giovedì 27 giugno 2013

Treno a errata velocità

«Certo, certo, non dobbiamo perdere il treno. A che ora arriva a Milano?»
«Nel pomeriggio, verso le tre.»
«Bene. Sarà una giornata importante per la storia della sinistra.»
Si accomodò quindi nella poltrona a lui riservata, posò la pesante e voluminosa mazzetta di giornali sul vuoto sedile accanto al suo, inforcò gli occhiali da lettura, sfilò Rinascita e si accinse a riprendere una fondamentale analisi sui conflitti di classe nell’India nord orientale, progredì di otto o nove righe rispetto all’ultima lettura, dodici righe, della sera precedente, ripose la Rinascita nella mazzetta, sfilò la Settimana Enigmistica, prese la penna dal taschino e puntò ai solutori più che abili.
Assorto nel cruciverba non fece caso alle fermate successive, ma proprio quando, in orizzontale, si chiedeva di un Comune del cosentino (Amantea, per i curiosi) si sovvenne della geografia italiana e dell’insolita presenza di Campello sul Clitunno lungo la linea Roma Milano.
Infatti: stava viaggiando sulla Roma Falconara.
Frenetico conciliabolo con il capotreno, tra gli sguardi interessati degli altri viaggiatori che, in epoca precedente a tablet e portatili, avevano trovato qualcosa per combattere la noia e, alla fine, si determina di arrivare a Falconara e da lì prendere il Bari Milano. Ritardo totale: tre ore o poco più.
Raggiunta Falconara, da una cabina a gettone avvisò i compagni di Milano. Appuntamento con la storia alle sette, e non più alle quattro.
Attese il treno camminando nervosamente su e giù per la banchina quando, finalmente, arrivò. Ancora una comoda poltrona, altre tre righe di conflitti di classe in India e lesto ritorno alla Settimana Enigmistica.
Fu dopo un paio d’ore, superata agevolmente una mezza dozzina di verticali agguerriti, che si rese conto non solo della bellezza del mare (l’aveva notato quasi subito), non solo di quanto fosse calmo e azzurro (anche questo già precedentemente apprezzato) ma, anche, di come si trovasse tragicamente a sinistra .
«Ma è il treno di Milano, questo, vero?» chiese con un filo di voce ad un compagno di scompartimento.
«Certo…».
«Ah, meno male…».
«… è il treno partito da Milano alle undici e che arriverà a Bari tra un paio d’ore».
Frenetica ricerca del capotreno, concisa, ma esauriente,  esposizione delle ragioni della storia, si perviene all’idea di non aspettare il Bari Milano di ritorno ma, piuttosto, salire su un Bari Napoli che arriverebbe a Napoli Centrale in tempo per un vagon letto che, verso le dieci della mattina dopo, giungerebbe a Milano Centrale.
Sceso fremente a Bari, cambiò duemila lire in gettoni e avvisò Milano. Alle dieci della mattina, sicuro. Appuntamento, svolta storica, giornata cruciale.
Nemmeno il tempo di una sfogliatella a Napoli e salì sul vagon letto. Stanco e distrutto si distese sullo scomodo letto e sprofondò in un sonno pesante.
Ma gli eventi della giornata l’avevano segnato tant’è che gli sembrò di rivivere le ore appena passate e, in particolare, quell’orizzontale che non quadrava. Gli pareva, nel sogno, che una voce evocasse “Amantea, Amantea” per poi disperdersi nel nulla.
Al risveglio, calcolò che doveva trovarsi nei pressi di Piacenza. Si stupì un poco, quindi, nell’alzare la tendina e vedere il mare, dai più considerato elemento non peculiare del paesaggio padano. Per qualche momento lottò per convincersi che trattavasi del Po che, in effetti, a Piacenza è bello largo. Ma quando vide, sullo sfondo, una petroliera, si arrese.
Ormai rassegnato, non si stupì oltremodo quando, arrivato il treno in stazione, sentì annunciare “Lamezia Terme, cambio con Catanzaro Sala”.
Altri gettoni, ma, a Milano, le cose erano mutate. In peggio.  Delusi e disillusi i compagni avevano ridato le tessere giurando di dedicarsi ad altre attività. Il giardinaggio, l’acquariofilia e l’enogastronomia tra le preferite. Anche un po’ di sesso fetish.
Arrivò a Roma in serata. Nessuno ad attenderlo, la giornata storica per la sinistra era trascorsa.
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mercoledì 15 maggio 2013

