domenica 29 giugno 2014

Finale d'opera in un atto (breve)

«Ma io lo sapevo, sai? L’avevo capito, a differenza di tutti gli altri. Lo so che mi danno del vecchio rincoglionito – lo so, non negare – però lo avevo capito che elezioni sarebbero andate male, e già da qualche settimana, da quando il Milan non è riuscito ad entrare in Europa League. E infatti, siamo arrivati terzi, ed è una cosa che assolutamente non posso tollerare. Devo riprendere in mano la situazione, io, personalmente, tanto di tempo ne ho quanto  voglio, Scapagnini disse che ero tecnicamente immortale. A proposito, è molto che non lo sento, uno di questi giorni lo devo chiamare. Ah, no, è morto l’anno scorso. Lui. L’anno prossimo però dobbiamo entrare in Champions, e poi vincere le elezioni. Chissà che fa ora Sacchi, con lui in panchina sono sicuro che ci riprenderemo. E poi Maldini e Costacurta, sono ancora dei ragazzi, in fondo, e con un po’ di allenamento ritornano come prima. Devo chiamare Scapagnini, forse lui ha qualche integratore da consigliare. Ah, no, Scapagnini no. Comunque l’anno prossimo vincerò il campionato, e intanto mi preparo per le elezioni. Già ho in mente slogan geniali. Senti questo “un milione di posti di lavoro!”. Fantastico, vero?
Con la disoccupazione che c’è farà presa, ne sono assolutamente certo. Dovrò contattare persone della TV, gente popolare, rassicurante. Sandra e Raimondo andranno benissimo, già me li vedo. E poi trasmettere a ripetizione i successi dei miei governi. Gli accordi con la Libia, il controllo delle coste e la fine degli sbarchi clandestini. A proposito, ieri ho letto che sono ricominciati. Così non va, Gheddafi aveva preso degli impegni. E’ il caso di telefonargli, devi ricordarmi di farlo domani. Che tipo, quel Gheddafi, lo sai che è stato lui a insegnarmi il bunga bunga? Una sagoma, ci siamo proprio divertiti quelle sere mentre discutevamo dei rifugiati di Lampedusa. “Non ti preoccupare, Silvio, mi diceva, a quelli ci penso io. Il deserto è grande e fa molto caldo. Se arrivano fin qua, non andranno da nessun’altra parte. Ma guarda quella come balla. Ti piace, eh? La vuoi? Te la presto”. Che tipo, lo devo richiamare. E poi ho in mente un altro slogan “meno tasse per tutti” Che ne dici? Semplice, geniale. Sono sicuro, sfonderemo. Ah, ricordami di chiamare anche Mike, oltre a Sandra e Raimondo. Vinceremo, è assolutamente certo, sia il campionato che le elezioni. E l’anno dopo., Champions League e presidenza della Repubblica. Ora si tratta solo di organizzare una presenza sul territorio e reclutare qualche candidato, giovani professionisti e belle ragazze: ne devo parlare con Marcello, l’altra volta fu proprio bravo. E poi devo andare a tutte le trasmissioni, solo io posso risollevare la questione, ripartirò anche stavolta. Tutto io devo fare, non c’è nessuno che mi dia retta. Dudù, solo tu mi capisci, vero? Di te mi fido, solo di te ormai. E vedrai, ce la faremo, insieme, io e te. Ma che strano, però. Dev’essersi rovesciato il thermos con la tisana. Ho i piedi e le pantofole tutti bagnati. No, non è la tisana, dall’odore sembra qualcos’altro. Sembra…. Dudù, sei stato tu?»
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lunedì 28 aprile 2014

