giovedì 4 aprile 2013

Protocollo di Democrazia 3.12

I like erano arrivati al 65%, un buon numero ma non ancora sufficiente: per quel tipo di risoluzioni erano necessari i due terzi di pareri favorevoli. La discussione, piuttosto calma nel forum principale s’infervorava nei sub forum che ancora non avevano espresso la loro preferenza. Era lì che bisognava intervenire, e mancava solo un’ora.
Eva contattò Adam, un suo conoscente attivo in quel  meetup dell’Alaska che ancora doveva esprimere il suo like. L’ultimo protocollo di Democrazia, il 3.12, infatti, aveva adottato uno schema di votazione che ricordava quello dei vecchi caucus delle presidenziali americane: ogni meetup locale esprimeva un solo voto, e questo era  determinato dalle votazioni dei suoi iscritti. Non era il sistema ottimale, anzi, ma aveva il pregio di rivitalizzare le località che, in caso di un’unica votazione generale, avrebbero perso la loro identità. Si era arrivati al 3.12 dopo le cattive esperienze delle versioni 2.XX che, prevedendo il principio tot capita tot sententiae, di fatto scatenavano un referendum globale sulla rete con forum impossibili da gestire . Le versioni 3.0 e seguenti, riprendendo il meccanismo dei caucus avevano dato un grande sviluppo ai gruppi locali e avevano permesso una maggiore partecipazione. Eva continuava a preferire, però, i sistemi 2.XX: con i 3.XX una posizione minoritaria nel meetup locale finiva per non contare nulla a livello globale. E, inoltre, il sistema di votazione  era diventato pachidermico, a tutto svantaggio della velocità di risoluzione. Per ogni votazione, infatti bisognava prevedere l’apertura simultanea di un forum globale e di miriadi di forum locali, ciascuno dei quali si prendeva  il suo tempo per discutere ed esprimere il suo voto. Lungaggini, a volte infinite.
«Adam, come vanno le cose lì in Alaska?»
«Ce la faremo».
«Mi raccomando».
«Inutile che tu me lo dica: l’abolizione di questa legge è lo scopo della mia vita»
«E’ importante. Mancano ancora pochi like per i due terzi»
«Lo so, ce la faremo,  sarà una nuova era per l’Umanità»
Si aprì una finestrella in basso a destra sullo schermo: Tasmania, Bengala e Senegal avevano posto il like. Immediatamente dopo seguì il dislike del Galles, ma fu sovrastato da altri like provenienti da ogni parte del mondo. 67%, e il numero dei subforum che non avevano espresso il voto si assottigliava.
«Adam, se Alaska pone il like siamo alla maggioranza matematica, indipendentemente da quello che votano gli altri»
«Vedo. Ormai ci siamo»
Infatti, contemporaneamente apparve, nella solita finestrella, l’avviso del like dell’Alaska e poco dopo i forum si oscurarono e comparve la schermata di fine votazioni. Votazione conclusa – si  annunciava. Raggiunta la maggioranza dei due terzi. E poi, in grandi caratteri stampatello,
LA PROPOSTA E’ STATA ACCOLTA.
LA LEGGE DI GRAVITAZIONE E’ ABOLITA.
Ad Eva, distante migliaia di chilometri , parve quasi di sentire l’urlo di gioia di Adam. Il quale, infatti, appena conosciuto l’esito del voto volle finalmente coronare il sogno della sua vita e corse verso la finestra, l’aprì e, con foga, scavalcò il davanzale.
I suoi informi resti biologici, spalmati sull’asfalto, dieci piani più in basso, furono poi ritirati dalle squadre di raccolta biologica e conferiti al compost comunale. Da quel concime, poi, sarebbero  nati molti alberi, per un pianeta più green.