Il recupero del tempo perduto


Gli insetti, per esempio. Leggi qua, un interessantissimo resoconto della Società italiana delle Scienze del 1853 :”È innegabile la somma affinità della Thoreyella coi Rafigastri. Le particolarità delle antenne dello scutello e delle ale superiori sono differenze di poco momento e non escono dalle file de caratteri meramente specifici. Ma non così quelle della struttura del capo. Il notevole avvanzamento delle gene al di là della fronte è sufficiente a dimostrare l’ impossibilità dell’ innalzamento del primo articolo della mascella al di sopra dell’ asse longitudinale del corpo durante l’atto della manducazione, impossibilità che non sarebbe manifesta nei casi frequenti in cui l’origine della mascella è attigua all’ apertura della bocca e in cui l’apertura della bocca è all’ estremità anteriore della testa.”. Decisivo, chissà perché mi era sfuggito sino ad ora…
Non solo: mi rendo conto di aver trascurato, e molto, anche la mineralogia. Illuminante questo ricordo di Pini del 1832, strano che non l’abbia letto prima: “I feldspati trovati dal Pini sul S Gottardo erano generalmente o bianchi, o lattei, e tra questi secondi alcuni pochi avevano una tinta verdiccia; non crepitavano al fuoco, sebbene cristallizzati, il che, come nota il N.A., è un eccezione al principio asserito da Kirvan, il quale sembra perciò non avere conosciuti i feldspati del S Gottardo: la maggior parte, spezzati, esalano un odore quasi simile a quello della pietra suilla, indizio dello sviluppamento di qualche sostanza volatile combinata con qualche acido”. Ma cosa è questo fracasso? Ah, la televisione dei vicini a tutto volume. Il telegiornale: voto di fiducia al Governo, Berlusconi e il partito di Prodi votano insieme.
“Analizzando poi scrupolosamente e coll’ appoggio di apposite figure la struttura lamellare di questi feldspati trova il Pini ch’essa è ben diversa da quella, che il signor De Saussure ha riconosciuta in altre pietre di tale natura, e che il signor De l’Isle non solo riguarda come generale ai feldspati, ma assume anche come un principio per ispiegare le diverse cristallizzazioni de medesimi.” Quanto tempo ho sprecato… Perché, in tutti questi anni, non ho letto queste pagine? Cosa mi ha distratto? E la bellezza della matematica? Perché non l’ho coltivata? Senti, senti: “Dunque: il seno iperbolico è la lunghezza della perpendicolare calata dall’estremità dell’arco iperbolico corrispondente ad un dato settore, sul prolungamento dell’asse principale che passa pel vertice della iperbole equilatera.  La lunghezza CP dicesi coseno iperbolico. Dunque: il coseno iperbolico è quella distanza che corre tra il centro della iperbole equilatera ed il piede del seno. “ Ancora la televisione dei vicini. Le notti passate ad aspettare i risultati elettorali. Chilometri di girotondi, marce,  manifestazioni contro Berlusconi.  Ma non distraiamoci ”La retta AT dicesi tangente iperbolica del settore ACM onde :
La tangente iperbolica è quella porzione della tangente al vertice della iperbole equilatera limitata da quella retta che partendo dal centro va all’estremità dell arco corrispondente al settore.
La retta CT dicesi secante iperbolica onde:” Applausi in aula. Deputati del PD stringono la mano ai berlusconiani. Quanto tempo buttato…
La seconda iperbolica è quella porzione della retta, la quale dal centro della iperbole equilatera andando al punto estremo dell’ arco corrispondente al settore…
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giovedì 4 aprile 2013