Non sto messo male, anzi

A rapporti sociali non sto messo male, anzi. Su Facebook ho più di duecento amici e una dozzina di followers su Twitter. Sto anche su alcuni forum, uno di cucina, uno di televisione e uno di egittologia anche se però non sono mai stato in Egitto. Però non ne ho bisogno, in effetti, perché quello che c’è da sapere già lo so: le piramidi non sono state costruite quando ci vogliono far credere ma molto, molto prima. E non erano solo umani terrestri quelli che le progettarono. C’è l’analisi al carbonio 14 che lo dimostra, ci sono le prove, ma non lo vogliono ammettere. E poi che ci vado a fare in Egitto? Fa caldo, e quello che c’è da vedere me lo vedo tranquillamente a casa sul mio nuovo televisore. Smart. Il televisore, dico, si vede benissimo e l’audio 5.1. è fenomenale. Sembra di stare lì, veramente. Comunque, no, in Egitto non c’ho bisogno di andarci, le cose le capisco meglio qua. Ecco, questa è una cosa che solo qualche anno fa non si sarebbe potuta fare. Un tempo mi sarei dovuto leggere un libro, oggi invece accendo internet e  so tutto quello che devo sapere. E se proprio proprio mi serve un libro me lo posso ordinare su Amazon. Fino a cento anni fa questo non succedeva, la gente era ignorante, chiusa in un buco di villaggio, senza sapere cosa succedeva nel mondo.
Oggi invece fai. click e c’hai tutto quello che ti serve, anche le prove sulle piramidi. Poi il cinema, l’ho già detto che ho il televisore nuovo? E’ smart, e anche 3d. Pensa a prima: se ti volevi vedere un film dovevi uscire di casa, metterti in fila, andare al cinema con accanto un bambino che ride come un deficiente per due ore. Che poi magari era proprio deficiente. Adesso mi metto sul divano sdraiato come un pascià e mi vedo il film senza che nessuno mi rompa le scatole. Lo stesso per le partite, le vedi meglio a casa che allo stadio, costa di meno e stai al caldo. Quando poi mi va di passare una serata con qualcuno vado al computer e chatto un po’ con chi trovo. C’è gente incredibile, gente che non avrei mai incontrato, che abita in capo al mondo. E cosa fai, cosa hai mangiato, come sta il tuo cane, ci parli spendendo niente. Prima dovevi alzarti, scendere giù al bar, ordinare da bere, aspettare qualcuno che magari non passava e poi guardare sempre le stesse facce. Ora, col progresso, per fare amicizie non devo manco uscire sul pianerottolo anzi, non devo proprio vedere nessuno. E sono le amicizie migliori, quando sei stufo di certa gente la banni e ne cerchi un altro mentre prima se mi rompevo di un tizio non c’erano santi e me lo dovevo sorbire tutte le sere. Come per la politica, no? Chi li aveva mai visti i politici, prima? Stavano a Roma, nelle auto blu e se dovevi votare votavi per il politico che stava qua o per il partito che c’aveva la sezione qua sotto. E se non sapevi chi votare dovevi uscire di casa, ascoltare un comizio, parlare con i vicini che stavano nei partiti e perdevi ore e ore  a discutere, a cercare di capire e poi a decidere. Ora, invece, accendi la televisione, che poi la mia è smart,  e trovi sempre quello che devi votare: te lo puoi guardare tutte le sere e capire se è il tipo giusto o no. Senza sbattimenti, senza fatica, senza comizi, sezioni o partiti: non servono più, inutili.
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giovedì 26 dicembre 2013

