accampati su quel cerchio di terra circondato dall’anello d’asfalto, quelli che per tutto questo tempo hanno creduto di incarnare la vera opposizione allo SCAF chiedendone l’allontanamento.
Eppure la maggioranza del popolo egiziano non sembra condividere questa necessità, è convinta che tra sei mesi i militari se ne andranno. E allora, perché agitarsi? Perché “rovinare quel bel giardino d’erba che c’era lì in mezzo alla rotonda?”.
Il compattatore umano
Lasciata Piazza Tahrir, però, pare proprio che l’urgenza del passaggio dei poteri prima delle elezioni in estate non sia considerata questione di vita o di morte. Non sembra essere la principale preoccupazione di Ahmed (nome di fantasia) che, all’ingresso del mercato di Khan el Khalili, svolge con coscienza la sua professione di compattatore umano. Come i vecchi pigiatori di vino, a piedi nudi dentro un cassonetto di immondizie, Ahmed compatta. Pesta e ripesta, per fare in modo che in quel cassonetto entri un po’ di quella sporcizia che in Egitto è ovunque: nelle scarpate ai lati delle strade, nei canali d’irrigazione sui quali si affacciano abitazioni. E in quei cumuli giocano bambini e aironi e ogni tanto, quando i cumuli raggiungono un volume eccessivo, gli si dà fuoco, e i fumi entrano nelle case e, inshallah, “tanto la vita qui in Egitto non è lunga come da voi”.
16 centesimi (al cambio di oggi): se si guarda questa tabella pur non aggiornata, ci si rende conto che il prezzo della benzina in Egitto è pari a quello di paesi che navigano nel petrolio, come Kuwait e Arabia. Ma l’Egitto naviga nel petrolio? No, purtroppo, ha raggiunto il picco.
Dopo un picco c’è un baratro
Il petrolio non finirà dall’oggi al domani, perché i giacimenti non si esauriscono all’improvviso. Piuttosto accadrà che un certo giorno si comincerà a produrre un po’ meno dell’anno precedente, perché magari i giacimenti migliori e scoperti prima si sono esauriti e quelli nuovi sono un po’ meno produttivi. Quando arriverà il picco, cioè l’anno di massima produzione, per il nostro pianeta? C’è chi dice presto, prestissimo: pochissimi anni; altri sostengono che abbiamo ancora una ventina d’anni.
Quando accadrà per la Terra, quindi, non è sicuro, ma sappiamo che in Egitto il picco è stato raggiunto nel 1993. Da allora producono sempre meno petrolio e, dal 2010, i consumi superano la produzione. E questo perché, da un lato, ne producono meno e, dall’altro, ne consumano di più, a causa dei catorci di cui sopra, delle moto cinesi e del prezzo della benzina allineato al Kuwait. Ma come mai il prezzo della benzina è così basso in Egitto? Semplice, è un prezzo politico: il governo egiziano spende in sussidi alla benzina più di quanto stanzia per il bilancio annuale della pubblica istruzione.
In queste settimane la Nigeria, che produce petrolio in gran quantità – a differenza dell’Egitto – ha aumentato il prezzo della benzina da (al cambio attuale) circa 30 centesimi a circa 70. E’ scoppiato il finimondo: scioperi generali, proteste, minacce ai distributori di benzina, tensioni. E partivano da un prezzo doppio di quello egiziano. Che succederà in Egitto quando il prossimo governo (chiunque sia il presidente) prenderà in mano la situazione? D’altro canto, con trasporti carenti e nuove città che sorgono come funghi in mezzo al deserto, come ci si sposta? Nuove città, nuovi abitanti: questo porta ad un’altra domanda: quanti sono gli egiziani?