Protocollo di Democrazia 3.12

I like erano arrivati al 65%, un buon numero ma non ancora sufficiente: per quel tipo di risoluzioni erano necessari i due terzi di pareri favorevoli. La discussione, piuttosto calma nel forum principale s’infervorava nei sub forum che ancora non avevano espresso la loro preferenza. Era lì che bisognava intervenire, e mancava solo un’ora.
Eva contattò Adam, un suo conoscente attivo in quel  meetup dell’Alaska che ancora doveva esprimere il suo like. L’ultimo protocollo di Democrazia, il 3.12, infatti, aveva adottato uno schema di votazione che ricordava quello dei vecchi caucus delle presidenziali americane: ogni meetup locale esprimeva un solo voto, e questo era  determinato dalle votazioni dei suoi iscritti. Non era il sistema ottimale, anzi, ma aveva il pregio di rivitalizzare le località che, in caso di un’unica votazione generale, avrebbero perso la loro identità. Si era arrivati al 3.12 dopo le cattive esperienze delle versioni 2.XX che, prevedendo il principio tot capita tot sententiae, di fatto scatenavano un referendum globale sulla rete con forum impossibili da gestire . Le versioni 3.0 e seguenti, riprendendo il meccanismo dei caucus avevano dato un grande sviluppo ai gruppi locali e avevano permesso una maggiore partecipazione. Eva continuava a preferire, però, i sistemi 2.XX: con i 3.XX una posizione minoritaria nel meetup locale finiva per non contare nulla a livello globale. E, inoltre, il sistema di votazione  era diventato pachidermico, a tutto svantaggio della velocità di risoluzione. Per ogni votazione, infatti bisognava prevedere l’apertura simultanea di un forum globale e di miriadi di forum locali, ciascuno dei quali si prendeva  il suo tempo per discutere ed esprimere il suo voto. Lungaggini, a volte infinite.
«Adam, come vanno le cose lì in Alaska?»
«Ce la faremo».
«Mi raccomando».
«Inutile che tu me lo dica: l’abolizione di questa legge è lo scopo della mia vita»
«E’ importante. Mancano ancora pochi like per i due terzi»
«Lo so, ce la faremo,  sarà una nuova era per l’Umanità»
Si aprì una finestrella in basso a destra sullo schermo: Tasmania, Bengala e Senegal avevano posto il like. Immediatamente dopo seguì il dislike del Galles, ma fu sovrastato da altri like provenienti da ogni parte del mondo. 67%, e il numero dei subforum che non avevano espresso il voto si assottigliava.
«Adam, se Alaska pone il like siamo alla maggioranza matematica, indipendentemente da quello che votano gli altri»
«Vedo. Ormai ci siamo»
Infatti, contemporaneamente apparve, nella solita finestrella, l’avviso del like dell’Alaska e poco dopo i forum si oscurarono e comparve la schermata di fine votazioni. Votazione conclusa – si  annunciava. Raggiunta la maggioranza dei due terzi. E poi, in grandi caratteri stampatello,
LA PROPOSTA E’ STATA ACCOLTA.
LA LEGGE DI GRAVITAZIONE E’ ABOLITA.
Ad Eva, distante migliaia di chilometri , parve quasi di sentire l’urlo di gioia di Adam. Il quale, infatti, appena conosciuto l’esito del voto volle finalmente coronare il sogno della sua vita e corse verso la finestra, l’aprì e, con foga, scavalcò il davanzale.
I suoi informi resti biologici, spalmati sull’asfalto, dieci piani più in basso, furono poi ritirati dalle squadre di raccolta biologica e conferiti al compost comunale. Da quel concime, poi, sarebbero  nati molti alberi, per un pianeta più green.