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venerdì 22 febbraio 2013

Sensi di colpa

Di tanto in tanto veniva colto da sensi di colpa. Talvolta la mattina, appena svegliato, quando il sole dei tropici premeva contro la tendina della finestra. Oppure poco dopo, scendendo le scale del bungalow, diretto al patio per consumare la sua colazione circondato dalla spiaggia bianchissima, bagnata dal turchese dell’Oceano. A volte, invece, quel senso di colpa lo coglieva nel corso della giornata, magari mentre nuotava nella laguna del suo atollo verso la barriera corallina, in cima alla quale si appostava per ore perdendosi a guardare i pesci angelo che volteggiavano sui coralli oppure a scorgere, nel blu, le ombre veloci dei delfini che passavano. Persino in certe sere poteva provare quel disagio, un’ombra sulle sue cene in compagnia della donna più bella che avesse mai conosciuto e corteggiato. Non era stato facile vincere le sue resistenze, all’inizio, ma poi era riuscito a convincerla, allettandola con la prospettiva di vivere lì, in quel paradiso in terra, la maggior parte del tempo. Erano passati già due anni, volati come una sola settimana, da quando si erano trasferiti. Avevano a disposizione, solo per loro, un villaggio intero di bungalow e capanne mentre il personale di servizio, discretamente, abitava fuori dagli sguardi, nascosto dal fitto dei palmeti.
In fondo non era del tutto scontento di quel senso di colpa, era un’ulteriore prova del suo animo gentile. La sua vita era quella di un privilegiato, non poteva certo negarlo: per fortuna, abilità, intelligenza, a lui era concesso ciò che gli altri potevano solo sognare. …Gli altri, quel resto di umanità che popolava affollati dormitori, se non baracche di favelas, che si alzava la mattina per andare a sprecare la giornata in occupazioni noiose e alienanti al solo scopo di guadagnare quel minimo di sostentamento per un’ulteriore giornata sprecata. E così per tutti i giorni e tutti i mesi e tutti gli anni, senza speranza di un cambiamento e col solo conforto di un’oretta di collegamento in realtà virtuale la mattina o la sera, sempre che le forze lo permettessero. Quell’ora di realtà virtuale, che concedeva il sogno e l’illusione di essere l’imperatore del mondo o un grande sportivo o un acclamato divo era l’unico conforto ad una povera esistenza.
Proprio pensando al resto dell’umanità, di tanto in tanto, veniva colto dai sensi di colpa, magari quando, come ora, ammirava la spuma bianca delle onde cavalcare le acque cobalto. Anche se, a guardar bene, quel blu tendeva a scolorirsi mentre una nebbia sembrava calare sul mare, densa, che annullava la differenza dei colori coprendo tutto di grigio. Il mormorio della risacca, un lieve sussurro poco prima, cresceva di intensità, copriva la brezza tra le palme e ad aumentava, ancora, sino a diventare un rumore, un frastuono, stridente, insopportabile, acuto, un urlo, quasi, una sirena.
Le sette. L’ora di realtà virtuale era terminata; aveva dieci minuti, non di più, per prepararsi, correre alla lurida metropolitana e precipitarsi nel suo cubicolo dove avrebbe sprecato le prossime ore affannandosi per nulla. Dodici ore, doveva resistere dodici ore prima di tornare alla sua isola, nel suo atollo, tra i suoi pesci angelo che guizzano tra i coralli.
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sabato 1 dicembre 2012