Nessuno lo sa con certezza, ma dovrebbero essere più di 80 milioni e meno di 90: diciamo 85, non ci sbaglieremo di molto. Erano meno di 30 milioni nel 1960 e crescono al 2% all’anno. Ogni nove mesi circa c’è un milione di egiziani in più. Ma l’Egitto è grande! un milione di Kmq, 3 volte e passa l’Italia. Falso, perché, come tutti sappiamo, gran parte è deserto e la superficie utile è circa il 6/7%. 70.000 Kmq circa: 3 volte la Sicilia. In 3 Sicilie, quindi, ci sta la popolazione della Germania, che aumenta al ritmo di una Palermo ogni quattro mesi. E tutti questi devono spostarsi, consumano rifiuti, mangiano e bevono. Bevono?
Questo ci porta al problema dei problemi: l’acqua. E ci porta anche ad una delle attuali piaghe d’Egitto, quella della terra tramutata in sale. Da Erodoto in qua sappiamo che l’Egitto è figlio di quel Nilo che tutt’ora fornisce acqua al 90% dei terreni agricoli. Purtroppo, però, irrigare i campi con acqua di fiume in terre aride porta problemi, perché l’acqua che scende dai monti corre lungo rocce dalle quali strappa piccole quantità di sali minerali che poi (come sappiamo) si depositano nelle nostre lavatrici. Donde l’anticalcare.
Qui un tempo era deserto
Da quando fu costruita la diga, in mancanza di piene, il suolo comincia ad accumulare sali. Quanti? Si parla di un terzo del suolo ormai afflitto dal problema ma, come se non bastasse, il sale arriva anche dal mare. Il Delta, che produce il 65% dei beni agricoli, è poco elevato. Con la fine delle piene il suolo si è ricompattato e con il livello dei mari che tende ad aumentare per il riscaldamento globale, sono sempre più numerose le infiltrazioni sotterranee di acque salate. E quindi?
Idea: le falde sotto il deserto. Sotto le dune del Sahara, infatti, si nascondono caverne piene d’acqua fossile, residuo di quando, migliaia di anni fa, era verde e ci vivevano gli ippopotami. Allora l’acqua dalla superficie colò in caverne sotterranee, lontane dall’evaporazione e lì è rimasta sino ad ora. E quindi, l’Alexandria desert road, l’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria, dall’essere asfalto nel deserto è diventata, negli ultimi 20 anni, una strada che passa tra fattorie e resort alimentati con acqua fossile. Quanti anni o decenni durerà con questo sfruttamento non si sa, ma sappiamo che, una volta esaurite le falde, bisognerà aspettare la prossima glaciazione per ricostituirle. Altro sfruttamento di risorsa non rinnovabile. In conclusione: l’Egitto sino a circa il 1970 era autosufficiente in termini di produzione di beni primari. Oggi, vuoi per la costruzione di nuovi quartieri o città su terre coltivabili, vuoi per la minore fertilità del suolo, vuoi – soprattutto – per l’aumento di bocche da sfamare, importa circa la metà di beni primari. Il pane è fortemente sussidiato, e quando Mubarak, nel 2008, tentò di ridurre gli aiuti e di aumentarne il prezzo, scoppiarono rivolte sanguinose, il preannuncio di quello che è successo nel 2011.
Pane sussidiato, quindi, benzina sussidiata e, di conseguenza, deficit dello stato e debito in crescita. Un serpente che si morde la coda: se lo Stato destina immani risorse ai sussidi ne avrà meno per le fogne, gli ospedali, le scuole. Film già visto, compreso il finale: iniziati colloqui con il FMI.