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venerdì 22 febbraio 2013

Sensi di colpa

Di tanto in tanto veniva colto da sensi di colpa. Talvolta la mattina, appena svegliato, quando il sole dei tropici premeva contro la tendina della finestra. Oppure poco dopo, scendendo le scale del bungalow, diretto al patio per consumare la sua colazione circondato dalla spiaggia bianchissima, bagnata dal turchese dell’Oceano. A volte, invece, quel senso di colpa lo coglieva nel corso della giornata, magari mentre nuotava nella laguna del suo atollo verso la barriera corallina, in cima alla quale si appostava per ore perdendosi a guardare i pesci angelo che volteggiavano sui coralli oppure a scorgere, nel blu, le ombre veloci dei delfini che passavano. Persino in certe sere poteva provare quel disagio, un’ombra sulle sue cene in compagnia della donna più bella che avesse mai conosciuto e corteggiato. Non era stato facile vincere le sue resistenze, all’inizio, ma poi era riuscito a convincerla, allettandola con la prospettiva di vivere lì, in quel paradiso in terra, la maggior parte del tempo. Erano passati già due anni, volati come una sola settimana, da quando si erano trasferiti. Avevano a disposizione, solo per loro, un villaggio intero di bungalow e capanne mentre il personale di servizio, discretamente, abitava fuori dagli sguardi, nascosto dal fitto dei palmeti.
In fondo non era del tutto scontento di quel senso di colpa, era un’ulteriore prova del suo animo gentile. La sua vita era quella di un privilegiato, non poteva certo negarlo: per fortuna, abilità, intelligenza, a lui era concesso ciò che gli altri potevano solo sognare. …Gli altri, quel resto di umanità che popolava affollati dormitori, se non baracche di favelas, che si alzava la mattina per andare a sprecare la giornata in occupazioni noiose e alienanti al solo scopo di guadagnare quel minimo di sostentamento per un’ulteriore giornata sprecata. E così per tutti i giorni e tutti i mesi e tutti gli anni, senza speranza di un cambiamento e col solo conforto di un’oretta di collegamento in realtà virtuale la mattina o la sera, sempre che le forze lo permettessero. Quell’ora di realtà virtuale, che concedeva il sogno e l’illusione di essere l’imperatore del mondo o un grande sportivo o un acclamato divo era l’unico conforto ad una povera esistenza.
Proprio pensando al resto dell’umanità, di tanto in tanto, veniva colto dai sensi di colpa, magari quando, come ora, ammirava la spuma bianca delle onde cavalcare le acque cobalto. Anche se, a guardar bene, quel blu tendeva a scolorirsi mentre una nebbia sembrava calare sul mare, densa, che annullava la differenza dei colori coprendo tutto di grigio. Il mormorio della risacca, un lieve sussurro poco prima, cresceva di intensità, copriva la brezza tra le palme e ad aumentava, ancora, sino a diventare un rumore, un frastuono, stridente, insopportabile, acuto, un urlo, quasi, una sirena.
Le sette. L’ora di realtà virtuale era terminata; aveva dieci minuti, non di più, per prepararsi, correre alla lurida metropolitana e precipitarsi nel suo cubicolo dove avrebbe sprecato le prossime ore affannandosi per nulla. Dodici ore, doveva resistere dodici ore prima di tornare alla sua isola, nel suo atollo, tra i suoi pesci angelo che guizzano tra i coralli.
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sabato 1 dicembre 2012

Qui ci giochiamo tutto

«Stiamo qui mica a scherzare, eh? Qui ci giochiamo tutto».
«Lo sappiamo, Pierluigi. E’ inutile che ce lo ricordi».
«Regole chiare, correttezza. Non scanniamoci tra noi perché loro non aspettano altro. Tutto chiaro?».
«Tutto chiaro» confermarono gli altri.
«E allora possiamo iniziare, e vinca il migliore».
«Cioè io» puntualizzarono tutti gli altri quattro.
«E allora cominciamo. Io prendo i carrarmati rossi».
«Quelli appartengono a me: sono un epifenomeno discutibile ma riconoscibile di un inveramento della storia della sinistra della quale, a differenza tua e del tuo partito, non ho mai fatto abiura. Ma con leggerezza, e gioia.».
«Ve li lascio: sono un simbolo del passato che dobbiamo rottamare. Prendo i blu.».
«Ci sono carrarmati rosa?» chiese l’unica donna del gruppo. Non, non c’erano e si accontentò dei viola.
«E bianchi? Sono affezionato al bianco». Nemmeno. Gialli? Vada per i gialli.
L’Armata Rossa fu giocata ai dadi, la vinse Pierluigi. Lo sconfitto ripiegò sulle Verdi, ma si consolò facilmente, diceva che era un colore a lui congeniale.
Rimasero inutilizzate le armate nere. Per fortuna.
Ognuno aveva il proprio obiettivo che non comunicava apertamente a nessuno ma che cercava di raggiungere con manovre di sponda, posizionamenti strategici e alleanze variabili.
Il Siam fu fatale all’unica donna. Arroccatasi lì, decisa a conquistare l’Oceania per farne una ridotta da utilizzare come tana sicura per riaffermare la sua alterità e assistere riparata agli scontri altrui, non riuscì a conquistare il cuore dell’Indonesia. Indebolita, impoverita negli altri territori, subì alla fine l’attacco concentrato di India e Cina che la costrinse al ritiro.
L’austero nostalgico dei Bianchi, seguì la sua indole e si rifugiò al Nord. Ma lì rimase, intrappolato tra Groenlandia e Islanda, non sapendosi decidere tra America del Nord ed Europa. E come spesso accade, incerto se puntare sull’uno o l’altro Continente, rimase in mezzo al guado, disperdendo le sue forze ed esponendosi ad attacchi multipli. Con molto realismo si dichiarò sconfitto e lasciò il campo ai tre rimasti.
Fu allora che la lotta si fece serrata. Verdi, Rosse e Blu. Strategie differenti: i Blu andavano all'attacco baldanzosi, sempre pronti a ripiegare strategicamente in caso di difficoltà. Le Verdi, arroccate in Sud America, con potenti teste di ponte in Africa e nel sud del mondo, sferravano attacchi repentini al cuore dei continenti settentrionali. E le rosse, con tattica solida e prudente, arroccate in Europa, tenevano il centro del tabellone.
Difficile vincere rapidamente quando gli avversari sono ben arroccati e hanno solide teste di ponte. Le ore scorrevano lente, tra manovre diversive e attacchi su territori periferici e poco protetti al solo scopo di guadagnarsi una carta in attesa dell’occasione propizia.
L’ora era tarda, le strade ormai svuotate e silenziose. Si passò dalle birre ai caffè quando la notte cedette all'alba e i primi biscotti salutarono il levarsi del sole.
A metà mattinata un inatteso rovesciamento produsse l’imperiosa avanzata di un’armata che, territorio dopo territorio, riuscì a raggiungere l’obiettivo.  Vittoria. «Una straordinaria vittoria» la salutò il vincitore.