Perché tutto rimanga come è

Aveva preso il caffè ed in veste da camera rossa fiorata di nero si radeva dinanzi allo specchietto «E come li chiamano? – si domandava – Pilett? Ginett? Ah no! Gillette.», e scoteva il capo, scettico di tanta modernità. A lui, allo Zio, i rasoi piacevano solidi, bel manico di corno, lama affilata di almeno dieci centimetri, come quello che con allenata perizia gli carezzava delicatamente la guancia destra e poi, ancora più delicatamente, con maestria e attenzione superiori, la pericolosa e delicata curva tra collo e mascella. Abbassò la mano, contemplò il risultato allo specchio, e mentre si confermava che per persone come lui, provviste di tanta e maschia barba, quel giocattolino, quel Pippett, proprio non servirebbe, vide riflesso, accanto al suo, il volto ben più giovanile, nascosto da occhialoni a goccia, di suo nipote Vittorio, quel nipote la cui vista gli stringeva il cuore perché così somigliante a sua madre, e così simile a quel desiderato figlio che avrebbe avuto se la Madonna, con la complicità di sua moglie – sospettava sfidando ogni logica scientifica - , non gli avesse concesso che tre figlie femmine.
«Vittorio, cosa hai combinato questa volta?». « Buongiorno, Zio. Cosa ho combinato? Sono stato in giro. , Amici, incontri, affari importanti. Una notte santa. Non come certe conoscenze mie che sono state la sera intera in salotto al cospetto della tivvù.». « E chi erano queste conoscenze, si può sapere?». «Tu, zione, tu. Ti ho visto con questi occhi ieri a sera passando qui dabbasso mentre mi recavo da una certa persona.».
Era davvero troppo insolente. Credeva di poter permettersi tutto. Attraverso le strette fessure delle palpebre gli occhi azzurro-torbido, gli occhi di sua madre, i suoi stessi occhi lo fissavano ridenti. «Non guardavo la tivvù, avevo da controllare i conti delle campagne , le olive, il vino, l’olio.». «Le campagne, l’olio. Ma zione, non sono più tempi di campagne, questi.». Lo Zio si sentì offeso. Non fosse somigliato così a sua madre, quel giovinotto avrebbe avuto di che pentirsi di tanta insolenza; solo l’affetto che provava lo portò a cambiare discorso «Ma perché sei vestito così? Cosa c'è? Un funerale questa mattina?». Il nipote era diventato serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. «Parto, zione, parto fra un'ora. Sono venuto a dirti addio.» Il povero Zio si sentì stringere il cuore. «Fuggi? Ti cercano?» e già si vedeva, come in passato, il nipote rinchiuso all’Ucciardone per anni. «No zione, non fuggo. Vado a Milano». «A Milano? E da chi?». «Uno di su, un costruttore, è Marcello nostro che ce lo raccomanda». «Ma che ci vai fare lassù a Milano?». «Affari, zione. Finanza, il bisinéss del futuro: ci fa guadagnare in un mese quanto le vostre campagne in dieci anni».
Lo Zio ebbe una delle sue solite visioni improvvise: una scena crudele, il suo Vittorio milanese, perso nella nebbia, dimentico di casa, a friggere calamari nel burro. «Sei pazzo, figlio mio. Andare a mettersi con quella gente. Sono tutti imbroglioni. Un Mangano dev'essere con noi, per la famiglia, in Sicilia.». Gli occhi ripresero a sorridere. «Per la famiglia, certo, ma per quale famiglia?» Il ragazzo ebbe uno di quei suoi accessi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. «Se non ci siamo anche noi, quelli scendono coi piccioli, ci comprano la Sicilia e ci mettono un comunista a Sindaco. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?». Abbracciò lo Zio un po’ commosso. «Arrivederci a presto. Ritornerò col panettone.».
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lunedì 18 novembre 2013

Teste responsabili

Riprovò ancora, davanti allo specchio. Sguardo intenso, volto serio ma non funereo, espressione di una virile preoccupazione e non certo di un’adolescenziale disperazione. «Penso che il popolo italiano abbia dimostrato in questi anni una grande maturità» e annuì, come per affermare una profonda verità. Si guardò ancora nello specchio e sentì le mascelle contrarsi. Strinse i denti e con indice e pollice finse di massaggiarsi le tempie (cosa che comunque non bisognerebbe fare: mai nascondere il proprio volto, può venir percepito come segno di insincerità), si schiarì la voce, tossì, simulò un bruscolino all’occhio, poi un accesso di tosse, un attacco asmatico una polmonite fulminante una Tbc istantanea una congiuntivite una paresi forse sintomo di chissà cosa, ma alla fine capitolò. La risata gli scappò. Nemmeno questa volta c’era riuscito, era un passo molto difficile.
«Teste di minchia» : avrebbe voluto dire. Altro che grande maturità, grande saggezza, grande responsabilità, ma quale!: teste di minchia ecco cosa siete. Ma come minchia avete fatto, voi deficienti di italiani, a votare quel delinquente, quel depravato quel malfattore finto come una moneta da tre euro? Come minchia faceste? E ora, ora che stiamo nella merda cosa pretendete? Che non sia colpa vostra? Che sia colpa della casta, della Merkel, della zanzara tigre, dell’Euro, dell’anticiclone delle Azzorre? Di chiunque, ma non vostra? Teste di minchia siete e teste di minchia resterete.
Il guaio, però, era che  definire teste di minchia gli elettori nel corso dell’ultimo appello prima delle votazioni non viene considerata, in genere,  una tattica vincente. Doveva riprovare, mantenersi serio. Crederci. Sì, crederci: quello è il segreto.
Ancora davanti allo specchio, aggiustatina alla cravatta. Schiarimento di voce. «Penso che il popolo italiano abbia dimostrato in questi anni una grande maturità». Ci credeva: era vero. Il popolo italiano è maturo e responsabile. Saggio, è il termine giusto. Controllò la sua espressione allo specchio: seria, assertiva. Credibile. Ottimo, passiamo oltre.
«Penso che solo il grande spirito di sacrificio dei padri e dei nonni abbia permesso la sopravvivenza di tanti giovani senza lavoro…» Seeh, ‘sta minchia. Prima i nonni e i padri si sono pappati tutto, poi danno qualche briciola ai propri figli e pretendono la medaglia d’oro al valore. Senso di responsabilità? Ma quale? Hanno distrutto le coste di un paese per costruirci le loro villettine abusive. Si rovina il paesaggio? E cosa me ne fotte? Mica è mio il paesaggio! Le tasse sono alte, il debito esplode? Ma chi se ne frega, tanto io evado. Responsabile? Popolo responsabile? Ma quale? Quello danese, forse.
No, così non andava. La sua espressione tradiva un certo disgusto, e tutti concordano sul fatto che non sia opportuno schifare i propri potenziali elettori.
Si ricomincia. Aggiustatina alla cravatta, respiro profondo, sguardo intenso.  «Penso che il popolo italiano…».
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giovedì 27 giugno 2013