E’ passato un anno dalla rivolta. Ma perché la ribellione contro un regime corrotto e dittatoriale come quello di Mubarak è scoppiata l’anno scorso e non 10 anni fa? Tra le tante ragioni c’è che è ora che i nodi vengono al pettine. E’ ora che l’Egitto comincia ad importare petrolio, è ora che la produzione alimentare non basta più ed è in questi ultimi anni, da quando si è iniziato a parlare di riduzione dei sussidi, che si è cominciato a sospettare che le promesse di benessere futuro non sarebbero state mantenute. Mubarak è stato il padrone dell’Egitto, e la naturale reazione è stata quella di scaricare tutte le colpe contro una persona (che pure, di colpe, ne ha, eccome!) sperando che, una volta rimossa, tutto si sistemi per incanto. Invece i problemi rimarranno: perché chiunque sia il nuovo Presidente, non si troverà nuovo petrolio in quantità e non si risolverà il problema della carenza di pane e acqua. Per non parlare dell’incremento demografico. E questo perché i prossimi governanti, i primi del XXI secolo, si troveranno a gestire la pesante eredità del XX secolo, un’eredità fatta di risorse esaurite e di ambiente sfruttato al di là di ogni compatibilità.
Solo che, a ben vedere, questi sono i problemi di tutti. Le particolarità dell’Egitto hanno fatto sì che i problemi del XXI secolo (acqua, risorse esaurite, sovrappopolazione, abuso dell’ambiente) siano esplosi lungo il Nilo prima che altrove, ma questi stessi problemi, nei paesi meno fragili ecologicamente, si presenteranno nei prossimi anni. Con quali conseguenze politiche? A Piazza Tahrir, e in tutto il mondo che da un anno punta gli occhi su quell’anello di asfalto, si è discusso di questo? No. Il problema (sacrosanto, peraltro) è stato il passaggio dei poteri. La questione, per noi, è sapere quanto la Fratellanza sarà moderata e quanto potrà convivere con Israele. Ma sono problemi del XX secolo, ancora; di quelli del XXI secolo, come il recente fallimento di Durban dimostra, non siamo ancora in grado di occuparci, né in Egitto né altrove.
Foto di Maria Cristina Di Canio
pubblicato su I Siciliani
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Foto di Maria Cristina Di Canio
pubblicato su I Siciliani
sabato 10 dicembre 2011
Un po' morti, ma sobri
Io, barone Viktor von Frankenstein, ora che la vita mi sta sfuggendo, raccolgo qui i miei ultimi pensieri perché voi che leggete possiate trarne insegnamento. Non cercate di destare i defunti, non cercate di dar vita a ciò che è oramai passato. Ero giovane quando, preso dall’ebbrezza di ridar gloria alla mia Terra, mi finsi che avrei potuto modellare un Essere ex novo, che fosse la sintesi de’ più illustri e competenti che ci avevano preceduto.
Fu allora che pensai - me stolto! – alla possibilità di strappar il miglior pregio dei nostri antenati e, con questi frammenti scelti con cura, dar vita al salvatore della nostra Patria. Per settimane m’aggirai nei cimiteri, tra tombe anonime e cenotafi dimenticati. Alla luce di una fioca torcia m’addentrai in cripte nelle quali regnavano sovrani ratti e ragni. Cercavo quei nomi, ormai ricoperti da polvere spessa e tenace, che ricordassero un’anima grande e allora – orrore solo a confessarlo! – scardinavo quelle antiche lapidi, divellevo quelle bare muffite e frugavo – sì, frugavo! – resti miserandi che raccoglievo e meco portavo nel mio laboratorio. E lì, nel corso di lunghe e gelidi notti, costruivo l’essere perfetto, colui che avrebbe ridonato alla Patria il lustro meritato e dimenticato, prostituito da lustri di malgoverno e morali sconcezze. L’essere perfetto, sobrio e raziocinante, che ponderasse i pericoli e ingegnasse le soluzioni, questo cercavo - sì, questo cercavo! Non la ricchezza o la gloria, ma la salvezza della mia Terra - ma altro trovai.
Era una cupa notte di novembre, l’aria stuprata da violenti e accecanti lampi che riducevano a nulla la mia pur onesta lucerna, quando, richiamando tutte le energie che potei raggruppare, abbassai le leve che le convogliarono sull’Essere ancora inanimato. Era questi il morto prodotto di morti resti di illustri e sobri morti. V’erano le spoglie del grande filosofo così come quelle del magno giurista e dell’economista insigne. Tutti sobri, ancorché morti, e, riuniti, avrebbero formato quell’Essere il cui governo avrebbe ridonato lustro alla Patria – così, folle! pensavo.