Esausti bevvero l’ultimo caffè mentre qualcuno, per sapere cosa era successo nel mondo durante la partita, accese il televisore. Si vedeva il Quirinale, e una voce fuori campo informava che “Il Senatore Monti ha ricevuto, dalle mani del Capo dello Stato il mandato a formare il suo secondo Governo».
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martedì 30 ottobre 2012

Satripan cadupàn saleim

Si svegliò nel cuore della notte, l’anziano pensionato, inquieto come s’era addormentato. Era sdraiato sul divano, davanti al televisore ancora acceso ma ormai muto. Per qualche momento si sentì smarrito: perché non era nel suo letto? Ma poi, a poco a poco, i ricordi affiorarono: la sera prima, il suo desiderio di cambiamento, di ribellione, che l’aveva spinto a raggiungere quella vecchia sezione di partito vicino casa. Salvo scoprire che, nel frattempo, era diventata ben altro. Segni dei tempi, era finita l’epoca dei partiti di massa, era iniziata quella dei contatti personali, ancorché non sempre intimi.
E quindi doveva cambiare tattica e strategia e la mattina dopo, di buon’ora, avrebbe iniziato la sua personale opera di mobilitazione.
Rinfrancato, quando ormai albeggiava, guadagnò il letto, accompagnato da un “finalmente” della curiosa vicina che quasi stava cedendo al sonno.
“Bisogna ricominciare dai bar”, si ripromise: aveva individuato in quei centri spontanei di aggregazione il luogo privilegiato per ripartire, per coagulare un movimento. E l’illuminismo, poi, non era forse nato nei Caffè?
Uscì in strada e, faticosamente si recò in un quartiere piuttosto distante. Lì arrivato vide un bar alquanto affollato e, quindi, promettente. Il suo programma consisteva nell’ ordinare un normale caffè al banco, aprire casualmente il giornale testé acquistato e lasciar cadere un qualunque commento su una qualche misura governativa. Da quello, immaginava, si sarebbe innescata un’accesa discussione. Una fiammella sulla benzina. Ordinò il caffè con gesto sicuro, aprì quindi il giornale e, battendo le nocche sulla foto di un qualsivoglia ricco professionista, temporaneamente ministro “Pape satan, pape satan aleppe” si trovò a commentare.
«Come, scusi?» chiese il barista.
«Satripan cadupàn saleim» proseguì l’anziano pensionato.
«Non capisco.».
E quindi chiarì meglio il concetto, e aggiunse una pertinente citazione letteraria, «Rin manavé bilin sutù».
Seduti al tavolino, quattro studenti, in adorazione dell’ultimo Iphone, addirittura distolsero per un attimo gli occhi dal loro idolo «Ma che lingua parla, quello?». «Mai sentita». «Secondo me è una lingua antica.». «Come il latino?». «Peggio, una cosa tipo santrito». «E perché quello parla così?». «Sarà un vecchio professore fuori di testa», e scrollando le spalle, ritornarono ai pii esercizi di devozione.
Il pensionato, convinto non solo di parlar chiaro, ma anche di esprimere opinioni non certo banali, vedendo scorrere su uno schermo appollaiato in alto, a fianco del bancone, le immagini di ministri, politici e aspiranti salvatori della Patria, talvolta un po’ buffi e comici, si profuse in una lunga e acuta analisi che avrebbe messo in guardia chiunque dal soffermarsi su particolari di poco conto (oserei dire sovrastrutturali) come piccole ruberie o scandali, per concentrarsi, invece, sulle ben più pregnanti dinamiche sociali ed economiche del sistema occidentale e che concluse con «Rotales minca, toride gelu». Si guardò quindi attorno soddisfatto, certo di aver suscitato unanime e interessato consenso.
Il silenzio regnò sovrano, seppur perplesso.
Solo dopo un po’ fu rotto dal barista che, aprendogli i palmi delle mani davanti agli occhi (uno col pollice ripiegato) «Sono novanta centesimi. Novanta. Anderstend? Nainti.».
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lunedì 1 ottobre 2012