Treno a errata velocità

«Certo, certo, non dobbiamo perdere il treno. A che ora arriva a Milano?»
«Nel pomeriggio, verso le tre.»
«Bene. Sarà una giornata importante per la storia della sinistra.»
Si accomodò quindi nella poltrona a lui riservata, posò la pesante e voluminosa mazzetta di giornali sul vuoto sedile accanto al suo, inforcò gli occhiali da lettura, sfilò Rinascita e si accinse a riprendere una fondamentale analisi sui conflitti di classe nell’India nord orientale, progredì di otto o nove righe rispetto all’ultima lettura, dodici righe, della sera precedente, ripose la Rinascita nella mazzetta, sfilò la Settimana Enigmistica, prese la penna dal taschino e puntò ai solutori più che abili.
Assorto nel cruciverba non fece caso alle fermate successive, ma proprio quando, in orizzontale, si chiedeva di un Comune del cosentino (Amantea, per i curiosi) si sovvenne della geografia italiana e dell’insolita presenza di Campello sul Clitunno lungo la linea Roma Milano.
Infatti: stava viaggiando sulla Roma Falconara.
Frenetico conciliabolo con il capotreno, tra gli sguardi interessati degli altri viaggiatori che, in epoca precedente a tablet e portatili, avevano trovato qualcosa per combattere la noia e, alla fine, si determina di arrivare a Falconara e da lì prendere il Bari Milano. Ritardo totale: tre ore o poco più.
Raggiunta Falconara, da una cabina a gettone avvisò i compagni di Milano. Appuntamento con la storia alle sette, e non più alle quattro.
Attese il treno camminando nervosamente su e giù per la banchina quando, finalmente, arrivò. Ancora una comoda poltrona, altre tre righe di conflitti di classe in India e lesto ritorno alla Settimana Enigmistica.
Fu dopo un paio d’ore, superata agevolmente una mezza dozzina di verticali agguerriti, che si rese conto non solo della bellezza del mare (l’aveva notato quasi subito), non solo di quanto fosse calmo e azzurro (anche questo già precedentemente apprezzato) ma, anche, di come si trovasse tragicamente a sinistra .
«Ma è il treno di Milano, questo, vero?» chiese con un filo di voce ad un compagno di scompartimento.
«Certo…».
«Ah, meno male…».
«… è il treno partito da Milano alle undici e che arriverà a Bari tra un paio d’ore».
Frenetica ricerca del capotreno, concisa, ma esauriente,  esposizione delle ragioni della storia, si perviene all’idea di non aspettare il Bari Milano di ritorno ma, piuttosto, salire su un Bari Napoli che arriverebbe a Napoli Centrale in tempo per un vagon letto che, verso le dieci della mattina dopo, giungerebbe a Milano Centrale.
Sceso fremente a Bari, cambiò duemila lire in gettoni e avvisò Milano. Alle dieci della mattina, sicuro. Appuntamento, svolta storica, giornata cruciale.
Nemmeno il tempo di una sfogliatella a Napoli e salì sul vagon letto. Stanco e distrutto si distese sullo scomodo letto e sprofondò in un sonno pesante.
Ma gli eventi della giornata l’avevano segnato tant’è che gli sembrò di rivivere le ore appena passate e, in particolare, quell’orizzontale che non quadrava. Gli pareva, nel sogno, che una voce evocasse “Amantea, Amantea” per poi disperdersi nel nulla.
Al risveglio, calcolò che doveva trovarsi nei pressi di Piacenza. Si stupì un poco, quindi, nell’alzare la tendina e vedere il mare, dai più considerato elemento non peculiare del paesaggio padano. Per qualche momento lottò per convincersi che trattavasi del Po che, in effetti, a Piacenza è bello largo. Ma quando vide, sullo sfondo, una petroliera, si arrese.
Ormai rassegnato, non si stupì oltremodo quando, arrivato il treno in stazione, sentì annunciare “Lamezia Terme, cambio con Catanzaro Sala”.
Altri gettoni, ma, a Milano, le cose erano mutate. In peggio.  Delusi e disillusi i compagni avevano ridato le tessere giurando di dedicarsi ad altre attività. Il giardinaggio, l’acquariofilia e l’enogastronomia tra le preferite. Anche un po’ di sesso fetish.
Arrivò a Roma in serata. Nessuno ad attenderlo, la giornata storica per la sinistra era trascorsa.
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mercoledì 15 maggio 2013