L’energia proruppe infine copiosa e quegl’esseri inanimati preser vita e divennero vivi e l’Essere parlò e disse “pensioni”. Un lampo, subito seguito da uno squassante tuono che fece tremare le pur solide mura del castello, mi diede l’ultima sua immagine che serbo. Strappando le solide catene, allentando le inossidabili maglie, si liberò dai vincoli, ahimè troppo fragili. Ritto accanto al letto dove speravo di averlo confinato emise un urlo belluino, che quasi sovrastò il tuono di poco prima. “Riforme” gridò e poi, gettandosi verso la finestra, frantumò i vetri e sparve nella notte. Guadagnò la campagna, e principiò a vivere nei pressi degli isolati villaggi del contado da cui, nei mesi seguenti forti si levarono pianti e stridor di denti. Solo i nobili e i ricchi, ben protetti da munite mura, poterono salvarsi. Questo io confesso, giunto al termine della mia vita terrena. Possa tu, ignoto lettore trarne giovamento. Lieve mi sia la terra.
pubblicato su I Siciliani
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pubblicato su I Siciliani
lunedì 14 marzo 2011
La fabbrica dell'unità.
A vederli quieti, nell’intervallo tra un turno e l’altro, soprattutto all’alba, parevano quasi degli idoli antichi col braccio rivolto verso un cielo che pur doveva esserci, da qualche parte, anche se nascosto dal soffitto. Ma poi suonava la sirena e l’onda di tute blu che entrava nel capannone si sfrangiava e tante gocce si fermavano davanti ad essi, una per idolo. Ai lati, dei grossi cesti: quello di sinistra colmo di profilati di plastica nera, sembravano anguille morte; vuoto, ancora, quello di destra. Con la mano sinistra l’operaio pescava dal cesto corrispondente e disponeva il profilato, facendolo passare per ingranaggi già tarati, poi, con la destra, tirava la leva, il braccio, che, KDANG, azionava una pressa che lo piegava e gli dava la forma giusta, quella della guarnizione del finestrino laterale di una millecento. Ormai pronta, la guarnizione veniva presa con la destra e lasciata cadere nel cesto a lato mentre la sinistra era già alla ricerca di una nuova e morta anguilla. KDANG, ancora, e KDANG, per otto ore, e KDANG, per cinque giorni, e KDANG, per anni.
«Sei nuovo?». KDANG.
«Ieri sono entrato». KDANG.
«Come ti chiami?»
«Ciro». KDANG.
«Io Vittorio. Non sei di qui.». KDANG
«Afragola».
«E dove rimane?» KDANG
«Napoli»
«Ah». KDANG
Nero spesso e unto, di plastica e pece, si attacca ai pavimenti, alle mani, ai polmoni.
Sirena, nuovo turno KDANG, altra sirena, altro turno, KDANG. Altre sirene, altri turni. KDANG
«Sei sposato?»
«Ho la fidanzata, giù al paese». KDANG
«Ciro, posso chiederti una cosa?»
«Cosa?» KDANG
«Ma è vero che nella vasca da bagno coltivate l’insalata?» KDANG
Altri turni, KDANG sempre uguali. KDANG, KDANG.
«Ciro, ha mai sentito parlare del Sindacato?».
«Ho fatto qualcosa giù, con i braccianti. KDANG Le terre.».
«C’è una riunione alla fine del turno. KDANG Per lo sciopero, il contratto.».
E la riunione ci fu, con operai di quasi tutte le regioni: raramente si erano visti in Italia, prima di allora, tanti italiani nella stessa stanza. E poi lo sciopero, a cui seguirono le manifestazioni KDANG, e il rinnovo del contratto, altre manifestazioni, KDANG, altri contratti, Pertini, e poi KDANg arrivò la crisi KDAng, l’inflazione KDang, la cassa integrazione Kdang, la mobilità kd..., la chiusura della fabbrica, ..... . La pensione anticipata.