La ripresa è vicina

«E’ grave questa crisi, non credo che ne usciremo facilmente».
«Sei sempre pessimista. E’ un momento duro, ma ci risolleveremo, risorgeremo, come sempre.».
«Sei tu che pecchi di ottimismo. Questa volta è differente. Non passa giorno che non chiudano attività, proprio oggi ha chiuso il forno davanti al teatro. Erano tre generazioni che non si spegneva mai, giorno e notte, estate e inverno, ma oggi si sono fermati e hanno chiuso, per sempre.».
«Mi dispiace. Proprio stamattina sono capitato lì davanti e, vedendoli fermi, ho pensato che avessero chiuso per lutto, o per altra ragione, ma solo temporaneamente. Ma perché? Perché hanno cessato l’attività?».
«E me lo chiedi? Non girano soldi per la crisi, e i debiti. Poi la settimana scorsa è passato l’esattore per riscuotere le imposte arretrate, ed è stato il colpo di grazia.».
«E ora cosa faranno?».
«Non saprei. Sentivo dire che hanno dei lontani parenti, che pare abbiano fatto fortuna. Andranno da loro…».
«Che la Fortuna li accompagni. Ma non è certo il primo forno che cessa di vivere…».
«No, certamente, ma ogni giorno sempre più campi vengono abbandonati, incolti, e vecchie e gloriose officine smettono per sempre.».
«Lo so bene, i giovani mal tollerano il duro lavoro e preferiscono muovere verso le città, ricercando fortuna e ricchezza.».
«Sei cieco se pensi questo, se pensi che sia solo fuggire dalla fatica. Che senso ha spezzarsi la schiena se poi i nostri mercati sono invasi da ciò che viene da lontano ad un prezzo che sovente è la metà, se non meno, dei nostri?».
«Non posso negarlo, è arduo per i nostri artigiani o i nostri contadini far fronte a ciò che viene prodotto da migliaia di servi e schiavi che devono accontentarsi di un tozzo di pane e di uno spicchio d’aglio.».
«E’ come dici, e i ricchi, di conseguenza, diventano sempre più ricchi. Trasferiscono ricchezze al di là del mare, con esse comprano regioni intere e opifici, e uomini e donne che, anche se non servi, sono grati di lavorare sino a notte per quel pane che faccia sopravvivere loro e i loro figli. Con quelle ricchezze che lì accumulano, i ricchi qui tornano, e comprano per un nulla quelle terre che i nostri contadini abbandonano. E i poveri, quindi, sono sempre più poveri, privati dei campi e delle botteghe, si rifugiano nelle città dove sperano di sopravvivere raccogliendo le briciole che cadono dalle mense dei ricchi. Tutto ciò si accompagna alla corruzione di coloro che dovrebbero servire lo stato e alla degenerazione dei costumi: si narra che i ricchi o i loro figli organizzino festini spendendo denari che basterebbero a sfamare intere famiglie per un anno. Come stupirsi che proliferino superstizioni di ogni sorta e che, da ogni angolo, sorgano fanatici di religione e invasati?».
«Dipingi un quadro ben fosco, Gneo Sertorio, ma ammetto che non sia tutto d’invenzione. Altre volte, però, abbiamo attraversato momenti bui. I Patres ci raccontano dei Galli, di Annibale, delle guerre civili, delle proscrizioni. Eppure sempre ci siamo risollevati, e ogni volta siamo ritornati più potenti di prima. Accadrà lo stesso anche stavolta, vedrai, il nostro sistema è forte, non potrà mai cadere, la ripresa è ormai vicina.»
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