Qui ci giochiamo tutto

«Stiamo qui mica a scherzare, eh? Qui ci giochiamo tutto».
«Lo sappiamo, Pierluigi. E’ inutile che ce lo ricordi».
«Regole chiare, correttezza. Non scanniamoci tra noi perché loro non aspettano altro. Tutto chiaro?».
«Tutto chiaro» confermarono gli altri.
«E allora possiamo iniziare, e vinca il migliore».
«Cioè io» puntualizzarono tutti gli altri quattro.
«E allora cominciamo. Io prendo i carrarmati rossi».
«Quelli appartengono a me: sono un epifenomeno discutibile ma riconoscibile di un inveramento della storia della sinistra della quale, a differenza tua e del tuo partito, non ho mai fatto abiura. Ma con leggerezza, e gioia.».
«Ve li lascio: sono un simbolo del passato che dobbiamo rottamare. Prendo i blu.».
«Ci sono carrarmati rosa?» chiese l’unica donna del gruppo. Non, non c’erano e si accontentò dei viola.
«E bianchi? Sono affezionato al bianco». Nemmeno. Gialli? Vada per i gialli.
L’Armata Rossa fu giocata ai dadi, la vinse Pierluigi. Lo sconfitto ripiegò sulle Verdi, ma si consolò facilmente, diceva che era un colore a lui congeniale.
Rimasero inutilizzate le armate nere. Per fortuna.
Ognuno aveva il proprio obiettivo che non comunicava apertamente a nessuno ma che cercava di raggiungere con manovre di sponda, posizionamenti strategici e alleanze variabili.
Il Siam fu fatale all’unica donna. Arroccatasi lì, decisa a conquistare l’Oceania per farne una ridotta da utilizzare come tana sicura per riaffermare la sua alterità e assistere riparata agli scontri altrui, non riuscì a conquistare il cuore dell’Indonesia. Indebolita, impoverita negli altri territori, subì alla fine l’attacco concentrato di India e Cina che la costrinse al ritiro.
L’austero nostalgico dei Bianchi, seguì la sua indole e si rifugiò al Nord. Ma lì rimase, intrappolato tra Groenlandia e Islanda, non sapendosi decidere tra America del Nord ed Europa. E come spesso accade, incerto se puntare sull’uno o l’altro Continente, rimase in mezzo al guado, disperdendo le sue forze ed esponendosi ad attacchi multipli. Con molto realismo si dichiarò sconfitto e lasciò il campo ai tre rimasti.
Fu allora che la lotta si fece serrata. Verdi, Rosse e Blu. Strategie differenti: i Blu andavano all'attacco baldanzosi, sempre pronti a ripiegare strategicamente in caso di difficoltà. Le Verdi, arroccate in Sud America, con potenti teste di ponte in Africa e nel sud del mondo, sferravano attacchi repentini al cuore dei continenti settentrionali. E le rosse, con tattica solida e prudente, arroccate in Europa, tenevano il centro del tabellone.
Difficile vincere rapidamente quando gli avversari sono ben arroccati e hanno solide teste di ponte. Le ore scorrevano lente, tra manovre diversive e attacchi su territori periferici e poco protetti al solo scopo di guadagnarsi una carta in attesa dell’occasione propizia.
L’ora era tarda, le strade ormai svuotate e silenziose. Si passò dalle birre ai caffè quando la notte cedette all'alba e i primi biscotti salutarono il levarsi del sole.
A metà mattinata un inatteso rovesciamento produsse l’imperiosa avanzata di un’armata che, territorio dopo territorio, riuscì a raggiungere l’obiettivo.  Vittoria. «Una straordinaria vittoria» la salutò il vincitore.

Esausti bevvero l’ultimo caffè mentre qualcuno, per sapere cosa era successo nel mondo durante la partita, accese il televisore. Si vedeva il Quirinale, e una voce fuori campo informava che “Il Senatore Monti ha ricevuto, dalle mani del Capo dello Stato il mandato a formare il suo secondo Governo».
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martedì 30 ottobre 2012