Era un pastore, tra i suoi antenati doveva esserci un maremmano. Quando vide il suo rivale, da lontano, gli si lanciò contro, superando a balzi , nella corsa forsennata, sterpaglie e copertoni spaccati dal sole, lattine e buste lacerate. Col suo peso atterrò il nemico, più piccolo, un tenace molosso, che da sotto digrignò i denti cercando di azzannargli la gola. «Fermi, Fermi!» urlavano i padroni che si avvicinavano con la barcollante premura degli anziani.GRRRR Il pastore lo teneva schiacciato a terra, ma il molosso, dopo aver morso l’aria un’infinità di volte, riuscì ad afferrare un lembo di pelle, «Fermi!» e una macchia rossa sporcò il candido pelo. Arrivarono i padroni, ansimanti, separarono i cani, dita nel collare. UAUAH. «Buono, buono».
«Vittorio!»
«Ciro!» UAUAH
«Quanto tempo...».
«Sì, è un po’».
«Come va? La tua famiglia? GRRRR Buono!».
«Bene, grazie. I figli sono cresciuti, s’arrangiano... lavoretti.». UAUAH
«Anche il mio... progetti, consulenze, cambia di continuo. Ma lavora da solo, non ha colleghi, compagni...».
«Vieni spesso qua?».
«Davanti alla nostra fabbrica? GRRRR Quasi mai. Sono quasi sempre giù, al Paese.».
«Certo, ora è tutto diverso. E stai fermo!».
«Qui c’erano i parcheggi. UAUAH Non si riusciva a trovare posto.».
«Ora lì, la notte, ci dormono gli extracomunitari.».
«Lo so. GRRRR La settimana scorsa hanno fatto una manifestazione per mandarli via.» UAUAH.
«Da bravo, su! Mio figlio grande c’è andato..».
«Anche il mio.».
«Il tuo? Gennaro?».
«Si fa chiamare Jenny. GRRRR. Il Jenny».
«Ciro, io devo andare UAUAH Non riesco più a tenerlo».
«Nemmeno io. Ci vediamo, allora...».
«Sì, ma senza queste belve»UAUAH.
E si allontanarono, in direzioni diverse, portandosi dietro i ringhi e i latrati che lentamente si affievolirono. E il silenzio del freddo mattino ritornò da padrone sui copertoni spaccati, sulle lattine, sulle sterpaglie e sulle fabbriche scrostate e abbandonate.
Questo raccontino è stato scritto per un numero speciale di Ucuntu dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Credo che, se l’unità dello Stato è stata raggiunta con il Risorgimento, quella della Nazione (ammesso che sia stata conseguita) è avvenuta più tardi: nelle trincee del Piave, per esempio. O alle catene di montaggio del dopoguerra. Ho preferito quindi parlare di questo aspetto, anche perché credo che l'inevitabile declino di quel tipo di economia industriale incentrata sulla fabbrica, che pur aveva tantissimi difetti, abbia favorito la nascita di divisioni e, in generale, la disgregazione sociale. Leggi tutto
«Sei nuovo?». KDANG.
«Ieri sono entrato». KDANG.
«Come ti chiami?»
«Ciro». KDANG.
«Io Vittorio. Non sei di qui.». KDANG
«Afragola».
«E dove rimane?» KDANG
«Napoli»
«Ah». KDANG
Nero spesso e unto, di plastica e pece, si attacca ai pavimenti, alle mani, ai polmoni.
Sirena, nuovo turno KDANG, altra sirena, altro turno, KDANG. Altre sirene, altri turni. KDANG
«Sei sposato?»
«Ho la fidanzata, giù al paese». KDANG
«Ciro, posso chiederti una cosa?»