Il recupero del tempo perduto


Gli insetti, per esempio. Leggi qua, un interessantissimo resoconto della Società italiana delle Scienze del 1853 :”È innegabile la somma affinità della Thoreyella coi Rafigastri. Le particolarità delle antenne dello scutello e delle ale superiori sono differenze di poco momento e non escono dalle file de caratteri meramente specifici. Ma non così quelle della struttura del capo. Il notevole avvanzamento delle gene al di là della fronte è sufficiente a dimostrare l’ impossibilità dell’ innalzamento del primo articolo della mascella al di sopra dell’ asse longitudinale del corpo durante l’atto della manducazione, impossibilità che non sarebbe manifesta nei casi frequenti in cui l’origine della mascella è attigua all’ apertura della bocca e in cui l’apertura della bocca è all’ estremità anteriore della testa.”. Decisivo, chissà perché mi era sfuggito sino ad ora…
Non solo: mi rendo conto di aver trascurato, e molto, anche la mineralogia. Illuminante questo ricordo di Pini del 1832, strano che non l’abbia letto prima: “I feldspati trovati dal Pini sul S Gottardo erano generalmente o bianchi, o lattei, e tra questi secondi alcuni pochi avevano una tinta verdiccia; non crepitavano al fuoco, sebbene cristallizzati, il che, come nota il N.A., è un eccezione al principio asserito da Kirvan, il quale sembra perciò non avere conosciuti i feldspati del S Gottardo: la maggior parte, spezzati, esalano un odore quasi simile a quello della pietra suilla, indizio dello sviluppamento di qualche sostanza volatile combinata con qualche acido”. Ma cosa è questo fracasso? Ah, la televisione dei vicini a tutto volume. Il telegiornale: voto di fiducia al Governo, Berlusconi e il partito di Prodi votano insieme.
“Analizzando poi scrupolosamente e coll’ appoggio di apposite figure la struttura lamellare di questi feldspati trova il Pini ch’essa è ben diversa da quella, che il signor De Saussure ha riconosciuta in altre pietre di tale natura, e che il signor De l’Isle non solo riguarda come generale ai feldspati, ma assume anche come un principio per ispiegare le diverse cristallizzazioni de medesimi.” Quanto tempo ho sprecato… Perché, in tutti questi anni, non ho letto queste pagine? Cosa mi ha distratto? E la bellezza della matematica? Perché non l’ho coltivata? Senti, senti: “Dunque: il seno iperbolico è la lunghezza della perpendicolare calata dall’estremità dell’arco iperbolico corrispondente ad un dato settore, sul prolungamento dell’asse principale che passa pel vertice della iperbole equilatera.  La lunghezza CP dicesi coseno iperbolico. Dunque: il coseno iperbolico è quella distanza che corre tra il centro della iperbole equilatera ed il piede del seno. “ Ancora la televisione dei vicini. Le notti passate ad aspettare i risultati elettorali. Chilometri di girotondi, marce,  manifestazioni contro Berlusconi.  Ma non distraiamoci ”La retta AT dicesi tangente iperbolica del settore ACM onde :
La tangente iperbolica è quella porzione della tangente al vertice della iperbole equilatera limitata da quella retta che partendo dal centro va all’estremità dell arco corrispondente al settore.
La retta CT dicesi secante iperbolica onde:” Applausi in aula. Deputati del PD stringono la mano ai berlusconiani. Quanto tempo buttato…
La seconda iperbolica è quella porzione della retta, la quale dal centro della iperbole equilatera andando al punto estremo dell’ arco corrispondente al settore…
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giovedì 4 aprile 2013