Satripan cadupàn saleim

Si svegliò nel cuore della notte, l’anziano pensionato, inquieto come s’era addormentato. Era sdraiato sul divano, davanti al televisore ancora acceso ma ormai muto. Per qualche momento si sentì smarrito: perché non era nel suo letto? Ma poi, a poco a poco, i ricordi affiorarono: la sera prima, il suo desiderio di cambiamento, di ribellione, che l’aveva spinto a raggiungere quella vecchia sezione di partito vicino casa. Salvo scoprire che, nel frattempo, era diventata ben altro. Segni dei tempi, era finita l’epoca dei partiti di massa, era iniziata quella dei contatti personali, ancorché non sempre intimi.
E quindi doveva cambiare tattica e strategia e la mattina dopo, di buon’ora, avrebbe iniziato la sua personale opera di mobilitazione.
Rinfrancato, quando ormai albeggiava, guadagnò il letto, accompagnato da un “finalmente” della curiosa vicina che quasi stava cedendo al sonno.
“Bisogna ricominciare dai bar”, si ripromise: aveva individuato in quei centri spontanei di aggregazione il luogo privilegiato per ripartire, per coagulare un movimento. E l’illuminismo, poi, non era forse nato nei Caffè?
Uscì in strada e, faticosamente si recò in un quartiere piuttosto distante. Lì arrivato vide un bar alquanto affollato e, quindi, promettente. Il suo programma consisteva nell’ ordinare un normale caffè al banco, aprire casualmente il giornale testé acquistato e lasciar cadere un qualunque commento su una qualche misura governativa. Da quello, immaginava, si sarebbe innescata un’accesa discussione. Una fiammella sulla benzina. Ordinò il caffè con gesto sicuro, aprì quindi il giornale e, battendo le nocche sulla foto di un qualsivoglia ricco professionista, temporaneamente ministro “Pape satan, pape satan aleppe” si trovò a commentare.
«Come, scusi?» chiese il barista.
«Satripan cadupàn saleim» proseguì l’anziano pensionato.
«Non capisco.».
E quindi chiarì meglio il concetto, e aggiunse una pertinente citazione letteraria, «Rin manavé bilin sutù».
Seduti al tavolino, quattro studenti, in adorazione dell’ultimo Iphone, addirittura distolsero per un attimo gli occhi dal loro idolo «Ma che lingua parla, quello?». «Mai sentita». «Secondo me è una lingua antica.». «Come il latino?». «Peggio, una cosa tipo santrito». «E perché quello parla così?». «Sarà un vecchio professore fuori di testa», e scrollando le spalle, ritornarono ai pii esercizi di devozione.
Il pensionato, convinto non solo di parlar chiaro, ma anche di esprimere opinioni non certo banali, vedendo scorrere su uno schermo appollaiato in alto, a fianco del bancone, le immagini di ministri, politici e aspiranti salvatori della Patria, talvolta un po’ buffi e comici, si profuse in una lunga e acuta analisi che avrebbe messo in guardia chiunque dal soffermarsi su particolari di poco conto (oserei dire sovrastrutturali) come piccole ruberie o scandali, per concentrarsi, invece, sulle ben più pregnanti dinamiche sociali ed economiche del sistema occidentale e che concluse con «Rotales minca, toride gelu». Si guardò quindi attorno soddisfatto, certo di aver suscitato unanime e interessato consenso.
Il silenzio regnò sovrano, seppur perplesso.
Solo dopo un po’ fu rotto dal barista che, aprendogli i palmi delle mani davanti agli occhi (uno col pollice ripiegato) «Sono novanta centesimi. Novanta. Anderstend? Nainti.».
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lunedì 1 ottobre 2012

La ripresa è vicina

«E’ grave questa crisi, non credo che ne usciremo facilmente».
«Sei sempre pessimista. E’ un momento duro, ma ci risolleveremo, risorgeremo, come sempre.».
«Sei tu che pecchi di ottimismo. Questa volta è differente. Non passa giorno che non chiudano attività, proprio oggi ha chiuso il forno davanti al teatro. Erano tre generazioni che non si spegneva mai, giorno e notte, estate e inverno, ma oggi si sono fermati e hanno chiuso, per sempre.».
«Mi dispiace. Proprio stamattina sono capitato lì davanti e, vedendoli fermi, ho pensato che avessero chiuso per lutto, o per altra ragione, ma solo temporaneamente. Ma perché? Perché hanno cessato l’attività?».
«E me lo chiedi? Non girano soldi per la crisi, e i debiti. Poi la settimana scorsa è passato l’esattore per riscuotere le imposte arretrate, ed è stato il colpo di grazia.».
«E ora cosa faranno?».
«Non saprei. Sentivo dire che hanno dei lontani parenti, che pare abbiano fatto fortuna. Andranno da loro…».
«Che la Fortuna li accompagni. Ma non è certo il primo forno che cessa di vivere…».
«No, certamente, ma ogni giorno sempre più campi vengono abbandonati, incolti, e vecchie e gloriose officine smettono per sempre.».
«Lo so bene, i giovani mal tollerano il duro lavoro e preferiscono muovere verso le città, ricercando fortuna e ricchezza.».
«Sei cieco se pensi questo, se pensi che sia solo fuggire dalla fatica. Che senso ha spezzarsi la schiena se poi i nostri mercati sono invasi da ciò che viene da lontano ad un prezzo che sovente è la metà, se non meno, dei nostri?».
«Non posso negarlo, è arduo per i nostri artigiani o i nostri contadini far fronte a ciò che viene prodotto da migliaia di servi e schiavi che devono accontentarsi di un tozzo di pane e di uno spicchio d’aglio.».
«E’ come dici, e i ricchi, di conseguenza, diventano sempre più ricchi. Trasferiscono ricchezze al di là del mare, con esse comprano regioni intere e opifici, e uomini e donne che, anche se non servi, sono grati di lavorare sino a notte per quel pane che faccia sopravvivere loro e i loro figli. Con quelle ricchezze che lì accumulano, i ricchi qui tornano, e comprano per un nulla quelle terre che i nostri contadini abbandonano. E i poveri, quindi, sono sempre più poveri, privati dei campi e delle botteghe, si rifugiano nelle città dove sperano di sopravvivere raccogliendo le briciole che cadono dalle mense dei ricchi. Tutto ciò si accompagna alla corruzione di coloro che dovrebbero servire lo stato e alla degenerazione dei costumi: si narra che i ricchi o i loro figli organizzino festini spendendo denari che basterebbero a sfamare intere famiglie per un anno. Come stupirsi che proliferino superstizioni di ogni sorta e che, da ogni angolo, sorgano fanatici di religione e invasati?».
«Dipingi un quadro ben fosco, Gneo Sertorio, ma ammetto che non sia tutto d’invenzione. Altre volte, però, abbiamo attraversato momenti bui. I Patres ci raccontano dei Galli, di Annibale, delle guerre civili, delle proscrizioni. Eppure sempre ci siamo risollevati, e ogni volta siamo ritornati più potenti di prima. Accadrà lo stesso anche stavolta, vedrai, il nostro sistema è forte, non potrà mai cadere, la ripresa è ormai vicina.»
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lunedì 6 agosto 2012