«Cosa?» KDANG
«Ma è vero che nella vasca da bagno coltivate l’insalata?» KDANG
Altri turni, KDANG sempre uguali. KDANG, KDANG.
«Ciro, ha mai sentito parlare del Sindacato?».
«Ho fatto qualcosa giù, con i braccianti. KDANG Le terre.».
«C’è una riunione alla fine del turno. KDANG Per lo sciopero, il contratto.».
E la riunione ci fu, con operai di quasi tutte le regioni: raramente si erano visti in Italia, prima di allora, tanti italiani nella stessa stanza. E poi lo sciopero, a cui seguirono le manifestazioni KDANG, e il rinnovo del contratto, altre manifestazioni, KDANG, altri contratti, Pertini, e poi KDANg arrivò la crisi KDAng, l’inflazione KDang, la cassa integrazione Kdang, la mobilità kd..., la chiusura della fabbrica, ..... . La pensione anticipata.
Era un pastore, tra i suoi antenati doveva esserci un maremmano. Quando vide il suo rivale, da lontano, gli si lanciò contro, superando a balzi , nella corsa forsennata, sterpaglie e copertoni spaccati dal sole, lattine e buste lacerate. Col suo peso atterrò il nemico, più piccolo, un tenace molosso, che da sotto digrignò i denti cercando di azzannargli la gola. «Fermi, Fermi!» urlavano i padroni che si avvicinavano con la barcollante premura degli anziani.GRRRR Il pastore lo teneva schiacciato a terra, ma il molosso, dopo aver morso l’aria un’infinità di volte, riuscì ad afferrare un lembo di pelle, «Fermi!» e una macchia rossa sporcò il candido pelo. Arrivarono i padroni, ansimanti, separarono i cani, dita nel collare. UAUAH. «Buono, buono».
«Vittorio!»
«Ciro!» UAUAH
«Quanto tempo...».
«Sì, è un po’».
«Come va? La tua famiglia? GRRRR Buono!».
«Bene, grazie. I figli sono cresciuti, s’arrangiano... lavoretti.». UAUAH
«Anche il mio... progetti, consulenze, cambia di continuo. Ma lavora da solo, non ha colleghi, compagni...».
«Vieni spesso qua?».
«Davanti alla nostra fabbrica? GRRRR Quasi mai. Sono quasi sempre giù, al Paese.».
«Certo, ora è tutto diverso. E stai fermo!».
«Qui c’erano i parcheggi. UAUAH Non si riusciva a trovare posto.».
«Ora lì, la notte, ci dormono gli extracomunitari.».
«Lo so. GRRRR La settimana scorsa hanno fatto una manifestazione per mandarli via.» UAUAH.
«Da bravo, su! Mio figlio grande c’è andato..».
«Anche il mio.».
«Il tuo? Gennaro?».
«Si fa chiamare Jenny. GRRRR. Il Jenny».
«Ciro, io devo andare UAUAH Non riesco più a tenerlo».
«Nemmeno io. Ci vediamo, allora...».
«Sì, ma senza queste belve»UAUAH.
E si allontanarono, in direzioni diverse, portandosi dietro i ringhi e i latrati che lentamente si affievolirono. E il silenzio del freddo mattino ritornò da padrone sui copertoni spaccati, sulle lattine, sulle sterpaglie e sulle fabbriche scrostate e abbandonate.
Questo raccontino è stato scritto per un numero speciale di Ucuntu dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Credo che, se l’unità dello Stato è stata raggiunta con il Risorgimento, quella della Nazione (ammesso che sia stata conseguita) è avvenuta più tardi: nelle trincee del Piave, per esempio. O alle catene di montaggio del dopoguerra. Ho preferito quindi parlare di questo aspetto, anche perché credo che l'inevitabile declino di quel tipo di economia industriale incentrata sulla fabbrica, che pur aveva tantissimi difetti, abbia favorito la nascita di divisioni e, in generale, la disgregazione sociale. Leggi tutto
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