Protocollo di Democrazia 3.12

I like erano arrivati al 65%, un buon numero ma non ancora sufficiente: per quel tipo di risoluzioni erano necessari i due terzi di pareri favorevoli. La discussione, piuttosto calma nel forum principale s’infervorava nei sub forum che ancora non avevano espresso la loro preferenza. Era lì che bisognava intervenire, e mancava solo un’ora.
Eva contattò Adam, un suo conoscente attivo in quel  meetup dell’Alaska che ancora doveva esprimere il suo like. L’ultimo protocollo di Democrazia, il 3.12, infatti, aveva adottato uno schema di votazione che ricordava quello dei vecchi caucus delle presidenziali americane: ogni meetup locale esprimeva un solo voto, e questo era  determinato dalle votazioni dei suoi iscritti. Non era il sistema ottimale, anzi, ma aveva il pregio di rivitalizzare le località che, in caso di un’unica votazione generale, avrebbero perso la loro identità. Si era arrivati al 3.12 dopo le cattive esperienze delle versioni 2.XX che, prevedendo il principio tot capita tot sententiae, di fatto scatenavano un referendum globale sulla rete con forum impossibili da gestire . Le versioni 3.0 e seguenti, riprendendo il meccanismo dei caucus avevano dato un grande sviluppo ai gruppi locali e avevano permesso una maggiore partecipazione. Eva continuava a preferire, però, i sistemi 2.XX: con i 3.XX una posizione minoritaria nel meetup locale finiva per non contare nulla a livello globale. E, inoltre, il sistema di votazione  era diventato pachidermico, a tutto svantaggio della velocità di risoluzione. Per ogni votazione, infatti bisognava prevedere l’apertura simultanea di un forum globale e di miriadi di forum locali, ciascuno dei quali si prendeva  il suo tempo per discutere ed esprimere il suo voto. Lungaggini, a volte infinite.
«Adam, come vanno le cose lì in Alaska?»
«Ce la faremo».
«Mi raccomando».
«Inutile che tu me lo dica: l’abolizione di questa legge è lo scopo della mia vita»
«E’ importante. Mancano ancora pochi like per i due terzi»
«Lo so, ce la faremo,  sarà una nuova era per l’Umanità»
Si aprì una finestrella in basso a destra sullo schermo: Tasmania, Bengala e Senegal avevano posto il like. Immediatamente dopo seguì il dislike del Galles, ma fu sovrastato da altri like provenienti da ogni parte del mondo. 67%, e il numero dei subforum che non avevano espresso il voto si assottigliava.
«Adam, se Alaska pone il like siamo alla maggioranza matematica, indipendentemente da quello che votano gli altri»
«Vedo. Ormai ci siamo»
Infatti, contemporaneamente apparve, nella solita finestrella, l’avviso del like dell’Alaska e poco dopo i forum si oscurarono e comparve la schermata di fine votazioni. Votazione conclusa – si  annunciava. Raggiunta la maggioranza dei due terzi. E poi, in grandi caratteri stampatello,
LA PROPOSTA E’ STATA ACCOLTA.
LA LEGGE DI GRAVITAZIONE E’ ABOLITA.
Ad Eva, distante migliaia di chilometri , parve quasi di sentire l’urlo di gioia di Adam. Il quale, infatti, appena conosciuto l’esito del voto volle finalmente coronare il sogno della sua vita e corse verso la finestra, l’aprì e, con foga, scavalcò il davanzale.
I suoi informi resti biologici, spalmati sull’asfalto, dieci piani più in basso, furono poi ritirati dalle squadre di raccolta biologica e conferiti al compost comunale. Da quel concime, poi, sarebbero  nati molti alberi, per un pianeta più green.

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