Quella sezione...


Tagli. Spending review. Art. 18.
Licenziamenti.
Crisi.
Non poteva, come tutte le sere, macerarsi solitario davanti alla televisione. Bisognava agire, insieme, collettivamente.
Ma come?
E con chi? Alla sua età, poi, in effetti ormai terza di diritto?
Questo rimuginava l’anziano pensionato del quarto piano su una cosa, almeno, sbagliandosi. Non era solo, infatti, dato che le sue serate, come quelle di quasi tutto lo stabile, erano accuratamente osservate dalla signora del quinto piano del palazzo di fronte. Ma, ahilei, per quanto lo riguardava, si trattava di spettacoli poco stimolanti: non un pettegolezzo serio poteva essere creato su un pensionato vedovo che non riceveva nessuno, con orari regolari come un cronometro e che passava le serate davanti alla televisione. Altri piani erano certamente più interessanti. Eppure, alla curiosa signora, quel pensionato “non la raccontava giusta” ed era certa che sarebbe riuscita prima o poi a smascherarlo.
La crisi, si diceva. Una sera, apparentemente uguale a tutte le altre, il pensionato si rammentò che non distante sorgeva una veneranda sezione del Partito. Il quale Partito ormai era trapassato, ma, forse, al suo posto ci sarebbe stato un qualche erede variamente nominato. Certamente lì si sarebbe discusso e, forse, lottato. Bisognava tentare.
Infrangendo  consolidate tradizioni, il pensionato spense quindi il deprimente dibattito televisivo e si vestì di tutto punto, smettendo la logora vestaglia. La cosa destò la sfrenata curiosità della signora di fronte, un po’ depressa perché la vispa inquilina dell’appartamento più interessante (il terzo piano) era già in vacanza. Aiutata da un antico binocolo da teatro, seguì quindi con lo sguardo il pensionato mentre usciva e si dirigeva verso un cortiletto appartato, dietro l’isolato di fonte. Lì sorgeva quella famosa sezione davanti alla quale, essendo così nascosta, il pensionato non passava da anni. La signora abitava in un appartamento con strategico doppio affaccio, il secondo dei quali dava sul retro, proprio su quel cortiletto. E quando vi vide incedere il suo caro spiato “lo sapevo, io!”esclamò trionfante. Luci rosse brillavano sulla porta, e ciò lasciò dapprima perplesso l’anziano signore, che si sforzò di attribuire all’avvento della tecnologia la sostituzione delle rosse bandiere con più moderne luci sfavillanti. Avvicinandosi non poté non notare, seppur ancora da lontano, la trionfale scritta “Privé” che, pensò magnanimamente, forse rendeva noto che erano ammessi solo iscritti al partito. Ma, avvicinandosi ulteriormente, cominciò a rassegnarsi al fatto che, forse, qualcosa era cambiato. Alle pareti le foto erano ispirate al realismo, ma non esattamente del tipo socialista, e l’abbigliamento dei militanti e, soprattutto, delle militanti, non pareva ispirato alla sobrietà rivoluzionaria. “Lo sapevo, lo sapevo!” gongolava intanto, dall’alto e da lontano, la curiosa signora.
Al pensionato non restò altro che tornare lentamente a casa, dove si spogliò, reindossò la logora vestaglia e si riaccomodò sulla vetusta poltrona in pelle di un animale la cui specie, probabilmente, era nel frattempo estinta.
Accese il televisore sintonizzandosi casualmente su un qualunque canale locale. Parlavano di calciomercato ma lui, coi pensieri, era altrove, in un altro tempo. E così, tra una trattativa e un ingaggio milionario, sotto lo sguardo vigile della signora, s’addormentò. Più in là, nella notte, le programmazioni normali terminarono e, mentre sognava inquieto, apparvero pubblicità di chat accompagnate da immagini alquanto esplicite. “Lo dicevo io. – gongolò l’insonne signora – Lo dicevo che in fondo è solo un vecchio maiale”.


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sabato 30 giugno 2012

Vergine, di nuovo

Ma che meravigliosa giornata. Come si fa a non rinascere con un sole così? Mi sento nuova, ancora, dopo quasi vent’anni. Tanti… Ma non voglio pensare al passato, in una mattinata come questa. Nuova, questo è l’importante, e vergine. E un po’ mi dispiace, sì, per tutti gli schiavi del passato, nostalgici di altre epoche e altre storie. Il futuro, bisogna guardare al futuro, bisogna costruirlo. E chi può farlo se non persone nuove, come me? Il futuro ha bisogno di me, il paese ha bisogno di me. E non è la prima volta.
Anche allora ero nuova e vergine, in un mondo uscito sfiancato da una guerra mondiale, la prima. Ero circondata da tanti ragazzi ardimentosi che cantavano la giovinezza  e le faccette nere combattendo la barbarie del comunismo. Erano belli, tutti vestiti di nero, e volevano ricostruire la Patria che i vecchi politicanti avevano svenduto. Si doveva far risorgere l’Impero, quell’Impero che ci spettava per storia e diritto, quel diritto che noi avevamo inventato. Erano anni bellissimi.
Solo che poi sono un po’ invecchiata. E credo anche di essermi data a qualcuno. Ma non importava perché poi, in una bella mattina di sole come questa, appena finita la seconda guerra, mi risvegliai ancora nuova e vergine.
Quanto erano belli e moderni quegli americani, coi loro attori alti e interessanti. Come si faceva a non sentirsi rinascere? Promettevano la luna, e mantennero la promessa. E ci hanno aiutati a sconfiggere quei comunisti che volevano farci divorziare a forza, e chiudere le nostre Chiese e deportare il Papa in Siberia. Erano anni spirituali, le messe la domenica mattina e il bucato con la nuova lavatrice il pomeriggio. E la televisione, prima bianco e nero e poi a colori. Chissà?, forse furono proprio quei colori che, a poco a poco mi fecero capire che era passato un po’ di tempo. Quelle facce che, in bianco e nero, mi sembravano tanto austere e importanti, a colori parevano un po’ noiosette. E di cose da vedere , a colori, ce n’erano ormai tante, e divertenti. La vita in fondo è una sola, va vissuta, in allegria. Mi sentivo un po’ invecchiata, un po’ annoiata. Mi ero sposata, nel frattempo? Sì, forse, in Chiesa, ma un bel giorno, luminoso e colorato, ritornai ancora nuova e vergine, pronta, come solo le persone nuove possono fare, a ricostruire il Paese.
E lui era proprio colorato, azzurro, e simpatico. Sorrideva e tutte le cose noiose diventavano una risata, una barzelletta. Quanto mi faceva ridere, si vedeva che era l’ uomo delle cose importanti, la televisione, il calcio, le belle donne, le belle case, lo shopping (si scrive così?). I potenti di prima erano grigi, ma lui no, lui combatteva il comunismo godendosi la vita come ogni persona dovrebbe fare, al mare, in villa. Sono stati anni spensierati e molto divertenti. Ma poi cominciai ad avere la sensazione che anche lui stesse invecchiando e che, forse, la vita se la godesse solo lui. Ero stata con qualcuno? Con tanti, in effetti… D’altra parte, bisogna pur far carriera.
E oggi, che meravigliosa giornata. Sono nuova, ancora, e vergine. C’è chi parla ancora di sinistra o destra… Che tristezza: sono vecchi, finiti. Ora bisogna costruire il futuro, e sono le persone nuove come me che ricostruiranno questo Paese distrutto. Che bel sole.
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